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TRUFFA DEMOCRAZIA La grande truffa della democrazia

Ci raccontano che finalmente arrivano le preferenze. Evviva. Poi però spunta il capolista bloccato

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
19 Settembre 2026
Politica // Politica Nazionale //

Chiamatela pure legge elettorale. Chiamatela riforma. Chiamatela finalmente una risposta alle esigenze del Paese. Chiamatela come vi pare. Ma non chiamatela libertà di scelta.

Perché qui di libero rischia di rimanere soltanto il cittadino di arrabbiarsi. La politica italiana ha una straordinaria capacità: riesce a trasformare ogni promessa di democrazia in un regolamento condominiale scritto dagli amministratori del condominio.

Ci raccontano che finalmente arrivano le preferenze. Evviva. Poi però spunta il capolista bloccato. E allora la domanda è semplice: preferenza per chi? Per quello che scelgo io o per quello che avete già scelto voi? Perché se una parte dei parlamentari viene decisa nelle segreterie dei partiti e il cittadino viene lasciato libero soltanto di aggiungere qualche nome al menù, non chiamatela partecipazione popolare.

Chiamatela per quello che è: una democrazia con il pilota automatico. Il cittadino entra nel seggio, prende la scheda, prende la matita e scopre che la sua libertà è stata accuratamente porzionata. Un po’ per lui. Il resto per loro. E loro sono sempre lì. Gli stessi. I professionisti della promessa. I professionisti dell’indignazione. I professionisti del “mai con quelli”. Quelli che la sera litigano in televisione e il giorno dopo si siedono allo stesso tavolo quando c’è da discutere di soglie, collegi, candidature e regole elettorali.

Una coincidenza, naturalmente. In Italia le coincidenze politiche durano decenni.

La preferenza che non deve disturbare

Destra e Sinistra hanno passato anni a dirci che bisognava restituire la scelta agli elettori.

Belle parole. Applausi. Convegni. Dibattiti. Poi, arrivati al dunque, hanno scoperto che la scelta degli elettori è bellissima finché non diventa troppo imprevedibile.

Perché una preferenza vera ha un difetto imperdonabile: può mandare in Parlamento qualcuno che il capo non voleva. E questo, evidentemente, è un problema. Meglio il candidato fedele. Meglio quello che non fa domande. Meglio quello che vota quando deve votare e tace quando deve tacere. Meglio il parlamentare telecomandato del cittadino che pretende di scegliere davvero. E così la politica continua a coltivare il suo grande sogno: un elettore sufficientemente libero da sentirsi democratico, ma sufficientemente controllabile da non creare problemi.

Il piccolo deve morire in silenzio

Poi ci sono i piccoli partiti. Quelli che vengono ricordati ogni cinque anni come si ricordano i parenti lontani: con qualche telefonata di circostanza e una promessa di inclusione.

“Bisogna dare voce a tutti.” Certo. Purché non siano troppi. Purché non superino le soglie. Purché raccolgano firme. Purché non disturbino. Purché entrino nella coalizione giusta. Purché accettino il candidato deciso dal partito più grosso.

La pluralità è una cosa meravigliosa, insomma, finché rimane sotto controllo.

E i Cinque Stelle?

Anche loro sanno benissimo che senza una strategia di coalizione il prezzo della legge potrebbe essere salatissimo. Ma il problema vero non è soltanto quanti parlamentari perderanno.

Il problema è che ancora una volta il cittadino rischia di trovarsi davanti a un sistema nel quale il voto non vale semplicemente per ciò che sceglie, ma per il meccanismo matematico nel quale viene infilato.

Non voti soltanto una persona. Non voti soltanto un partito. Voti anche un meccanismo che decide quanto peserà davvero la tua scelta. E chiamano tutto questo rappresentanza.

Il grande teatro del tutti contro tutti

Intanto parte il circo. Destra contro Sinistra. Sinistra contro Destra. Centro contro tutti. Tutti contro il centro. I nuovi contro i vecchi. I vecchi contro i nuovi. Gli anti-sistema che cercano spazio nel sistema. I difensori della democrazia che si ricordano della democrazia quando serve a loro. E il cittadino resta lì, spettatore pagante di uno spettacolo che non ha scelto.

La politica si è trasformata in una gigantesca rissa televisiva.

Urla. Sondaggi. Post. Insulti. Facce indignate. Dichiarazioni storiche. “Non permetteremo mai…” “È una vergogna…” “Difenderemo gli italiani…”

Poi arriva il voto parlamentare e, miracolosamente, la vergogna diventa un emendamento e l’indignazione diventa un compromesso.

La raccolta delle firme: il cancello davanti alla porta

E poi c’è la raccolta delle firme. Un altro capitolo della commedia.

Perché se davvero vuoi dimostrare che la democrazia appartiene ai cittadini, perché rendere più difficile la possibilità che nuovi soggetti politici si presentino davanti agli elettori?

Certo, servono regole. Certo, servono controlli. Certo, non può bastare che qualcuno si svegli una mattina e pretenda di essere una forza politica nazionale. Ma tra la garanzia della serietà e la costruzione di un cancello davanti alla porta della democrazia c’è una differenza enorme.

E quando quel cancello diventa troppo alto, a passare sono sempre gli stessi.

Quelli che hanno strutture. Apparati. Risorse. Organizzazione. Notorietà. Gli altri possono pure bussare. La porta, però, la aprono sempre loro.

La vera vendetta

E allora no. Le schede non si strappano. Mai. Perché strappare una scheda significa regalare alla politica il più comodo degli alibi: quello del cittadino furioso, irresponsabile, qualunquista.

No.

La scheda va conservata come uno strumento democratico.

