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La storia di Filippo De Finis, un esempio di vita


Di:

Filippo De Finis (statoquotidiano)

Manfredonia – LA sua è una storia eclatante e commovente, diretta ed eccellente. Lui si chiamava Filippo De Finis, nato a Manfredonia il 5 febbraio del 1921, suo padre Luigi, commerciante di legname, sposò Jose Albertarelli in seconde nozze – di origine friulana – quando al tempo rimase vedovo e padre di 4 figli, dalla quale ebbe per appunto Filippo, che col crescere si appassionò alla storica cultura del suo paese, iniziò con la passione per il canto ma gli piaceva dedicarsi alle origini dei costumi e mestieri della sua amata Manfredonia.

Filippo cresciuto oramai sposò Orsola Peluso, la quale a causa di una brutta malattia morì giovanissima il 31 di gennaio che cadeva proprio nel giorno di San Giovanni Bosco nel 1962. Purtroppo lei era affetta da quel male incurabile che iniziava a far vittime in qualsiasi parte dell’Italia. Ricordo in quegli anni nella nostra città quella malattia veniva chiamata in dialetto “U dulor Matron”, il dolore più grande, quello che non dava scampo e che portava dritto alla morte. Il giovane Filippo all’epoca tentò tutto per la consorte, arrivò perfino a vendersi la casa, che tanto adorava, proprio la sua di Piazza del Popolo per comprare medicinali che venivano dalla Svizzera, per tenere in vita la sua cara moglie Orsolina, riuscì col suo sforzo a tenersela accanto ancora per 4 anni dopodiché Orsola volò nel suo territorio quello per appunto lontano dal nostro.

Durante la guerra il De Finis apparteneva al corpo dei paracadutisti, il suo stile di vita era esemplare, molto coraggioso e dotato soprattutto di generosità, questa una dote che lo accompagnerà per sempre nel suo percorso terreno. Un giorno un amico Generale dell’Esercito Italiano gli chiese cosa poteva fare per lui, Filippo gli rispose:- Ho bisogno che tu mi fai vestire da capo a piedi tutti i soldati di questo plotone, plotone di cui lui non faceva parte – dai loro scarpe divise e cappotti. Il generale soddisfò appieno il suo volere.

Dopo la guerra De Finis subito intorno agli anni ’50 fino al 1978 diresse l’Ufficio di Collocamento di Manfredonia. Nelle vesti di questo nuovo incarico si trovò spesso ad affrontare questioni molto complesse avendo a che fare con la vera povertà e miseria assoluta che circolava in paese nel dopoguerra, faceva fatica a contrastare la delinquenza locale, spesso mettendo a repentaglio la propria vita.

Ad esempio esattamente nel 1961 misero una bomba proprio sotto casa sua, in più fu minacciato di morte con un coltello da delinquenti della zona per ottenere in cambio un posto di lavoro. Adottava soluzioni molto pratiche e semplici ma ahimè a quei tempi troppo rivoluzionarie, ad esempio interrompere l’abitudine dei capi mafia del luogo che abitudinariamente mandavano colazioni e o aperitivi ai dipendenti dell’Ufficio di Collocamento per ringraziare dei favori, dopo questa altalena insopportabile fece passare una circolare interna dove comunicava ai propri dipendenti di non accettare caffè o quant’altro durante le ore di lavoro a meno che non fossero offerte dalla sua stessa persona.

Per quanto riguarda la sua vita culturale fu spesso Presidente del comitato Festa Patronale,un anno ridusse i membri del comitato da 33 – di cui 1/ 3 era fatto di prelati – a soli 3 lui compreso. I soldi della festa li finanziava il Consorzio Agrario, anche se molti si perdevano nelle tasche altrui. Per questo che il De Finis decise con altre due persone di andare personalmente dai produttori per registrare il passaggio di ogni pagamento con versamento in banca che poi sarebbero serviti ad ogni tipo di spesa, banda ospiti e così via. Fu spesso anche Presidente del Carnevale Dauno sempre quanto riguardava la cultura, mentre per la parte del volontariato, si occupò di handicap e disagio fu anche li socio e presidente dell’Anffas di Manfredonia.

