Cronaca

Giornalismo, Cassazione, vietate domande provocatorie


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giornalisti, immagine d'archivio

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Roma – Nelle interviste, i giornalisti devono evitare di rivolgere domande “allusive, suggestive e provocatorie”, condite anche da “personali valutazioni” che finiscono per essere elementi di “concause della lesione dell’altrui onore e reputazione” rispetto alle parole dell’intervistato. Lo sottolinea la Terza Sezione civile della Cassazione, confermando la condanna a risarcimento dei danni morali in favore del pool di Mani pulite e a carico del giornalista de ‘Il Foglio’, Andrea Marcenaro, per una intervista, pubblicata il 3 novembre 1997 sul quotidiano ‘Il Foglio’ e ripresa il 6 novembre sul settimanale ‘Panorama’ per una intervista al giurista romano Vaccarella.

Con questo verdetto la Terza Sezione della Suprema Corte – presidente Giuseppe Berruti, relatore Franco De Stefano – ha confermato la responsabilità non solo di Vaccarella che aveva sostenuto che il pool di Mani pulite macchinava processi penali di rilevanza mediatica con l’obiettivo di azionare cause risarcitorie per “le pretese diffamazioni”, ma anche quella di Marcenaro che aveva posto le domande in maniera “allusiva”.

Ritiene la Cassazione che non si può pretendere che i giornalisti siano dei “semplici trascrittori delle risposte altrui” oppure che non tengano “un atteggiamento asettico e sterile dinanzi a quanto riportato”, perché questo comporterebbe una “inammissibile serie di limitazioni alla manifestazione del pensiero, se non proprio atteggiamenti francamente censori”. Tuttavia i giornalisti possono essere ritenuti corresponsabili nell’intervista ad un’altra persona quando con il loro ‘atteggiamento’ concorrono “a dar luogo alla valenza o portata diffamatoria dell’intervista”.

In poche parole quando ‘interagiscono’ con l’intervistato “in relazione al tenore delle singole domande poste, o del loro complessivo contesto, o ai commenti o alle premesse alle medesime, nonché alle modalità stesse della loro formulazione o struttura”. Nel caso concreto Marcenaro aveva affermato, contrariamente al vero, che i magistrati del pool non avevano presentato querela penale e aveva escluso che avrebbero destinato l’eventuale risarcimento ad opere in beneficienza. (ANSA).

Giornalismo, Cassazione, vietate domande provocatorie ultima modifica: 2013-06-18T09:35:26+00:00 da Redazione



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  • Redazione

    Vendola ai ragazzi Master in giornalismo “Non perdete bussola ricerca verità”

    “Se in questo mestiere si perde la bussola, che è quella della ricerca della verità senza ossequio verso nessun potere e si perde il gancio con il sentimento dell’umanità e della pietas, si diventa cattivi giornalisti. Si può essere anche giornalisti di successo ma, io credo, cattivi giornalisti”.

    Lo ha detto Il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola accogliendo in Presidenza questa mattina i trenta ragazzi del Master biennale in giornalismo dell’Università di Bari e dell’Ordine dei giornalisti della Puglia, accompagnati dai direttori Lino Patruno e Marina Castellaneta. Un confronto a tutto campo
    sui temi del giornalismo, dell’etica del giornalismo, del precariato, della sanità, dell’ambiente.

    “Ho amato follemente il mestiere del giornalista – ha detto Vendola – anche se oggi la scrittura è un mestiere molto involgarito dall’idea che basta spiare dal buco della serratura per ottenere successo. Io vengo da un’altra scuola, dall’idea che il giornalismo è sudore, impegno conoscitivo, capacità di inchiesta e specializzazione”.

    Per Vendola “la realtà merita investigatori e appassionati della conoscenza piuttosto che appassionati dello scoop”.

