Manfredonia – ERANO le povere mamme di famiglie con molti figli, assistite dall’E.c.a (Ente Comunale Assistenza). Avevano diritto all’acquisto di un certo quantitativo di latte, ogni mese. Arrivavano con i buoni e con atteggiamento implorante chiedevano a mia madre di dar loro il danaro dell’equivalente costo del latte. Perchè, più che del latte, dicevano, i bambini hanno bisogno di indumenti, per ripararsi dal rigore del clima invernale. Mia madre le capiva benissimo e le accontentava, superando così ogni loro aspettativa, pur sapendo che il Comune di Manfredonia, sempre in deficit, le avrebbe rimborsato la cifra con notevole titardo e dopo insistenti richieste fatte per iscritto. Durante la 2^ Guerra mondiale ho conosciuto clienti molto speciali, che hanno lasciato in me un ricordo terribile e devastante. Avevo 17 anni quando ho visto il vero volto della dittatura. Si tratta dei confinati politici. Erano professionisti preparati e colti, che non condividevano la politica del regime. Essi venivano allontanati dalle loro sedi dell’Italia Settentrionale e trasferiti in varie località del Meridione. Alcuni di loro avevano la residenza coatta al “Vecchio Macello“, sito in Manfredonia, in località Porta di Foggia. Altri risiedevano alle Isole Tremiti, considerata all’epoca luogo di pena (con una struttura carceraria ndR). I confinati a turno venivano a comprare il latte, sempre accompagnati da agenti di pubblica sicurezza, sorvegliati come i peggiori delinquenti. Al di là del saluto, questi uomini non potevano pronunciare praticamente parola, ma il loro silenzio era forse più eloquente di ogni conversazione. Esprimevano con lo sguardo tutta la rabbia e il rancore che avevano dentro; cercavano comprensione negli occhi e nel cuore delle persone che contattavano per poco tempo, rimanendo muti come pesci. Avevano trovato solidarietà umana in mia madre che quasi aveva recepito il loro bisogno e non fece pertanto mancar loro delle parole di conforto. Ella serviva il latte e parlava da sola. Diceva: “il liquore è vicino a chi soffre”, “chi crede in Lui non è mai solo”, “chi crede in Lui, grandi cose vede”, e via giaculatorie a non finire. Erano messaggi di speranza, per mitigare l’amarezza dell’esilio e per incitarli a non mollare, perchè, certamente nel futuro, avrebbero ottenuto giustizia e riconoscimento. I detenuti ringraziavano con uno sguardo riconoscente, restando sempre muti. Come pesci. (Stato/Elena Falcone)
(testo e immagini in esclusiva per Stato su gentile concessione di E.Falcone)