Inoltre fondò “radio Amica”, a metà anni ’70, assieme al prof. Giovanni Totaro, emittente definita “la radio degli argomenti culturali ad ampio raggio e spazio d’onda” .

Purtroppo – come certe storie che finiscono in modo desolante – Filippo De Finis rimase quasi solo negli ultimi tre anni della sua esistenza. Poi l’addio alla vita.

(A cura di Claudio Castriotta – Redazione Stato@riproduzione)

La storia di Filippo De Finis, un esempio di vita ultima modifica: 2013-06-21T20:23:16+00:00 da Claudio Castriotta



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Commenti


  • manfredo

    io l’ho conosciuto abbastanza il Signor De Finis,signore di altri tempi,persone gentilissima e raffinatissima,mi addolora sapere della sua dipartita.arrivederci Signor De Finis,è stato un onore averla conosciuta!…………


  • schumi

    lo conoscevo molte bene il Sig. FILIPPO molto gentile e garbato, una volta andai a foggia a prenderlo perchè lui tornava da una sua figlia che è fuori e non si sapeva cosa voleva darmi ma a me bastavano le sue storie che per me ERANO ENCICLOPEDIA. GRANDE FILIPPO


  • ciro

    ha portato un po di galanteria a manfredonia sempre affettuoso nel baciamano veramente una persona perbene educata salutava tutti e tutti lo volevano bene ciao filippo


