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SINDACATO OPERAI Il sindacato che ha dimenticato gli operai

C'era un tempo in cui il sindacato era l'ultimo baluardo contro i soprusi dei padroni. Non era perfetto, ma rappresentava una certezza per chi viveva del proprio lavoro

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
21 Giugno 2026
Manfredonia // Politica //

Il sindacato che ha dimenticato gli operai

C’era un tempo in cui il sindacato era l’ultimo baluardo contro i soprusi dei padroni. Non era perfetto, ma rappresentava una certezza per chi viveva del proprio lavoro. Davanti ai cancelli delle fabbriche, nelle corsie degli ospedali, negli uffici e nei cantieri, c’era la convinzione che qualcuno fosse pronto a difendere i diritti dei lavoratori senza compromessi.

Oggi quella certezza si è incrinata.

Negli anni, troppi dirigenti sindacali hanno abbandonato le tute e i luoghi di lavoro per approdare nei palazzi della politica. Parlamentari, assessori, consiglieri regionali, sottosegretari: una migrazione continua che ha finito per alimentare un dubbio sempre più diffuso tra i lavoratori. Il sindacato difende ancora chi lavora o è diventato parte integrante di quel sistema di potere che dovrebbe controllare e contrastare?

La distanza tra vertici e base non è una percezione astratta. Ha nomi, cognomi e vertenze che raccontano anni di promesse, tavoli istituzionali e risultati spesso insufficienti.

Gli ex lavoratori Unilever attendono ancora che alle parole seguano risposte definitive e garanzie occupazionali stabili. Le vicende che hanno interessato la Casa Sollievo della Sofferenza hanno portato all’attenzione pubblica le difficoltà di molti dipendenti tra organizzazione del lavoro, carichi crescenti e richieste di maggiori tutele. Nelle fabbriche Stellantis migliaia di operai vivono da anni tra cassa integrazione, riduzione delle produzioni e continui interrogativi sul futuro industriale degli stabilimenti italiani.

E poi c’è la ferita Whirlpool, simbolo di una battaglia combattuta per anni contro le logiche delle multinazionali e delle delocalizzazioni. Manifestazioni, scioperi, incontri ministeriali e promesse solenni non hanno evitato il dramma vissuto da centinaia di famiglie.

Ma l’elenco potrebbe continuare.

Dalla sanità all’industria farmaceutica, dalle grandi aziende ai siti produttivi periferici, sono molte le realtà in cui i lavoratori si sono sentiti soli. Anche nelle vicende che hanno coinvolto aziende come Menarini e in tante altre crisi industriali e occupazionali, la sensazione diffusa è stata quella di una tutela insufficiente rispetto alla forza economica e politica delle controparti.

Ancora più emblematico è il caso di molti lavoratori che, dopo anni di iscrizione e contributi sindacali, si sono ritrovati a combattere battaglie quasi in solitudine. Operai licenziati, lavoratori in cassa integrazione per periodi interminabili, personale sanitario sottoposto a carichi di lavoro sempre più gravosi, dipendenti coinvolti in processi di riorganizzazione aziendale senza adeguate garanzie.

Nel frattempo i salari reali perdono valore, il precariato aumenta, la sicurezza sul lavoro continua a essere un’emergenza nazionale e migliaia di giovani sono costretti a scegliere tra emigrazione e lavoro sottopagato.

Il problema non è soltanto ciò che il sindacato ha fatto. È soprattutto ciò che non è riuscito a fare.

Non ha impedito che interi comparti produttivi venissero smantellati. Non ha saputo contrastare efficacemente la fuga delle multinazionali. Non ha fermato il progressivo impoverimento del lavoro dipendente. Non ha costruito una risposta adeguata alla crescente precarizzazione del mercato del lavoro.

Naturalmente le responsabilità non sono esclusivamente sindacali.

Governi, imprese, multinazionali e scelte economiche internazionali hanno avuto un peso enorme. Ma proprio per questo motivo il ruolo del sindacato avrebbe dovuto essere ancora più forte, più indipendente e più vicino ai lavoratori.

Molti operai oggi non chiedono miracoli. Chiedono presenza, coraggio e coerenza.

Chiedono che chi li rappresenta torni a stare davanti ai cancelli delle fabbriche invece che nelle segreterie ministeriali. Chiedono che il sindacato torni a essere un soggetto di lotta e non soltanto di mediazione.

Perché quando un lavoratore perde il posto, quando una fabbrica chiude, quando un reparto viene ridimensionato, quando una corsia ospedaliera resta senza personale, ciò che conta non sono i comunicati stampa o le fotografie ai tavoli istituzionali. Contano i risultati.

E se migliaia di lavoratori oggi si sentono abbandonati, allora forse è arrivato il momento di porsi una domanda scomoda: il sindacato rappresenta ancora il mondo del lavoro o rappresenta ormai soprattutto sé stesso?

È una domanda dura, ma necessaria. Perché quando chi dovrebbe difendere gli ultimi smette di essere percepito come il loro difensore, non si perde soltanto consenso. Si perde la ragione stessa della propria esistenza.

A cura di Maurizio Varriano.

 

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