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Mamma li turchi!


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Roma – INNEGABILE che la paura del maomettano sia di secolare genesi, specie nel nostro paese, che per la sua configurazione geografica – lambito per ben tre parti dalle acque e proteso nel mediterraneo – è stato sempre fonte di seduzione per gli “uomini del mare” e non solo. Ogni regione costiera italiana, infatti, conserva nei detti, canti e nel folclore, richiami di antiche sofferenze patite a causa di ostinate irruzioni saracene, che più di altre avevano infierito lasciandovi un inestinguibile segno.

So’ sbarcati li turchi alla marina!” era stato il raccapriccio verbale delle genti e oggi è ricordato nelle rievocazioni d’epoca o nel parlato figurato in una sorta di maledizione. L’ho udito quasi sottovoce a Lampedusa, come celare un’apprensione oggi consapevolmente ingiusta ed è verosimile che possa essere ascoltato laddove avvengono gli sbarchi dei disgraziati profughi d’oltremare.

È ammissibile che un simile avviso sia stato urlato tra le vie di Manfredonia allo sbarco dei pirati per lo scellerato saccheggio del 16 agosto 1620; un’infamità poiché non sarebbe stato spontaneo ma ordito in “casa nostra”, per un vero e proprio attentato terroristico alla stregua dell’11 settembre newyorkese. Il grido “Mamma li turchi” invece, più che di terrore sarebbe stato l’allarme adottato dai picciotti palermitani nel 1799 per richiamare le loro madri acciocché si sporgessero dai balconi e finestre a lanciare qualsiasi oggetto consistente sulle teste dei marinai turchi in transito. L’offensiva popolare era generata dal fatto che alcuni di loro afferravano e violentavano giovani donne che capitavano a tiro. Il Salento, però, lo ritiene molto più vetusto e lo fa proprio a ricordo della tragedia di Otranto nel 1480.

È stato purtroppo assunto in maniera xenofoba contro gli extracomunitari. “Sentirsi preso dai turchi”, poi, è un’espressione in voga un po’ dappertutto nel meridione e che dal suo significato letterale ha assunto il sentirsi afferrare dal panico, dal terrore. Ancora peggio in Sicilia, dove una vecchia massima recita “Cu piglia un turco è sò” che al nostro tempo varrebbe la metafora “chi riesce in un’impresa considerata pericolosa il ricavato è tutto suo” ma ieri significava semanticamente “chi cattura un turco può farne impunemente ciò che crede”.

I pugliesi si tramandano “Ca te pûezze vedè mméne de Turchje” (Che ti possa vedere cadere in mano ai Turchi), un improperio rivolto oggi in modo figurato alla persona odiata, oppure “Do’ turchi e do’ diavuli su’ quattro dimogni” (Due turchi e due diavoli fanno quattro demoni), e ancora “Nu cresce erva a ddu passa cavaddo de turchi” (Non cresce erba dove passa un cavallo dei turchi), e infine “Li mucchi pàrune Turchi e le spùngule pàrune spate” (I covoni sembrano turchi e le spille sembrano spade), questo un adagio che racchiude quanta impressione poteva suscitare nei contadini tali immagini, poiché li riportava col pensiero alla scenografia degli sbarchi saraceni, tra vele, turbanti e armi bianche quali le sciabole, con le quali erano celeri nello sgozzare o decapitare.

Lallallera – cantano le genti della costa salentina nelle rappresentazioni in vernacolo a memoria di quei tempi – lallallera mo li turchi se ne scira; se ne scira de lu mare, mai cu pozzane turnare” (Lallallero, i turchi se ne sono andati, se ne andarono dal mare e che mai più possano ritornare).

L’espressione “Avene fau ciü che Carlu \…\” (Averne fatto più che Carlo…) appartiene a un antico proverbio ligure in lode a chi riuscirebbe più di Carlo Magno a sconfiggere i musulmani. Attualmente, una sua interpretazione vale rivolta a chi ne combina più di chi già ne aveva fatte tante. Un inciso, però, per precisare che le battaglie carolingie contro i mori a ridosso dei Pirenei, romanzate attraverso le leggendarie gesta delle schiere di Re Artù e dei suoi paladini, sarebbero state invece sostenute verso le genti basche, da sempre gelose del proprio territorio e pronte a rigettare qualsiasi straniero.

Sono tutti enunciati di fonte non solo medievale ma altresì moderna – da intendere questa in cronologia storica (1494/1815) – e addirittura anche novecentesca. Nel secondo dopoguerra, infatti, e sino agli ultimi scorci del millennio, tra le popolane della Ciociaria era in uso un’espressione di offesa, che più maligna di così non poteva esserci qualora indirizzata a una donna durante accese liti “Proprio tu parli che nemmeno i marocchini ti hanno voluta!”.

Logicamente era riferito al fatto che quando giunsero gli alleati liberatori, le truppe arabe al seguito non si fecero scrupoli di giovarsi brutalmente delle donne, in ordine alla loro tradizionale indole di vincitori. Il film “La ciociara”, che tutti abbiamo visto almeno una volta, lo descrive magistralmente in maniera aderente alla verità.

A parte il dolore lasciato dalle incursioni piratesche e ravvivato nei detti e nel folclore, la presenza storica degli arabi in Italia (Occupazione della Sicilia 827-1091 ed Emirato di Bari 847-871) in ogni caso, ha portato nuovi impulsi alla cultura, scienza e arte. I normanni e gli svevi, consapevoli, ne avevano mantenuto il bagaglio.

In Puglia, è sempre nel ricordo la guarnigione saracena di stanza a Lucera al servizio di Federico II. Qui, la loro stabilità aveva nientemeno modificato il DNA degli autoctoni; tant’è che, mercé le unioni miste, tra gli abitanti si sarebbero distinti nei secoli futuri soggetti con fattezze arabe, similmente nell’isola siciliana.

L’idioma arabo, infine, ha perfino manipolato il lessico italiano, per cui si contano nel dizionario svariati “omologismi”, ossia vocaboli arabi adattati alla nostra lingua. Un piccolo esempio vede Coffa da Quffa (cesta), Sciabica da Sabaka, Catrame da Qatran, Sciroppo da Sarup, Crumiro da Khrumir (contrabbandiere) e Darsena da Dar Sina’a (casa del lavoro).

(ph: ilmattinodifoggia.it)

(A cura di Ferruccio Gemmellaro – ferrucciogemmellaro@gmail.com)

Mamma li turchi! ultima modifica: 2014-09-19T17:46:10+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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