BARI. Con provvedimento di recente pubblicazione, la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la Puglia, ha condannato Giuseppe De Benedictis, nato a Molfetta il 23 gennaio 1962, al pagamento di 61mila euro in favore del Ministero della Giustizia, oltre agli interessi legali e alle spese processuali.
La decisione è stata assunta nella camera di consiglio dell’8 luglio 2026 dal collegio composto dal presidente e relatore Pasquale Daddabbo, dal consigliere Pierpaolo Grasso e dal primo referendario Andrea Costa.
Al centro del procedimento contabile vi era il danno all’immagine provocato all’amministrazione della Giustizia dalle condotte corruttive già definitivamente accertate in sede penale. De Benedictis, all’epoca dei fatti giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Bari, era stato riconosciuto responsabile di quattro episodi di corruzione in atti giudiziari.
Il procedimento penale era stato definito in primo grado con la sentenza numero 335 del 29 marzo 2022 del giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Lecce. In quella sede De Benedictis era stato condannato a nove anni e otto mesi di reclusione.
La Corte d’appello di Lecce, con sentenza del 5 marzo 2024, aveva successivamente escluso l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis.1 del Codice penale e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, aveva rideterminato la pena in sette anni di reclusione. La Corte di cassazione aveva infine respinto il ricorso presentato dall’imputato, rendendo definitiva la pronuncia penale.
La Corte dei conti ha ricordato che, in forza dell’articolo 651 del Codice di procedura penale, la condanna irrevocabile vincola il giudice contabile per quanto riguarda l’esistenza materiale dei fatti, la loro illiceità penale e la responsabilità dell’autore.
I quattro episodi e le somme contestate
Secondo quanto definitivamente accertato nel processo penale e richiamato nella sentenza contabile, De Benedictis avrebbe ricevuto complessivamente 30.500 euro per adottare provvedimenti cautelari più favorevoli nei confronti di persone coinvolte in procedimenti per criminalità organizzata o per reati aggravati dal metodo mafioso.
In particolare, la Corte ha ricostruito quattro episodi:
3mila euro per sostituire la custodia cautelare in carcere applicata a Danilo Pietro Della Malva con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico; 20.200 euro per due provvedimenti riguardanti Roberto Dello Russo, attraverso i quali la custodia in carcere venne sostituita prima con gli arresti domiciliari presso una comunità e successivamente con la misura domiciliare nel luogo originario di residenza; 1.800 euro per sostituire la custodia cautelare in carcere applicata a Pio Michele Gianquitto con l’obbligo di dimora nel Comune di residenza; 5.500 euro per sostituire la custodia cautelare in carcere applicata ad Antonio Ippedico con gli arresti domiciliari nel Comune di residenza.
La somma complessivamente percepita, secondo il giudicato penale, ammontava dunque a 30.500 euro.
Nella motivazione, la Corte dei conti sottolinea la particolare gravità delle condotte, commesse da un magistrato nell’esercizio delle funzioni di giudice per le indagini preliminari. Secondo il collegio, De Benedictis aveva trasformato prerogative istituzionali poste a presidio della legalità e dei diritti individuali in uno strumento destinato a perseguire finalità di profitto personale. Le condotte erano state reiterate e avevano prodotto effetti favorevoli a soggetti coinvolti in procedimenti riguardanti la criminalità organizzata.
La vicenda, inoltre, aveva ottenuto un’ampia risonanza mediatica. Tale esposizione pubblica, secondo la Corte, aveva accresciuto il discredito nei confronti dell’amministrazione giudiziaria, alimentando nella collettività un sentimento di sfiducia verso l’imparzialità e l’affidabilità delle istituzioni.
I giudici hanno evidenziato come il danno all’immagine della pubblica amministrazione non coincida con la semplice percezione delle tangenti, ma consista nella compromissione del rapporto di fiducia che deve legare cittadini e istituzioni.
Per determinare il risarcimento, la Corte ha applicato l’articolo 1, comma 1-sexies, della legge numero 20 del 1994. La disposizione stabilisce che, in presenza di una condanna definitiva per un reato contro la pubblica amministrazione, il danno all’immagine si presume pari al doppio del denaro o del valore delle utilità illecitamente percepite dal dipendente pubblico, salvo prova contraria.
Poiché le tangenti accertate ammontavano complessivamente a 30.500 euro, il danno è stato determinato in 61mila euro.
La difesa aveva chiesto di ridurre il risarcimento, richiamando la collaborazione prestata da De Benedictis nel procedimento penale e la sua situazione personale ed economica. La Corte ha però ritenuto tali circostanze inidonee a dimostrare l’esistenza di un danno all’immagine inferiore rispetto alla misura prevista dalla legge.
La collaborazione processuale, si legge nella sentenza, può incidere sulla posizione penale dell’imputato, ma non riduce automaticamente il pregiudizio già arrecato alla reputazione dell’amministrazione.
A cura di Giuseppe de Filippo.




Dice un proverbio La ruota gira chi sta su torna giu chi sta giù torna su
Un detto popolare dice…il delinquente povero resta in carcere,quello ricco no…
E questi sono i motivi…
Dopo la riduzione della pena, fra non molto gli riconosceranno anche un risarcimento…. i colleghi…
Non si è capito se dopo tutto quanto sucesso, ritrovamenti, contanti, condanne ecc… ritornerà a fare il magistrato…
Se sucederà W l’Italia, patria di navigatori, poeti e scrittori ma anche truffatori, corrotti e corruttori e delinquenti vestiti in bell’abiti con tanto di camicia e cravatta ed anche qualche toga…