Una piccola arma di carta. Una croce. Una preferenza. Un nome. Un “no”. Un “non con voi”. Un “avete avuto la vostra occasione”. Un “questa volta scelgo io”. La vera vendetta democratica è andare a votare e rovinare i calcoli di chi pensa di possedere il tuo voto.

Questa è la cosa che dovrebbe terrorizzare davvero le segreterie. Non una scheda strappata. Una scheda compilata. Non una cabina elettorale vuota. Una cabina elettorale piena di cittadini che hanno deciso di non farsi dire da nessuno cosa devono pensare. Perché il non voto, quando diventa disillusione permanente, è la vittoria più comoda per chi è già al potere.

Meno cittadini votano, più pesano gli apparati.

Più cresce l’astensione, più diventano importanti le clientele, le tessere, le fedeltà e i pacchetti di consenso. E allora la vera disobbedienza non è sparire. È esserci.

Cari politici, non avete paura della rabbia Avete paura della memoria. Avete paura del cittadino che ricorda. Che ricorda le promesse. Che ricorda i tradimenti. Che ricorda chi diceva una cosa prima delle elezioni e ne faceva un’altra dopo. Che ricorda chi voleva le preferenze e poi ha scoperto che erano pericolose. Che ricorda chi voleva cambiare la legge elettorale e poi ha cambiato idea quando ha capito che quella legge poteva essere conveniente.

Avete paura del cittadino che non ha più bisogno del vostro suggerimento. Perché quello è il cittadino veramente libero. Quello che non vi deve niente. Quello che non vi applaude. Quello che non vi insulta nemmeno.

Quello che vi guarda, prende la matita e decide.

E magari vi manda a casa. Non perché glielo ha ordinato un leader. Non perché glielo ha suggerito un influencer. Non perché lo ha stabilito un talk show. Ma perché, finalmente, ha scelto lui.

E questa è la parte che vi piace meno

La democrazia non è una proprietà delle segreterie. Non è un privilegio dei partiti maggiori. Non è una concessione dei capilista. Non è una gentilezza dei parlamentari. Non è un premio per chi ha più soldi, più televisioni, più manifesti o più follower.

La democrazia appartiene a chi entra in una cabina elettorale e decide.

Punto. Il resto sono regolamenti. Il resto sono tattiche. Il resto sono trucchi. Il resto è politica.

E la politica, quando dimentica di essere al servizio dei cittadini, diventa semplicemente potere che cerca di perpetuare se stesso.

È questo il vero scandalo. Non che esistano partiti diversi. Non che esistano destra e sinistra. Non che esistano coalizioni. Lo scandalo è che troppe volte ci venga chiesto di scegliere tra possibilità che qualcun altro ha già selezionato per noi. Come al ristorante, con il menù già deciso dal cuoco. Puoi scegliere. Ma soltanto tra quello che ti abbiamo preparato.

E allora votiamo

Votiamo. Votiamo anche contro. Votiamo senza chiedere il permesso. Votiamo senza sentirci obbligati a essere riconoscenti. Votiamo senza farci intimidire dai sondaggi. Votiamo senza credere che il nostro voto sia inutile. Votiamo persino turandoci il naso, se necessario, ma senza mai consegnare la nostra scelta all’astensione come gesto automatico di protesta.

Perché il potere ama due cose più di tutte: il voto controllabile e il cittadino rassegnato.

Il primo lo organizza. Il secondo lo coltiva. Ecco perché la scheda non va strappata. Va usata. Va riempita. Va trasformata in una risposta.

E se un giorno milioni di cittadini entrassero nelle cabine elettorali senza più paura di “sprecare” il voto, senza più obbedire alle tifoserie, senza più scegliere il meno peggio per riflesso condizionato, allora sì che i palazzi comincerebbero a tremare.

Non per la violenza. Per la libertà. L’ultima parola

Alla fine è tutto qui. Loro possono cambiare le leggi. Possono cambiare le coalizioni. Possono cambiare i simboli. Possono cambiare i nomi. Possono cambiare i leader. Possono perfino cambiare idea.

Quello che non dovrebbero mai poter cambiare è la libertà del cittadino di scegliere davvero. E se continueranno a costruire sistemi elettorali nei quali il cittadino conta soltanto fino a quando non diventa scomodo, prima o poi scopriranno una cosa molto semplice. Il popolo non ha bisogno di strappare le schede. Gli basta usarle. Non ha bisogno di occupare i palazzi. Gli basta ricordarsi chi li occupa. Non ha bisogno di urlare contro la democrazia. Gli basta pretendere più democrazia. E soprattutto non ha bisogno di chiedere alla politica il permesso di essere libero. Perché la libertà di scegliere non è una concessione.

È il motivo stesso per cui quella scheda esiste.

E la prossima volta che qualcuno, da un palco, da uno studio televisivo o da una segreteria di partito, proverà a spiegarti quale sarebbe il voto “utile”, quello “responsabile”, quello “necessario”, quello “strategico” o quello “giusto”…

ricordagli una sola cosa: la scheda è tua. La matita è tua. La scelta è tua.

E, almeno davanti all’urna, il padrone del tuo voto sei ancora tu.

 

1 commento su "La grande truffa della democrazia"

  1. Questo articolo dovrebbe essere la “carta costituzionale” del cittadino elettore ed andrebbe stampato e distribuito in prossimità delle elezioni, da parte di tutti i partiti che partecipano alla competizione elettorale.
    L’elettore lo conserverà e lo sbattera’ in faccia in faccia all’eletto se quanto promesso non lo attuaera’, definendolo semplicemente bugiardo e piccolo Pinocchio.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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