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La fine dei Greene – S.S. Van Dine, 1928 (2010)


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Bologna/Manfredonia – L’estate è la stagione ideale per dedicarsi alla lettura di libri appassionanti e leggeri come i gialli. Può essere quindi l’occasione di rispolverare un grande classico del genere, La fine dei Greene, considerato tra i delitti più ingegnosi che sia mai stato creato nella storia del giallo.

LA FINE DEI GREENE. Il patriarca Tobia Greene, alla sua morte, ha lasciato l’eredità a moglie e figli, che devono sottostare però a una regola tassativa: vivere tutti insieme nella stessa casa per venticinque anni. Una notte qualcuno entra nella dimora dei Greene, uccide una componente della famiglia e ne ferisce un’altra. Un delitto apparentemente inspiegabile, nonostante alcuni indizi lasciati forse volontariamente dall’assassino sui quali impostare l’inizio delle indagini. Nessuno sospetta che l’incubo, per i Greene, è soltanto alle prime battute.

ANALISI. La fine dei Greene è un romanzo del 1928, il terzo con protagonista Philo Vance, le cui avventure hanno riscosso uno strepitoso successo negli Stati Uniti e in Europa per più di un decennio, arco di tempo coperto dall’uscita di ben dodici libri. Episodi più volte portati sul grande schermo, mai doppiati in Italia, dove però si ricorda l’interpretazione di Giorgio Albertazzi, nel 1974, in una serie televisiva in sei puntate che riprendeva piuttosto fedelmente le trame dei primi tre romanzi di S.S. Van Dine. Le opere di S.S. Van Dine sono state tradotte e pubblicate in Italia varie volte, spesso però in forma non integrale. A Philo Vance si devono “le caratteristiche che accomuneranno pressoché tutti gli investigatori del giallo classico: benestanti se non aristocratici, comunque raffinati; indagano per mera curiosità, o diletto, per il puro, disinteressato piacere di mettere alla prova la forza della ragione umana; la loro sola deontologia è quella della verità”. La fine dei Greene è considerato un romanzo sperimentale e innovativo, esempio per altri scrittori che si sono cimentati nello stesso genere. La trama è ricca di suspense, il mistero svelato solo alla fine e piuttosto sorprendente, anche nelle spiegazioni addotte.

L’AUTORE. Prima di diventare S.S. Van Dine, Willard Huntington Wright era un brillante intellettuale newyorkese, laureato alla Harvard University, noto come giornalista e raffinato critico d’arte, collaboratore delle migliori testate dell’Est e autore, a 28 anni, di un romanzo sperimentale, The man of primise, che i critici giudicarono con grande favore. All’età di 35 anni, Willard Huntington Wright si ammalò di tubercolosi e, costretto a letto, i medici gli consigliarono vivamente di abbandonare il lavoro, e di dedicarsi a letture “amene” come il romanzo poliziesco. L’argomento lo appassionò a tal punto che Wright decise di scrivere una “storia del giallo”, e di lì a breve si cimentò egli stesso nel genere con un romanzo, La strana morte del signor Benson, pubblicato con lo pseudonimo S.S. Van Dine, in cui per la prima volta si affacciava sulle scene della detective story l’esteta, intellettuale, aristocratico, snob, cultore d’arte e di molto altro ancora: Philo Vance.

Il giudizio di Carmine
S.S. Van Dine
LA FINE DEI GREENE
1928 (2010), Barbera Editore

(A cura di Carmine Totaro – Statoquotidiano@riproduzioneriservata)

La fine dei Greene – S.S. Van Dine, 1928 (2010) ultima modifica: 2014-07-21T00:06:42+00:00 da Carmine Totaro



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