FOGGIA – Si aprirà il 16 settembre, davanti al giudice monocratico, il processo “Terra Rossa”, nato dall’inchiesta della Procura di Foggia sul presunto sfruttamento di braccianti agricoli impiegati nella raccolta del pomodoro nell’estate del 2020 tra Foggia, Manfredonia e Lucera. Sono 16 gli imputati, accusati a vario titolo in relazione a nove episodi di presunto caporalato e sfruttamento della manodopera.
L’indagine, condotta da Procura e Carabinieri, portò il 10 dicembre 2021 all’esecuzione di 16 misure cautelari: due persone finirono in carcere, tre agli arresti domiciliari, mentre per altri undici furono disposti obblighi di dimora e di firma. Contestualmente venne disposta l’amministrazione giudiziaria di dieci aziende agricole. Nei giorni scorsi il giudice dell’udienza preliminare ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio della Procura, fissando l’inizio del dibattimento.
Il caso Bisceglia e le dimissioni di Michele Di Bari
L’inchiesta ebbe ampia eco nazionale per il coinvolgimento dell’imprenditrice di Manfredonia Rosalba Livriero Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, che all’epoca ricopriva l’incarico di capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno. Pur non essendo coinvolto nelle indagini, Di Bari rassegnò le dimissioni dall’incarico.
Bisceglia, inizialmente sottoposta all’obbligo di dimora poi revocato, ha sempre respinto ogni accusa. La difesa, affidata all’avvocato Gianluca Ursitti, sostiene che l’imprenditrice abbia sempre rispettato la normativa sul lavoro, corrisposto le retribuzioni dovute e documentato regolarmente tutti i rapporti di lavoro.
Le parti offese individuate dalla Procura sono 22 braccianti provenienti da Ghana, Guinea, Senegal, Nigeria e Mali.
econdo l’impianto accusatorio, fondato su intercettazioni, pedinamenti e documentazione sequestrata, Bakary Saidy avrebbe svolto il ruolo di caporale, in alcuni casi affiancato da Kalifa Bayo. Sarebbe stato lui a concordare quotidianamente con le aziende il numero di lavoratori necessari, reclutando i braccianti nel ghetto di Borgo Mezzanone, organizzandone il trasporto e controllandone l’attività nei campi.
La Procura contesta inoltre che Saidy ricevesse le retribuzioni destinate ai lavoratori per poi distribuirle, trattenendo 5 euro da ciascun bracciante come compenso per l’intermediazione e registrando il numero dei cassoni raccolti.
L’accusa sostiene che i lavoratori fossero impiegati in violazione dei contratti collettivi nazionali e territoriali, con compensi ritenuti gravemente sproporzionati rispetto all’attività svolta: 5 euro per ogni cassone di pomodori raccolto, a fronte di giornate lavorative di circa otto ore, senza riconoscimento dello straordinario e con pause ridotte al minimo.
Tra le contestazioni figurano anche la mancata fornitura di dispositivi di protezione individuale, presunte violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene sul lavoro, carenze nei controlli sull’identità dei lavoratori e un costante controllo dell’attività nei campi.
Per gli imputati, la Procura contesta infine di aver approfittato dello stato di bisogno dei braccianti, legato alle condizioni di precarietà abitativa nel ghetto di Borgo Mezzanone e alla loro vulnerabilità economica. Lo riporta La Gazzetta del Mezzogiorno.it



