A San Giovanni Rotondo il problema non è più soltanto ciò che accade alla Casa Sollievo della Sofferenza. Il problema, ormai, è anche ciò che si tenta di non far vedere, non far discutere, non far diventare domanda pubblica.
Perché quando un’istituzione attraversa una crisi economica e gestionale di questa portata, quando i lavoratori reclamano arretrati e applicazione contrattuale, quando i sindacati tornano allo stato di agitazione e si arriva persino ai decreti ingiuntivi, pensare di risolvere tutto con il silenzio equivale a confondere la terapia con l’anestesia.
E la Casa Sollievo non è un’azienda qualunque.
È un’opera nata dalla visione di Padre Pio, diventata negli anni un presidio sanitario e scientifico di rilievo nazionale. Nel 2026 ha compiuto settant’anni: una ricorrenza che avrebbe dovuto essere celebrata soltanto con orgoglio e gratitudine. Invece, dietro le celebrazioni, si è materializzata una domanda molto meno liturgica e molto più terrena: che cosa è stato fatto, negli anni, per arrivare a questo punto?
Questa domanda non è irriverente. È doverosa.
Anzi, forse è proprio il rispetto per Padre Pio e per la storia dell’Opera a imporla.
Perché una cosa va detta senza infingimenti: un patrimonio costruito in decenni di fede, lavoro, competenza, donazioni, sacrifici e reputazione non può essere amministrato come se la storia fosse un bancomat e la credibilità una voce di bilancio.
E qui arriva il punto che qualcuno continua a voler trattare come una fastidiosa leggenda metropolitana: la possibile vendita.
Facciamo chiarezza. Non risulta oggi provata una trattativa di vendita in corso. La Fondazione ha formalmente smentito nel 2024 qualsiasi negoziazione con gruppi privati e ha ribadito che Casa Sollievo resta di proprietà della Santa Sede.
Ma proprio perché quella smentita esiste, la questione non può essere liquidata con un’alzata di spalle.
Perché le indiscrezioni non sono nate dal nulla. Nel novembre 2024 proprio StatoQuotidiano riportava le dichiarazioni del consigliere regionale Sergio Clemente circa presunti interessamenti di operatori privati e chiedeva un’audizione istituzionale sul futuro dell’ospedale.
E nel 2026 sempre il nostro giornale è tornato sull’ipotesi di vendita o ingresso di un gruppo partecipativo, denunciando il silenzio della politica.
Dunque la domanda seria non è: “Casa Sollievo è stata venduta?”
No. Non è questo che si può affermare.
La domanda seria è un’altra: perché, nonostante le ripetute smentite, il fantasma della vendita continua a tornare?
E soprattutto: quali garanzie concrete vengono offerte affinché quel fantasma resti definitivamente un fantasma?
Perché il modo più semplice per alimentare una voce è proprio quello di pretendere che nessuno ne parli.
Il silenzio, in questi casi, non tranquillizza. Insospettisce.
E c’è qualcosa di ancora più scomodo.
La crisi non nasce oggi. Oggi ne vediamo gli effetti. Ma se un ente arriva a una situazione nella quale il Vaticano deve intervenire direttamente con una Commissione di indirizzo e vigilanza, se il problema finanziario viene descritto in termini di centinaia di milioni, se la questione dei rapporti con Regione e ASL produce contenziosi e se contemporaneamente i lavoratori devono battersi per ottenere ciò che ritengono dovuto, allora sarebbe offensivo per l’intelligenza collettiva raccontare tutto come una semplice “fase delicata”.
No. È una crisi di sistema.
E una crisi di sistema pretende una risposta di sistema: numeri leggibili, bilanci spiegati, responsabilità individuate, strategie verificabili, tempi certi e soprattutto una comunicazione che non tratti cittadini, lavoratori e territorio come bambini da tranquillizzare.
Perché il vero scandalo, alla fine, non sarebbe nemmeno scoprire che qualcuno ha sbagliato.
Gli errori possono accadere.
Lo scandalo sarebbe non sapere chi ha deciso, perché ha deciso, con quali risultati e chi dovrebbe rispondere degli eventuali fallimenti.
Casa Sollievo non ha bisogno di un altro comunicato rassicurante.
