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SANDRO MAZZOLA Addio a Sandro Mazzola, il fuoriclasse che rese grande l’Inter

Con lui scompare uno dei più grandi interpreti del calcio italiano, protagonista assoluto della Grande Inter

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
19 Settembre 2026
Foggia // Mi ritorni in mente //

MILANO, 19 settembre 2026 — Sandro Mazzola si è spento poco dopo la mezzanotte all’età di 83 anni. L’annuncio è arrivato dall’Inter, il club della sua vita, con un saluto breve e carico di affetto: «Ciao Sandro, bandiera eterna».

Con lui scompare uno dei più grandi interpreti del calcio italiano, protagonista assoluto della Grande Inter degli anni Sessanta e volto storico della Nazionale. In nerazzurro trascorse l’intera carriera da calciatore: diciassette stagioni, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con l’Italia collezionò 70 presenze e 22 reti, vincendo l’Europeo del 1968.

La sua storia, però, era cominciata molto prima dell’esordio a San Siro. Mazzola aveva appena sei anni quando perse il padre Valentino nella tragedia di Superga. Crescere con quel cognome significava convivere con il ricordo del capitano del Grande Torino, un mito nazionale prima ancora che familiare. Sandro non cercò mai di sottrarsi a quell’eredità: la portò con sé, trasformandola in forza e costruendo sul campo una grandezza autonoma.

Dalla tragedia di Superga al vivaio nerazzurro

Insieme al fratello Ferruccio, Sandro entrò presto nel mondo dell’Inter grazie all’affetto di Benito “Veleno” Lorenzi, che aveva conosciuto e stimato Valentino Mazzola. I due bambini divennero mascotte nerazzurre e, prima delle partite, scendevano sul prato di San Siro indossando la divisa della squadra.

A quindici anni Mazzola entrò nel settore giovanile dell’Inter. Tra i suoi maestri ci fu Peppino Meazza; Helenio Herrera, intanto, ne intuì il talento e ne seguì la crescita. L’esordio in Serie A arrivò il 10 giugno 1961, nella discussa ripetizione di Juventus-Inter. Il presidente Angelo Moratti, in aperto contrasto con la decisione di far rigiocare la gara, mandò a Torino la formazione giovanile. L’Inter perse 9-1, ma il diciottenne Mazzola segnò su rigore e lasciò intravedere il campione che sarebbe diventato.

Dalla stagione 1962-63 Herrera lo inserì stabilmente in prima squadra. Fu l’inizio di un’epoca.

Il volto offensivo della Grande Inter

Rapido, tecnico, essenziale e feroce negli inserimenti, Mazzola rappresentava il terminale perfetto del calcio di Herrera. Sapeva attaccare gli spazi, guidare il contropiede e decidere le partite più importanti. Il 27 maggio 1964, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, segnò due gol nel 3-1 di Vienna. A soli 21 anni si prese l’Europa battendo la squadra di Puskás, Di Stéfano e Gento.

Quella sera Puskás gli regalò la propria maglia numero 10 e gli disse che era degno di suo padre. Per Sandro fu il punto in cui memoria e presente si incontrarono: non più soltanto il figlio di Valentino, ma un fuoriclasse riconosciuto dai più grandi.

Mazzola fu protagonista anche dei due successi consecutivi in Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Nella Coppa dei Campioni 1964-65 segnò una rete preziosa nella semifinale d’andata a Liverpool; al ritorno, l’Inter completò a San Siro una rimonta entrata nella storia. Nei quattro trionfi internazionali della Grande Inter, il suo nome compare sempre nei momenti decisivi.

Tra le immagini simbolo della sua carriera resta la serpentina contro il Vasas Budapest nella Coppa dei Campioni 1966-67: cinque avversari superati, portiere compreso, prima di depositare il pallone in rete. Un’azione che riassumeva il suo calcio — velocità, controllo, coraggio e istinto.

Nel 1971 arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff. Fu inoltre il primo italiano a vincere la classifica marcatori della Coppa dei Campioni, nell’edizione 1963-64, e segnò in due finali della competizione, nel 1964 e nel 1967.

La Nazionale e la rivalità con Rivera

Mazzola debuttò in azzurro a vent’anni contro il Brasile di Pelé, segnando su rigore nella vittoria per 3-0 a San Siro. La sua lunga esperienza in Nazionale comprende il titolo europeo del 1968 e la finale mondiale del 1970 in Messico.

Quel torneo rimane legato alla celebre “staffetta” con Gianni Rivera, l’altro grande numero 10 del calcio italiano. Interista l’uno, milanista l’altro, diversi per stile e personalità, Mazzola e Rivera alimentarono una rivalità che segnò un’intera generazione. Avversari nei derby e compagni in azzurro, finirono per rappresentare due modi opposti e complementari di interpretare il talento.

Proprio contro il Milan di Rivera, il 3 luglio 1977, Mazzola disputò l’ultima partita della carriera: la finale di Coppa Italia, vinta 2-0 dai rossoneri.

Una vita ancora dentro il calcio

Dopo il ritiro, Mazzola rimase legato al pallone. Fu dirigente dell’Inter in due periodi diversi e partecipò agli anni dell’arrivo in nerazzurro di Ronaldo e Álvaro Recoba. Lavorò anche per Torino e Genoa, quindi divenne una voce familiare della televisione sportiva, dove portò competenza, memoria e una personalità mai banale.

Se ne va nel giorno del centesimo anniversario di San Siro, lo stadio che più di ogni altro ha raccontato la sua storia. Una coincidenza dal forte valore simbolico: Mazzola e quel campo appartengono alla stessa memoria collettiva, fatta di derby, coppe alzate e notti europee.

Resta il campione capace di correre verso il futuro senza dimenticare il passato. Il figlio di Valentino che diventò semplicemente Sandro Mazzola: capitano, numero 10 e bandiera eterna dell’Inter. Lo riporta La Gazzetta dello Sport.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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