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GARGANO MON AMOUR Ci sono luoghi che non cambiano soltanto volto. Cambiano destino

Dal Gargano delle faide al Gargano dell’accoglienza

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
21 Agosto 2026
Economia // Gargano //

E quando accade, bisogna avere la memoria e l’onestà di accorgersene. Perché dimenticare da dove si viene significa, spesso, non comprendere fino in fondo quanto sia straordinario il punto al quale si è arrivati.

Il Gargano, per una lunga stagione della sua storia recente, è stato anche il luogo della paura. Un territorio raccontato nelle cronache per le faide, gli attentati, i sequestri, le auto rubate, gli incendi, le vendette. Una terra bellissima costretta, quasi suo malgrado, a convivere con una reputazione terribile.

Basti pensare a ciò che accadde a partire dal 1978, quando un conflitto nato attorno a un litigio tra allevatori e a un’accusa di abigeato cominciò a trasformarsi in una spirale di sangue. Negli anni successivi la faida avrebbe lasciato decine di morti e una lunga scia di paura.

Era un Gargano nel quale persino la bellezza sembrava avere paura di mostrarsi.

Le stesse strade che oggi conducono i turisti verso il mare erano, per qualcuno, strade da percorrere con prudenza. Le campagne, che oggi vengono attraversate alla ricerca del silenzio, potevano diventare teatro di agguati. E persino il turismo, che oggi rappresenta una delle grandi ricchezze del territorio, non era immune dalle ombre della criminalità.

Ci fu un tempo in cui il Gargano sembrava raccontare soprattutto la cronaca nera.

Eppure, sotto quella crosta di violenza, continuava a esserci un’altra storia.

C’erano i pescatori che uscivano all’alba. I contadini. Gli allevatori. Le donne che tenevano in piedi le famiglie. Gli albergatori che continuavano ad aprire le loro porte. C’erano ragazzi che volevano restare. C’erano persone che, semplicemente, non si erano rassegnate all’idea che il proprio paese dovesse essere identificato con il male.

E intanto, quasi in silenzio, cominciava un’altra rivoluzione.

Il turismo cresceva. La natura cominciava a diventare non soltanto una ricchezza da sfruttare, ma un patrimonio da proteggere. Nel 1995 veniva istituito il Parco Nazionale del Gargano, al termine di un percorso avviato negli anni precedenti anche attraverso una crescente attenzione ambientalista.

È difficile immaginare un simbolo più potente.

Una terra che per anni era stata raccontata attraverso il controllo del territorio cominciava a essere raccontata attraverso la sua tutela.

E poi arrivarono i visitatori.

Prima lentamente. Poi sempre più numerosi.

Arrivarono quelli che cercavano il mare trasparente di Vieste, le falesie, le grotte, le calette nascoste. Arrivarono quelli che volevano salire verso la Foresta Umbra, scoprire i paesi, fermarsi davanti a un tramonto, mangiare, dormire, tornare. Arrivarono quelle che volevano conoscere la storia di Re Manfredi, il mare calmo di Manfredonia, il suo maniero e la sua gente.

E il Gargano scoprì una cosa semplice e potentissima: che un territorio può vivere anche della propria bellezza.

Non è stato tutto facile. Non lo è ancora.

Già negli anni Novanta gli osservatori più attenti mettevano in guardia dalle contraddizioni del boom turistico: la stagionalità, la pressione edilizia, il rischio di consumare proprio ciò che rendeva prezioso il territorio.

E questa è forse la difficoltà più grande del presente: non basta aver sconfitto una parte della paura. Bisogna evitare che la bellezza diventi essa stessa vittima del successo.

Perché il Gargano non deve soltanto attirare il mondo. Deve riuscire a conservarsi mentre il mondo arriva.

Deve creare lavoro senza svendere la propria anima. Deve accogliere senza trasformarsi in un enorme villaggio turistico senz’anima. Deve permettere ai giovani di trovare un futuro senza costringerli ad abbandonare la propria terra.

E soprattutto deve continuare a vigilare.

Perché sarebbe un errore imperdonabile confondere il cambiamento con la definitiva scomparsa del problema. Ancora oggi episodi gravissimi dimostrano che le vecchie ombre non sono evaporate. Nel luglio 2026, proprio nel cuore della stagione turistica, due episodi di violenza a Vieste hanno riacceso l’allarme sulla criminalità del territorio.

Ma forse è proprio questo il punto. Il Gargano di oggi non è un luogo senza problemi. È un luogo che ha imparato a non lasciarsi definire soltanto dai propri problemi.

Ed è una differenza enorme.

Perché una terra può essere ferita senza essere perduta. Può conoscere la violenza senza appartenere alla violenza. Può avere conosciuto uomini che guardavano il mondo attraverso la canna di una pistola e, un giorno, decidere che il proprio futuro dovrà essere guardato attraverso una finestra aperta sul mare.

Questa è la trasformazione che merita di essere raccontata.

Il turista che oggi arriva sul Gargano forse non sa che cosa c’era prima. Forse non sa quanta paura abbia attraversato quelle strade. Forse non sa che alcune di quelle montagne, quelle campagne e quei paesi hanno conosciuto anni nei quali il silenzio non era poesia, ma paura.

E va bene così.

Perché il più bel risultato di una rinascita è proprio questo: fare in modo che le generazioni future possano non conoscere ciò che quelle precedenti hanno dovuto sopportare.

Oggi il mare canta un’altra canzone.

Canta nelle baie di Vieste, davanti a Peschici, lungo le coste di Mattinata e Mandìfredonia. Canta nella luce che scende sulle case bianche, nei passi dei viaggiatori, nei tavoli apparecchiati, nei bambini che corrono sulla spiaggia.

E viene davvero da pensare a Omero.

A un canto antico che, dopo avere attraversato guerre, naufragi e tempeste, finalmente approda su una riva. Quella riva potrebbe essere il Gargano.

Ma non bisogna illudersi che il viaggio sia finito. Il vento può cambiare ancora.

Per questo bisogna custodire ciò che è stato conquistato. Difendere la legalità. Difendere il paesaggio. Difendere il lavoro onesto. Difendere la qualità del turismo. Difendere soprattutto la speranza di chi ha deciso di restare.

Perché il Gargano non ha bisogno di dimenticare le sue notti. Ha bisogno di ricordarle mentre costruisce i suoi giorni.

E forse la frase più bella da lasciare a questa terra è proprio questa:

che nessuno le chieda di diventare un paradiso. Le si chieda soltanto di continuare a diventare migliore.

Il resto lo farà il mare.

Che ha conosciuto il rumore degli spari e oggi, per fortuna, può tornare a cantare.

E il vento, quello stesso vento che per anni ha portato con sé paura e cattive notizie, sembra finalmente avere cambiato direzione. Soffia verso il futuro. E porta con sé parole nuove. Parole di bellezza. Parole di coraggio.

Parole di speranza. Parole che, questa volta, non sono più stonate.

di Maurizio Varriano

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