Manfredonia. “Il vecchio mondo ritrovato”. Questo il nome del libro, a cura del prof. Carlo Trotta, che sarà presentato il 23 marzo 2024, alle ore 18, presso il Palazzo dei Celestini a Manfredonia.
IL VECCHIO MONDO RITROVATO
L’aspirazione alla felicità, non potrebbe, in fin dei conti, diventare per l’uomo, la sua condanna definitiva, magari quella capitale, condanna da espiare per essersi paragonato addirittura a Dio? Forse perché teme questo suo continuo elemosinare, ecco che lo stesso uomo, nella sua versione più subdola, ovvero indossando la maschera della socialità, si affanna a costruire, in verità, prima nella mente che nel cuore, quella casa che, nella tempesta del dubbio, dovrebbe garantirgli quel rifugio da quella che immagina da sempre essere la sua vera malattia mortale, la solitudine.
Innanzitutto occorre plagiarne lo spirito, giocando e forse barando con il suo mal recondito trauma primordiale, prodotto dall’impossibilità umana di soddisfare, in modo permanente, quella brama che ossessiona il desiderio di esistere.
Solamente attraverso la comunicazione globale, la causa comune nella condivisione delle paure e delle gioie, il fuoco, che invece tormenta le povere anime in pena, diventa, in verità, in questa nuova prospettiva, la luce che ravviva e rallegra con il suo magnificente potere, tutti gli angoli bui, sperduti e dispersi nella memoria collettiva.
Memoria collettiva che, tuttavia, conserva nel racconto di un mondo diventato parallelo, la contraddizione come educazione, l’opposto come monito da incorniciare e, allo stesso tempo, spauracchio da scacciare dalla stessa memoria, perché oceano tumultuoso navigato da legni instabili che si fracassano tra gli scogli dell’indecisione. Fingendo di stargli accanto, il tempo invece corre, disperdendone tra le sue infinite galassie, il suo nome, sposando l’eterno che invece ripulisce con il sorriso, la vita dei suoi nuovi seguaci.
Così il logos, simbolo dell’innocente infante, sposandosi incautamente con la ratio, meretrice calcolatrice, assorbe a sé ogni briciola di sentimento umano, e proietta nell’immaginario palcoscenico della rinnovata collettività, il più bel film che si abbia mai potuto produrre.
Una bella rappresentazione cinematografica che sullo sfondo di una miriade di anonime comparse, consuma pian piano, nella sua contorta pellicola, l’unico vero protagonista rimasto senza premio, l’unico che forse riesce a conservare, nel sottofondo dell’anima, uno strato di vita, quella vita inquieta, figlia dell’unica eredità autenticamente ed intimamente umana, quella che riesce a trasformare la quiete conformista del finto benessere, con la tribolazione della lotta, soprattutto interiore, con l’ansimare risposte che non possono più generare domande.
“Quel epitaffio immortale, imprigionato nel cuore, la sua libertà più profonda, riaccende, fino alla fine, il conflitto per sviscerare dalla gabbia esistenziale, il dono più importante che la sua natura gli rivela nel silenzio solitario della notte”, scrive l’autore.