    “Il combinato disposto di un mestiere precario e di un involgarimento dei costumi – ha aggiunto Vendola – rischia di spingere un ragazzo o una ragazza giovane che vuole fare questo mestiere, che è un mestiere bellissimo, a pensare che lo scoop possa essere una scorciatoia per guadagnare la carriera. Lo scoop lo fai con cinismo senza occuparti delle conseguenze che possono essere fatali per la vita delle persone che sono oggetto degli scoop”.

    “Mi considero un giornalista prestato alla politica – ha concluso Vendola – anche ho avuto difficoltà nella mia vita a separare le due cose perché la politica mi ha fatto fare delle cose pazzesche che è stato interessante trasferire nel lavoro giornalistico. Il giornalismo per esempio ha spinto la mia militanza politica a frugare in luoghi dove forse non sarei andato a ficcare il naso. E così ho mescolato i due mestieri”.


  • avv. Gegè Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Se effettua un intervista , il giornalista non è obbligato alla “verifica” della notizia!!!

    La Suprema Corte di Cassazione ha recentemente aperto “scenari” importanti in merito al principio deontologico nella professione giornalistica di appurare sempre la veridicità di una notizia; questa sia anche appresa mediante le dichiarazioni nel corso di un’intervista.

    Secondo gli ermellini del Palazzaccio, infatti, chi opera nell’informazione è dispensato dalla ricerca del riscontro della veridicità della notizia riportata.

    Lo ha stabilito la quinta sezione penale della Suprema Corte con la sentenza assolutoria (28502/13) per il direttore e i due redattori della Voce di Romagna portati davanti ai giudici per un articolo inerente la gestione del comitato locale della Croce rossa. La lunga inchiesta era sfociata in una declaratoria di prescrizione del reato di diffamazione a mezzo stampa, ma con l’inevitabile coda dei risarcimenti civilistici.

    Il caso era nato dalle interviste rilasciate dagli ispettori dimissionari della Cri locale, in cui erano volati giudizi impietosi sull’operato della presidenza dei primi anni 2000 (“totale sfacelo”- dichiaravano- “gestione basata su interessi personali”), giudizi che i tribunali di merito avevano valutato come eccedenti il diritto di cronaca in quanto non meritevoli della scriminante della “verità”, cosiddetta verità putativa, del fatto raccontato.

    Ed è proprio questo l’aspetto che traccia la svolta determinata dalla sentenza della Quinta penale, che riprende, ma attualizzandola, la decisione delle Sezioni Unite che 12 anni fa avevano delineato i principi guida per l’intervistatore.

    L’autorevolezza del personaggio interrogato dal giornalista, si legge nella sentenza, è di per sè “la notizia”, al punto che l’interesse pubblico a conoscere la sua opinione diventa “prevalente” anche sugli altri due criteri scriminanti, cioè la continenza della prosa e, soprattutto, la verità dei fatti oggetto delle risposte. In sostanza, la notizia “se anche lesiva della reputazione altrui, merita di essere pubblicata perché soddisfa quell’interesse della collettività all’informazione che deve ritenersi indirettamente protetto dall’articolo 21 della Costituzione”.

    In questi casi “la notizia è costituita dal fatto in sè delle dichiarazioni del personaggio altamente qualificato, risultando l’interesse del pubblico ad apprenderla del tutto indipendente dalla corrispondenza al vero del suo contenuto e dalla continenza del linguaggio adottato: pretendere che il giornalista intervistatore controlli la verità storica del contenuto dell’intervista potrebbe comportare una grave limitazione alla libertà di stampa”.

    Pretendere poi – continuano i giudici – che il direttore decida di non pubblicare l’intervista solo perchè contiene espressioni “forti”, significherebbe comprimere il diritto/dovere di informare anche perché non è compito del giornalista controllare il linguaggio di chi parla. La notizia infatti è rappresentata dal giudizio forte dell’intervistato verso un altro personaggio. L’unica avvertenza per il giornalista, e quindi per il tribunale, è di valutare bene se chi parla sia un opinion leader, e quindi noto e affidabile.
    Foggia, 26 luglio 2013 Avv. Eugenio Gargiulo

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