Ha bisogno di verità.
E possibilmente di una verità senza trucco, senza incenso amministrativo e senza il solito vocabolario da terapia intensiva della burocrazia: “rilancio”, “efficientamento”, “razionalizzazione”, “riorganizzazione”. Parole rispettabilissime, quando dietro ci sono fatti. Ridicole, quando vengono utilizzate per coprire l’assenza dei fatti.
La speranza, però, non è morta.
Anzi. Forse la speranza comincia proprio dal momento in cui si smette di avere paura delle domande.
Casa Sollievo ha ancora competenze, professionalità, ricerca, personale e una missione che il territorio non può permettersi di perdere. La stessa Fondazione continua a presentare attività cliniche, scientifiche e assistenziali e il presidio resta una realtà fondamentale del Mezzogiorno.
Ma per salvarla davvero bisogna avere il coraggio di fare una cosa apparentemente semplice: smettere di difendere l’indifendibile e cominciare a difendere ciò che è ancora salvabile.
E qui, con tutto il rispetto per le tonache, i consigli di amministrazione e le solenni dichiarazioni, servirebbe anche una buona dose di sana irriverenza.
Perché Padre Pio costruì una Casa per dare sollievo alla sofferenza.
Non per dare sollievo agli amministratori dalla sofferenza delle domande. Non per dare sollievo alla politica dal fastidio della trasparenza.
E soprattutto non per consegnare un giorno al mercato, magari dopo anni di errori e omissioni, ciò che generazioni di persone hanno contribuito a costruire pensando fosse un bene destinato a restare al servizio dell’uomo.
La speranza, allora, è che Casa Sollievo possa uscire da questa tempesta più forte di prima.
Ma a una condizione: che questa volta il miracolo non venga chiesto a Padre Pio.
Il miracolo lo facciano gli uomini. Quelli che hanno responsabilità. Quelli che devono spiegare. Quelli che devono assumersi gli errori.
E quelli che, finalmente, dovranno dimostrare che una Casa nata per alleviare la sofferenza non è diventata, per incapacità o miopia, una casa che qualcuno prima o poi penserà di dover mettere in vendita.
Perché la partita non è ancora chiusa.
E proprio per questo il silenzio non è più un’opzione.




Senza perdersi in chiacchiere da bar,l’unica soluzione anche se molto ma molto difficile è l’acquisizione da parte della Regione.
Ogni altra soluzione sarà un bagno di dolore,chiedere e controllare cosa è successo e sta succedendo alla struttura presente in Lombardia.
Spero ardentemente di sbagliarmi,ma questo silenzio NON MI PIACE.
Casa Sollievo é stata sempre terra di nessuno. Per le assunzioni del personale ha sempre seguito regole di clientelismo, nn ha mai seguito regole e norme. Noi comuni mortali nn abbiamo mai avuto possibilità di lavorare anche con curriculum eccezionali. La sua gestione è stata indifendibile e adesso cercano aiuti dagli altri. Hanno avuto fondi e donazioni e hanno dilapidato tutto. Chi ha orecchi per intendere intenda.
Il Vaticano dovrebbe donare gratis la struttura alla regione
La stabilizzazione e il rilancio di Casa Sollievo della Sofferenza rappresentano un obiettivo di fondamentale importanza per il sistema sanitario del territorio e non solo. Ecco allora che esprimo la convinzione che la nuova Governance lavorerà con azioni efficaci per il superamento della fase di crisi, garantendo una migliore gestione per la solidità di CSS che da sempre unisce eccellenza clinica e ricerca medica. Il
Mio ringraziamento accompagnato al mio augurio di un futuro migliore va a tutti gli operatori, nessuno escluso, di CSS. Padre Pio non mancherà di fare, come sempre, la sua parte.
IO spero che questa situazione delicata venga risolta con amore e responsabilità da tutti.
Spero che casa sollievo della sofferenza rimanga nelle mani di chi ama il Signore e San Pio da Pietrelcina.
Una struttura del genere deve crescere per il bene di tanti sofferenti che si curano e hanno fiducia in essa.
Chi di dovere, faccia rifiorire questo Ospedale voluto da San Pio per l’ amore che aveva verso i sofferenti.
Buona salute a tutti.