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Focus sulle attività illecite, sui “cults” e sui rapporti con le mafie autoctone nazionali

Il “fenomeno” della criminalità nigeriana nella relazione della Dia 2018

L’analisi specifica “in considerazione della valenza assunta sul territorio nazionale, come testimoniato dalle numerosissime indagini concluse negli ultimi anni”


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Alcuni capitoli della relazione della Dia, secondo semestre 2018, sono dedicati, com’è noto, alle organizzazioni criminali straniere in Italia (albanese, romena, cinese, nordafricana, balcanica ed ex Urss, sudamericana) definite “un complesso mosaico che si sovrappone alle mafie autoctone nazionali”. “Tradizionalmente interagiscono – scrive la Dia- con i sodalizi italiani in maniera diversa a seconda del territorio: nel sud del Paese operano con l’assenso delle organizzazioni mafiose italiane, nelle restanti regioni agiscono in sempre maggior autonomia”.
Per la prima volta, è contenuta un’analisi specifica sulla criminalità organizzata nigeriana cui si dedica un capitolo a parte (focus capitolo 13). Se ne descrivono le origini, i cults, le prime comunità in Italia, loro affiancarsi alle mafie tradizionali in particolare in Campania e in Sicilia, si fa nuovamente riferimento al famoso “Editto di Benin City” del marzo 2018 , di cui già si parlava precedentemente, che ha imposto di annullare tutte le “maledizioni e i giuramenti con riti voodoo e juju imposti alle vittime di tratta lanciando una maledizione a tutti coloro che costringessero a giurare”.

Sulle tecniche di contrasto “al fenomeno in esame”, si spiega: “Sul campo, oramai da circa tre decenni, gli Uffici investigativi centrali e territoriali della DIA, della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di finanza e le Procure Distrettuali, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, hanno progressivamente affinato le tecniche di contrasto ad un fenomeno come quello in esame, che dovrà nel tempo richiedere ulteriori sforzi investigativi analoghi a quelli dedicati alla lotta alle mafie tradizionali. Di grande rilievo è l’attenta e precomprensione di una delittuosità, come quella nigeriana, che, se letta per casi singoli, è destinata ad incidere unicamente sulla percezione della sicurezza di una delimitata area territoriale. È necessario, invece, saper leggere il fenomeno nel suo insieme, conoscerlo dal suo interno – ed in questo un grande apporto è pervenuto, negli ultimi anni, da alcuni collaboratori di giustizia nigeriani, oltre che dalle attività tecniche”.

Di seguito, alcuni stralci della relazione dal capitolo specifico sulla criminalità organizzata nigeriana “in considerazione della valenza assunta sul territorio nazionale, come testimoniato dalle numerosissime attività di indagine concluse negli ultimi anni”.
In premessa, nell’illustrare la sezione dedicata alla criminalità straniera (cap.7) e a proposito delle attività censite, la Dia annota: “Esse offrono sicuramente uno spaccato non esaustivo delle potenzialità operative di una criminalità straniera integrata e sempre più transnazionale, in grado di gestire efficacemente le filiere illecite, abbattendone i costi logistici”.

La lettura del “macrofenomeno” nigeriano

Nella complessiva analisi dei fenomeni criminali, mission di primaria importanza per la DIA, il presente Focus si propone di fornire una chiave di lettura seppur sintetica della criminalità nigeriana presente nel nostro Paese, in stretta aderenza alle risultanze investigative degli ultimi anni. Questo lavoro si pone l’obiettivo di concatenare tutta una serie di eventi per conoscere al meglio il fenomeno e valutarne compiutamente la complessiva capacità criminale. Le difficoltà incontrate in tali investigazioni si sono rivelate tendenzialmente superiori se si considera, ad esempio, quanto possa incidere, in termini di speditezza nelle indagini, la traduzione di una lingua straniera che si declina attraverso una miriade di dialetti diversi tra loro, non di rado reciprocamente incomprensibili. Saperlo comprendere, quindi, come un vero e proprio macrofenomeno, la cui analisi non può prescindere dalla conoscenza delle sue origini e delle sue proiezioni internazionali: esattamente nello stesso modo in cui abbiamo imparato a comprendere e ad affrontare la ‘ndrangheta e le altre mafie storiche autoctone, forti di un know how investigativo consolidato nel tempo e particolarmente competitivo a livello internazionale.

