Per decenni hanno costruito il proprio potere sul Gargano attraverso faide, omicidi, traffici di droga ed estorsioni. Ora il clan Li Bergolis deve fare i conti con una lunga serie di procedimenti giudiziari che ne hanno colpito la struttura e il sistema di potere. L’ultima condanna è arrivata con la sentenza del maxi-processo abbreviato “Mari e monti”, pronunciata dal gup di Bari Susanna De Felice nei confronti di 42 imputati: 40 le condanne, per complessivi oltre 376 anni di carcere, a vario titolo per mafia, droga, estorsioni, rapine e furti.
Si tratta, al momento, di una decisione di primo grado. La sentenza rappresenta però un nuovo passaggio nella storia giudiziaria del gruppo criminale nato a Monte Sant’Angelo e protagonista per decenni delle dinamiche criminali del Gargano.
Dalla faida degli anni Settanta alla nascita del potere criminale
Per comprendere l’ascesa dei Li Bergolis bisogna tornare alla fine degli anni Settanta, quando una serie di contrasti legati a furti, vendette e controllo del territorio diede origine alla faida tra i Li Bergolis e i gruppi Primosa e Alfieri.
Lo scontro, sviluppatosi tra il 1978 e il 2010, provocò 35 morti e altrettanti feriti, secondo il bilancio ricostruito nelle indagini. I Li Bergolis riuscirono progressivamente a prevalere, conquistando il controllo di pascoli e attività collegate al territorio.
Per molti anni, tuttavia, la risposta giudiziaria rimase limitata. Numerosi omicidi rimasero senza colpevoli e, nei casi in cui furono effettuati arresti, non mancarono assoluzioni.
Matteo Pettinicchio, diventato nel gennaio 2025 il primo collaboratore di giustizia nella storia del clan Li Bergolis, ha raccontato di aver fatto parte per circa vent’anni, come braccio destro di Enzino Miucci, di quello che definisce il «gruppo più storico in provincia di Foggia perché è sempre esistito sin dagli anni Settanta. Eravamo i più temuti, quelli che hanno fatto più omicidi».
La discesa verso Manfredonia e il controllo del Gargano
Il patrimonio di violenza maturato durante la faida consentì ai Li Bergolis di estendere progressivamente la propria influenza oltre Monte Sant’Angelo. Il gruppo scese verso Manfredonia, la piana e gli altri centri del Gargano, entrando in una fase di espansione criminale.
A giugno 2004 arrivò il maxi-processo alla mafia garganica, con 99 arresti, 102 imputati e accuse che comprendevano associazione mafiosa, traffico di droga, racket e 22 omicidi. Al termine del procedimento arrivarono numerose condanne, comprese pene pesanti e alcuni ergastoli.
L’ipotesi della Direzione distrettuale antimafia delineava uno scenario nel quale il cosiddetto “clan dei montanari” rappresentava il gruppo egemone, con i Li Bergolis considerati il braccio armato e i Romito indicati come componente finanziaria.
L’esito processuale modificò però quella ricostruzione. Alcuni esponenti dei Romito risultarono essere confidenti dei Carabinieri e contribuirono alle indagini. I Romito furono assolti, mentre arrivarono condanne particolarmente pesanti per Armando, Matteo e Franco Li Bergolis, rispettivamente a 27 anni, 27 anni ed ergastolo.
Il risultato giudiziario contribuì anche ad alimentare una nuova guerra tra gli ex alleati. Dal 2008 a oggi, secondo la ricostruzione riportata nel procedimento, si sono registrati 37 fatti di sangue, 26 morti, un caso di lupara bianca e 21 feriti.
Enzino Miucci e la nuova fase del clan
Con i principali esponenti Li Bergolis in carcere, la guida del gruppo sarebbe passata al cugino Enzino Miucci, conosciuto con il soprannome di “’u criature”.
Miucci aveva perso il padre e lo zio durante la faida. Era stato assolto nel precedente maxi-processo e aveva ricoperto il ruolo di guardaspalle di Franco Li Bergolis durante la latitanza di quest’ultimo, tra il 2009 e il 2010.
Secondo quanto ricostruito nella sentenza “Mari e monti”, Miucci avrebbe guidato il clan negli ultimi 17 anni, accompagnandolo attraverso le difficoltà seguite al primo maxi-processo e a una serie di omicidi e contribuendo a riportarlo a un ruolo di rilievo nel panorama criminale garganico.
Miucci è detenuto dal 2019. Nel procedimento “Mari e monti” è stato condannato a 20 anni di carcere per associazione mafiosa, droga, estorsioni e rapina. A questa pena si aggiunge una condanna a 12 anni e 8 mesi per spaccio di stupefacenti a Vieste.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e gli elementi raccolti nelle indagini hanno inoltre sostenuto l’ipotesi che Miucci abbia continuato a esercitare il proprio ruolo criminale anche dal carcere. Nel procedimento sono state condannate anche persone ritenute vicine al gruppo: 6 anni alla moglie, 14 anni al figlio, 16 anni al cognato, oltre a 20 anni per alcuni alleati attivi tra Manfredonia e Vieste.
Droga, estorsioni e la rottura dell’omertà
Il procedimento “Mari e monti” ha colpito alcuni dei principali interessi economici attribuiti al gruppo, dalle estorsioni al traffico di droga, fino all’importazione dall’Albania di ingenti quantitativi di marijuana e alle alleanze con altri gruppi criminali.
Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla collaborazione di tre pentiti, le cui dichiarazioni hanno contribuito a mettere in discussione il sistema di omertà che per lungo tempo aveva caratterizzato il territorio.
Sul fronte opposto, il procedimento “Omnia nostra”, con 32 arresti nel dicembre 2021 e 45 imputati, ha interessato il gruppo rivale Romito-Lombardi-Ricucci. Anche in questo caso sono arrivate oltre 40 condanne per reati che comprendono mafia, droga, estorsioni e omicidi.
La stagione giudiziaria, però, non sembra conclusa. Dopo aver colpito le strutture economiche e organizzative dei gruppi criminali, le indagini puntano ora a ricostruire anche la lunga scia di sangue che ha attraversato il Gargano.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno indicato presunti moventi, mandanti, esecutori e retroscena di numerosi episodi. Per gli investigatori resta ora da verificare ogni elemento attraverso riscontri e ulteriori prove, in un percorso giudiziario destinato a proseguire.
Lo riporta lagazzettadelmezzogiorno.it.