  • il proletario

    Nel settembre del 1943 a Manfredonia c’erano ancora i tedeschi che, dopo l’Armistizio, avevano perso la qualifica di “Alleati” per diventare i nuovi nemici. Avevano iniziato a evacuare, con lunghe autocolonne che si componevano a monte della via Scaloria, dirigendosi a nord, percorrendo le strade secondarie del Gargano. L’ultimo sabato del mese, nel primo pomeriggio, si riunì clandestinamente, in una masseria alle falde del monte Gargano, a metà strada tra Macchia e il vallone di Pulsano, un gruppo abbastanza numeroso di “dissidenti”, che non erano ancora chiamati “partigiani”, con lo scopo di formare un Comitato di lotta che aderisse al Comitato Nazionale di Liberazione. Era composto un po’ da tutte le categorie e ceti sociali del paese, professionisti, insegnanti, artigiani e piccoli commercianti, nonché un buon numero di studenti, come gli universitari Michele Magno e Filippo De Finis.
    Parlando di lotta, tutti convennero che per farla occorrevano le armi, e Filippo De Finis subito si offrì di procurarle, affermando di poterle prendere ai tedeschi stessi, senza molti pericoli. Il ventiduenne Filippo espose il suo piano e chiese di essere accompagnato da almeno un aiutante. L’unico volontario che si offrì fu un giovanissimo studente, non ancora quindicenne. L’obiettivo dei due era di raggiungere la chiusa del Barone Cessa dove, fra gli ulivi, erano nascosti e mimetizzati molti automezzi e blindati tedeschi. Ci arrivarono percorrendo strade sulla costa, nascosti dai muretti a secco, incontrando e recuperando un mulo dei tedeschi, di quelli utilizzati al trasporto di armi, ormai inutile per i lunghi tragitti. Infatti, preparandosi a scappare, i tedeschi caricavano i camion di bidoni di carburanti, sacrificando armi e munizioni che scaricavano sulla battigia, davanti alle grotte della Calafico. Le casse di fucili mitragliatori StG-44 le buttavano giù direttamente dal ciglio del burrone e, naturalmente, si sfasciavano e liberavano i fucili e i caricatori. Il più giovane rimase di vedetta sul ciglio della grotta, mentre De Finis scese sulla spiaggia e si nascose in fondo alla grotta. Al segnale di via libera, correva e prelevava i fucili e le munizioni, prese anche una mitragliatrice leggera e qualche caricatore, ma anche un paio di quelle micidiali bombe a mano a forma di pestello. Con calma, fatica e sacrificio, le issarono sulla strada e le caricarono sul basto del mulo. Sempre costeggiando il mare, si avviarono verso la masseria nascosti dai muretti. Non avevano ancora raggiunto la strada nazionale quando udirono alle loro spalle molte forti esplosioni, fiamme e fumo: i tedeschi avevano fatto scoppiare le armi e le munizioni sulla battigia.
    Fu molto arduo dover attraversare la nazionale per il continuo viavai di mezzi e camion tedeschi. Dovettero attendere un momento di pace e di silenzio assoluto sulla strada per attraversarla, con il mulo che faceva capricci e non smetteva di protestare.
    Tra una cosa e l’altra, arrivarono alla masseria quando ormai era quasi buio, ma prima, nei pressi, avvertirono un gradevole profumo di carne alla brace: il Comitato, in attesa, ingannava il tempo con una lunga tavolata.
    Filippo De Finis, ricordando la fatica e i pericoli corsi, si sentì quasi offeso e volle vendicarsi. Spiegò al suo collega come si caricava e si sparava il fucile, si piazzarono dietro al muretto ai due lati dell’aia e cominciarono a sparare in aria. I commensali si ripararono sotto i tavoli. Poi Filippo armò e lancio una delle sue granate in una piccola baracca di legno che, in tempi passati, era stata una latrina di campagna. L’esplosione fu più forte di quanto avesse pensato e schegge e calcinacci caddero addirittura sui tavoli. A questo punto il Comitato uscì con le mani alzate chiamando i Kameraten. Filippo imitò l’ordine di arrendersi in tedesco, ma la voce giovanile lo tradì e tutto finì a “tarallucci e vino”.
    Questo racconto mi fu fatto dallo stesso Filippo De Finis, in macchina, da Foggia a Manfredonia, passeggeri di un comune amico proprietario e autista dell’auto. Era circa il 1963 o ’64, ed era iniziato con la domanda: “Tuo fratello ti ha mai raccontato di quando andammo insieme, io e lui, a prendere le armi ai tedeschi?” Infatti, quel quindicenne studente era il mio fratello maggiore.
    Quando gli chiesi conferma del racconto, mio fratello disse soltanto che quelle cose non si raccontano in giro. Ma Filippo tenne a precisare che quell’avventura fu anche l’inizio di una grande, lunga e affettuosa amicizia.


  • Giuliana

    De Finis , davvero un signore soprattutto nella vita di tutti i giorni .Grazie direzione Stato bravi


  • Redazione

    Grazie di cuore per la testimonianza, a presto, Red.Stato


  • Redazione

    Grazie all’autore Claudio Castriotta, buona giornata; Red.Stato


  • Claudio

    Sono l’autore del testo ringrazio vivamente il Proletario per la sua testimonianza su Filippo De Finis .


  • Lucio

    Che storia questa del De Finis grazie per averla raccontata e resa pubblica a tanti di noi che non sapeva nulla.


  • parente

    I parenti si stanno organizzando per chiedere il nome di una piazza a suo nome. Essendoci già una via intestata al generale De Finis, fratello di Filippo. E’ desolante che l’amministrazione pubblica, informata per tempo del funerale non abbia speso nenche una mezza virgola. Invitiamo tutti coloro che hanno una storia condivisa con don Filippo a comunicarla per rendere giustizia e lustro a questo concittadino illustre, capace anche di dire in faccia al ministro del lavoro in visita a Manfredonia negli anni 60: “Lei ministro è un incompetente”.


  • caro vecchio diario

    Non sapevo che De Finis fu il cofondatore di radio amica.


  • Corto Maltese

    “Lei ministro è un incompetente”. e chi di noi oggi avrebbe questo coraggio?!?!