L’arrivo in Italia (storia)

L’arrivo di cittadini nigeriani in Italia risale agli anni ’80, perlopiù attraverso flussi migratori irregolari che si diressero, in prima battuta, nel nord Italia (Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna). A fianco ad una comunità nigeriana operosa e desiderosa di integrarsi, iniziarono progressivamente a manifestarsi sacche di illegalità. L’operatività dei primi gruppi “organizzati” venne ad evidenziarsi nei primi anni ’90 anche nel centro-sud, in particolar modo in Campania, nella provincia di Caserta e sul litorale domitio. Spesso irregolari, i cittadini nigeriani sono oggi stanziati su tutto il territorio nazionale dal nord fino al sud, con una presenza importante anche nelle isole maggiori, in particolare a Palermo e Cagliari.

Rapporto annuale del Ministero del Lavoro

Per meglio comprendere l’entità della loro presenza sul territorio nazionale è utile l’esame di alcuni dati tratti dal “Rapporto Annuale” elaborato per il 2018 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Nel Rapporto viene dato conto del numero dei nigeriani regolarmente soggiornanti nel nostro Paese, risultati, nel 2018, 103.985, in prevalenza uomini1398. Il Nord Italia rappresenta la prima meta di destinazione, accogliendone il 57,9%: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna sono le prime Regioni di insediamento, mentre la richiesta di asilo rappresenta la prima motivazione per il soggiorno (21.422). I nigeriani di sesso maschile titolari di imprese individuali, sono 13.656 pari al 3,7% degli imprenditori non comunitari presenti nel nostro Paese. La comunità, invece, risulta al terzo posto per quanto concerne l’imprenditoria femminile: 5.949 pari al 7,4% delle imprenditrici non comunitarie. Tra le principali nazionalità non comunitarie, quella nigeriana rileva il più basso tasso di occupazione (il 45,1% a fronte del 59,1% dei non comunitari) ed il più alto tasso di disoccupazione, (il 34,2%, a fronte di una media del 14,9% dei non comunitari). Sul punto, si legge nel Rapporto, “…Gli indicatori analizzati restituiscono il quadro di un’integrazione dei cittadini nigeriani nel mercato del lavoro italiano non del tutto compiuta. Tali dati sono probabilmente da collegare alle caratteristiche socio-demografiche della comunità ed alla sua storia migratoria…si tratta infatti di una delle nazionalità con una maggiore incidenza di titolari di protezione internazionale…”.
Un interessante spunto si ricava anche dalla lettura dei dati concernenti le rimesse di denaro dall’Italia verso la Nigeria, nelle quali oltre alla quota, sicuramente preponderante, di natura lecita, che attesta l’operosità della comunità nigeriana, si celano sicuramente anche i proventi di attività illegali. Nel 2018, le rimesse, pari a 74,79 milioni di euro, sono risultate il doppio di quelle del 2016.
Nel 2016 l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha fornito nei Paesi dell’Unione Europea, in Svizzera e in Norvegia assistenza diretta a 768 casi di vittime di tratta, di cui 390 donne, 116 uomini e 262 minori. Si tratta di un dato molto significativo, in quanto evidenzia come la maggior parte delle vittime assistite siano proprio di nazionalità nigeriana (pari al 59%), seguite da Bulgaria (11%), Romania (8%), Ungheria (3%) e Thailandia (2%). Per quanto concerne, invece, il traffico di sostanze stupefacenti, va tenuto conto della sempre maggiore importanza assunta dai Paesi del Centro Africa nelle rotte del narcotraffico, con la presenza di fidati referenti nei luoghi di produzione e/o di transito delle varie droghe.

