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CASO ROGGERO Quando lo stato condanna chi è sopravvissuto alla paura

Quattordici anni e nove mesi al gioielliere che uccise due rapinatori in fuga. Una sentenza che divide. Ma la vera domanda non è se Roggero sia colpevole o innocente: è se la giustizia sia davvero capace di comprendere ciò che accade nella mente di un uomo appena sopravvissuto all'inferno

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
18 Luglio 2026
Politica // Politica Nazionale //

Ci sono sentenze che chiudono un processo. E ce ne sono altre che aprono una ferita collettiva.

Quella che ha condannato Mario Roggero a quattordici anni e nove mesi appartiene alla seconda categoria. Perché non riguarda soltanto un gioielliere, due rapinatori morti e un’aula di tribunale. Riguarda ciascuno di noi. Riguarda il confine sottilissimo tra il diritto di difendersi e il divieto di vendicarsi. Riguarda, soprattutto, la distanza che spesso separa la legge dalla realtà umana.

I fatti sono noti. Due uomini entrano armati nella gioielleria. Minacciano. Terrorizzano. Tengono sotto il tiro delle armi il titolare e la sua famiglia. In pochi minuti trasformano un luogo di lavoro in un teatro di guerra. Poi fuggono.

Da quel momento la vicenda si divide in due.

Per la giustizia italiana la rapina è finita. Il pericolo è cessato. Ogni colpo sparato dopo rappresenta una scelta autonoma e consapevole. Da qui la condanna per omicidio volontario.

Ma la domanda che milioni di cittadini continuano a porsi è un’altra: davvero il pericolo finisce quando lo decide il codice penale? Oppure termina quando il cervello della vittima riesce finalmente a uscire dallo stato di terrore?

È una differenza enorme.

La neuropsicologia ci insegna che dopo un trauma estremo la mente non ragiona con la freddezza delle sentenze. L’adrenalina altera il tempo, la percezione del rischio, la capacità di valutare. Quei secondi che il magistrato ricostruisce con calma, anni dopo, possono essere vissuti dalla vittima come un unico, interminabile istante.

Questo non significa che tutto diventi lecito.

Lo Stato non può consentire che la legittima difesa si trasformi in una licenza di uccidere. Se accadesse, sostituiremmo i tribunali con le pistole e il diritto con la vendetta. Sarebbe la fine dello Stato di diritto.

Ma è altrettanto vero che giudicare una reazione estrema senza comprendere la devastazione psicologica di chi ha appena visto la morte negli occhi rischia di trasformare la giustizia in un esercizio puramente teorico.

Ed è qui che nasce il vero conflitto.

Non tra garantisti e giustizialisti. Non tra destra e sinistra. Ma tra il tempo del diritto e il tempo della paura.

La politica, come spesso accade, ha provato a impossessarsi della vicenda. C’è chi ha trasformato Roggero in un simbolo della sicurezza e chi lo ha elevato a esempio della necessità di difendere i principi costituzionali. Entrambi gli schieramenti, però, sembrano dimenticare che dietro le bandiere esiste un uomo che ha vissuto un trauma e due persone che hanno perso la vita.

Ridurre tutto a uno slogan significa tradire la complessità.

In queste ore si torna a parlare di grazia. Ma la grazia viene raccontata quasi fosse una piena riabilitazione. È l’esatto contrario.

La grazia non dichiara innocente nessuno. Presuppone la colpevolezza. È un atto di clemenza dello Stato verso chi è stato condannato. Ed è proprio per questo che, paradossalmente, può fare più male che bene a Roggero.

Perché chi continua a sostenere di avere agito nell’onda lunga della paura non chiede misericordia. Chiede comprensione. Non cerca un perdono. Cerca il riconoscimento che quei secondi non possono essere misurati soltanto con il cronometro del codice penale.

La grazia restituisce la libertà.

Ma lascia intatta l’affermazione più pesante: lo Stato ti perdona perché sei colpevole. È una differenza enorme.

Alla fine resta una domanda che nessuna sentenza, nessun talk show e nessuna polemica politica sono riusciti a sciogliere. La giustizia ha certamente il dovere di impedire che i cittadini si trasformino in giustizieri.

Ma ha anche il dovere di comprendere fino in fondo cosa accade nella mente di una vittima quando il terrore non è ancora finito, anche se giuridicamente lo è.

È questo il nodo irrisolto del caso Roggero.

Ed è per questo che la sua storia continuerà a dividere l’Italia. Non perché gli italiani amino le armi.

Ma perché nessuno può dire con assoluta certezza come avrebbe reagito dopo aver visto una pistola puntata contro la propria famiglia.

È facile giudicare con il codice in mano. Molto più difficile è giudicare con la paura ancora addosso.

A cura di Maurizio Varriano.

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