  • Ferruccio Gemmellaro

    I De Finis, una famiglia di storica e nobile discendenza cipriota-veneziana; ne ho tracciato l’apparizione intorno al XVII secolo nelle terre meridionali con l’intervento del 19 ottobre 2012 dal titolo “I tratturi, la pastorizia e i De Finis , qui pubblicato e al quale rimanderei il lettore interessato.


  • parente

    Dare dell’incompetente de visu al ministro del lavoro DC in pieni anni 60 non è la stessa cosa di scrivere un post sulla pagina facebook ufficiale.


  • Milli

    Una grande passione la sua per Manfredonia per la gente Sipontina,che osava definire la sua vita.


  • leonardo

    per Filippo, galantuomo di altri tempi, che ha amato veramente la gente e questo paese, meriterebbe a pieni voti che gli venga intitolata una strada per ricordo.


  • sole

    Ricordo benissimo la sua gentilezza ed eleganza, sprizzava bontà da tutti i pori.Non creda esista più quella raffinatezza.


  • Luigi Schiano

    Ho sempre pensato che Filippo De Finis fosse uno di quei rappresentanti dell’umanità che Dio aveva creato come termine di paragone per distinguere, su questa terra, i buoni dai cattivi, o se preferite i galantuomini dai mascalzoni. Con Filippo mi accomunava un problema familiare: entrambi avevamo nelle nostre famiglie (lui un figlio, io una sorella) affetti dalla nascita da simile patologia cerebrale e conseguentemente ricoverati a Foggia presso lo stesso istituto. In questo luogo di dolore ci incontravamo la domenica nel corso delle visite ai nostri rispettivi familiari e ci scambiavamo idee, pensieri e quant’altro. La sua frequentazione ha migliorato anche me. Gentleman di altri tempi mi ricordava, col suo inchino e baciamano alle signore la belle epoque parigina. E che dire della sua cultura! Insomma con Filippo, anzi Don Filippo, se n’è andato un pezzo della Manfredonia bene che già lo rimpiange.Addio Filippo e grazie per quanto hai fatto per migliorare questa città.


  • Antonio Racioppa

    Mi ricordo ancora il suo sorriso di incoraggiamento, quando portai il mio libretto di lavoro, con la qualifica professionale di “impiegato”, nell’estate del 1957. Avevo 18 anni.
    “Cerchi lavoro come impiegato?… Uhmmm,… un po’ difficile! Ma vedrai che uscirà qualcosa. Auguri! Ce la farai!”
    Fu profetico. Trovai lavoro dopo pochi mesi.


  • Claudio Castriotta

    Ringrazio i lettori per la loro testimonianza.Mi auguro che vengano fuori le tante testimonianze sul De Finis chiuse dal tempo.


  • carla rita sabatelli

    era un amico di famiglia.Mia madre mi aveva parlato anche della sua amatissima moglie oltre che della sua eleganza e galanteria nei rapporti con tutti.Ricordo bene la sua raffinatezza ed il suo modo gentile di salutarmi ed inviare i saluti soventemente a casa.E’ stato un onore averlo conosciuto e sono certa che per tutti è stato così.


  • Mario Correale

    Me lo ricordo mi ha visto crescere


  • M.Libera

    Ho avuto la fortuna di conoscerlo. Era il capoufficio di mia madre. Io ero piccolissima, ma lo ricordo con tanto affetto. Molte volte mia madre mi portava in ufficio con lei e lui mi trattava come una vera nipotina , sempre molto dolce e gentile. Con le signore dell’ufficio, poi, era sempre molto delicato . Un vero signore e galantuomo come non esistevano più! Ero affascinata da tanta gentilezza e anche dopo, quando andò in pensione, ogni volta che m’incontrava , mi salutava come se fossi davvero una sua parente, riempendomi sempre di tanti complimenti! Direi una persona davvero speciale , difficile da dimenticare!


  • saverio

    Filippo de finis un vero signore…. uomo d’i altri tempi… restera’ sempre nei miei ricordi da bambino con i suoi modi e la sua innata gentilezza…

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