I cults: la loro genesi e l’operatività sul territorio italiano

Le organizzazioni criminali nigeriane traggono la loro origine da una vera e propria degenerazione delle confraternite (cults), fondate, sul modello americano, nelle Università della regione del Delta del Niger, fin dagli anni ’50 dello scorso secolo, con lo scopo di diffondere messaggi di pace e di rispetto, condannando qualsiasi azione e forma di razzismo e di apartheid. In tempi molto brevi, tuttavia, le confraternite si evolvevano in organizzazioni criminali espandendosi anche fuori i confini delle stesse Università con sempre maggior forza e potere imponendo le proprie regole anche con l’uso della violenza, riuscendo, in breve tempo, anche ad infiltrare il mondo economico, politico e sociale del Paese. Tale espansione, e soprattutto i metodi violenti usati, indussero il legislatore nigeriano a vietare la costituzione di simili associazioni.
In considerazione della spiccata vocazione transnazionale delle organizzazioni criminali nigeriane, l’Italia, anche per la posizione strategica che riveste nel bacino del Mediterraneo, è ovviamente interessata dalle attività illecite stanziali o di transito nei settori illeciti nei quali risulta coinvolta tale organizzazione criminale.

Operatività dei clan

Permeata da uno spiccato associazionismo, in cui interagiscono diversificati centri di interesse, la criminalità nigeriana si è sviluppata al di fuori della madrepatria, sfruttando i flussi migratori. La documentazione giudiziaria ed informativa degli ultimi anni evidenzia gli ampi margini di operatività dei sodalizi nigeriani attivi in Italia, dal traffico internazionale e lo spaccio al minuto di sostanze stupefacenti alle estorsioni soprattutto in danno di cittadini africani gestori di attività commerciali, all’induzione ed allo sfruttamento della prostituzione, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla falsificazione di documenti, alla contraffazione monetaria, alla tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù, alle truffe e frodi informatiche, ai reati contro la persona e contro il patrimonio.
Le modalità di azione criminale, i collegamenti transnazionali, il vincolo omertoso che caratterizza gli associati e il timore infuso nelle vittime, hanno peraltro fatto luce, nel tempo, su un agire sotto molti versi simile alle metodiche mafiose. Tutti questi gruppi sono, infatti, organizzati in maniera verticistica al cui interno ognuno riveste il proprio ruolo. L’accesso al gruppo, gestito e disciplinato dai vertici, prevede un vero e proprio rito di affiliazione e l’obbligo alla partecipazione (mediante il pagamento di una sorta di “tassa di iscrizione”), al finanziamento della confraternita chiamata a provvedere, come tutte le organizzazioni criminali di spessore, al sostentamento delle famiglie degli affiliati detenuti, secondo un vincolo di assistenza previdenziale.

Conclusioni

L’analisi Dia proposta nei paragrafi precedenti restituisce l’immagine di una criminalità nigeriana che nonostante la pluralità dei gruppi (cults) che la compongono, si presenta compatta e con una fisionomia del tutto peculiare. Si tratta di cults che nel tempo sono stati in grado non solo di avviare importanti sinergie criminali con le organizzazioni mafiose autoctone, ma di diventare essi stessi associazioni di stampo mafioso perseguibili ai sensi dell’art.416 bis c.p.. E la Corte di Cassazione non ha mancato di sottolineare, in più occasioni, i tratti tipici di quella che giudiziariamente è stata qualificata come “mafia nigeriana”: il vincolo associativo, la forza di intimidazione, il controllo di parti del territorio e la realizzazione di profitti illeciti. Il tutto, sommato ad una componente mistico-religiosa, a codici di comportamento ancestrali e ad un uso indiscriminato della violenza, che in molti casi ha addirittura impressionato gli stessi mafiosi italiani.

Il “fenomeno” della criminalità nigeriana nella relazione della Dia 2018 ultima modifica: 2019-07-20T10:25:06+00:00 da Redazione



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