C’era un tempo in cui i fantasmi appartenevano al cinema. In Se solo fosse vero, la commedia romantica del 2005 diretta da Mark Waters e interpretata da Mark Ruffalo, il fantasma era addirittura la parte più credibile della storia: amava, soffriva, manteneva una promessa. Oggi il copione si è capovolto. Il fantasma è uscito dallo schermo, ha indossato una cravatta istituzionale, ha imparato il linguaggio della propaganda e ha trovato nella politica il suo habitat naturale.
La politica contemporanea è diventata un’elegante arte dell’apparizione.
Si materializza con puntualità svizzera quando il calendario annuncia elezioni. Invade piazze, televisioni e social network. Stringe mani, distribuisce sorrisi, dispensa rassicurazioni, promette miracoli con la disinvoltura di chi sa che nessuno presenterà il conto. Poi, chiuse le urne, si dissolve. Come nebbia al primo sole. Come un prestigiatore che, concluso il numero, lascia il pubblico ad applaudire il vuoto.
Il cittadino resta lì. Da solo. Con la scheda votata trasformata in una ricevuta che nessuno è più disposto a riconoscere. Perché il voto, troppo spesso, non viene trattato come un contratto tra rappresentanti e rappresentati, ma come una procura irrevocabile. Un assegno in bianco incassato il lunedì mattina e dimenticato il lunedì successivo.
La Repubblica, almeno sulla carta, si fonda sulla sovranità popolare.
Nella pratica, sembra sempre più fondata sulla memoria corta. La politica scommette da anni sull’oblio collettivo. Conta sul fatto che gli slogan sopravvivano più a lungo dei risultati, che gli annunci cancellino i fallimenti, che un nuovo nemico mediatico basti a far dimenticare le promesse della stagione precedente. È una gigantesca economia dell’attenzione: si investe tutto nell’annuncio perché il rendiconto non porta voti.
Le campagne elettorali sono diventate fiere dell’iperbole.
Ogni partito espone il proprio catalogo di meraviglie come un venditore ambulante che garantisce l’impossibile sapendo che, una volta concluso l’affare, cambierà piazza. I programmi non sono più mappe di governo, ma dépliant pubblicitari destinati al cestino il giorno dopo le elezioni. Le promesse hanno la stessa data di scadenza dei manifesti elettorali: vengono strappate insieme.
Nel frattempo, il lessico politico si è impoverito fino a diventare una collezione di formule usa e getta. “Ce lo chiede il popolo.” “È colpa di chi c’era prima.” “La situazione internazionale.” “I vincoli di bilancio.” “L’opposizione irresponsabile.” “L’eredità ricevuta.” Ogni legislatura produce un nuovo vocabolario delle giustificazioni, come se governare consistesse nell’affinare il linguaggio degli alibi invece della responsabilità.
Eppure la democrazia non è un palcoscenico sul quale recitare il ruolo del salvatore ogni cinque anni.
È una verifica continua. È il dovere di spiegare, documentare, rispondere. Non basta vincere le elezioni per meritare la fiducia; bisogna continuare a meritarla ogni giorno. Chi considera il consenso una proprietà privata e non un prestito revocabile confonde il mandato con il possesso, la rappresentanza con il privilegio.
Il problema non è che i politici sbaglino. Sbaglia chi governa, sbaglia chi decide, sbaglia chi si assume responsabilità. Il problema nasce quando l’errore viene mascherato da successo, il ritardo ribattezzato prudenza, la retromarcia venduta come lungimiranza e il silenzio elevato a strategia istituzionale. È in quel momento che la politica smette di essere servizio e diventa semplice esercizio di autoconservazione.
Così il Parlamento rischia di assomigliare sempre più a un teatro dove il sipario si apre soltanto durante la campagna elettorale. Dopo, restano le quinte. Dietro quelle quinte si consumano compromessi, tatticismi, equilibri di corrente, guerre di partito, calcoli di convenienza. Il cittadino, che dovrebbe essere il protagonista, viene confinato in platea. Può applaudire o fischiare, ma non entra mai davvero in scena.
Eppure esiste una legge che nessuna maggioranza può modificare e nessun decreto può sospendere: quella della fiducia.
La fiducia non si eredita. Non si compra. Non si occupa. Si conquista con i fatti e si perde con le omissioni. Ogni promessa tradita è una crepa nelle fondamenta della credibilità istituzionale. Una crepa oggi, un’altra domani, fino a quando l’edificio resta in piedi solo perché i cittadini continuano ostinatamente a sperare che non crolli.
Forse il titolo di quel film oggi suona come la più amara delle ironie. Se solo fosse vero. Se solo fosse vero che una promessa vale ancora quanto la parola di chi la pronuncia. Se solo fosse vero che il consenso obbliga più di quanto autorizzi. Se solo fosse vero che chi chiede fiducia considera il rendere conto un dovere e non un fastidio.
Perché quando la politica sceglie di vivere come un fantasma, il problema non è soltanto che scompaiano le promesse. Scompare qualcosa di molto più prezioso: il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. Ed è allora che la democrazia continua ad avere tutte le sue forme, tutte le sue procedure, tutte le sue liturgie, ma perde lentamente la sua sostanza. Resta in piedi, certo. Proprio come un fantasma: visibile da lontano, inconsistente da vicino.



