Un’indagine condotta dal team di Serenis Nutrizione ha interrogato 25 professionisti della nutrizione, chiedendo quali convinzioni sbagliate sul cibo incontrano più spesso tra i pazienti. Le risposte raccontano qualcosa di più interessante di una semplice lista di luoghi comuni: quasi tutte nascono dallo stesso equivoco di fondo.
Non è il cibo il problema, ma come lo guardiamo
Quali sono i falsi miti alimentari più ricorrenti in studio? E quale, tra questi, preoccupa di più chi lavora ogni giorno con i pazienti? Partendo da queste due domande abbiamo raccolto le testimonianze di 25 biologi nutrizionisti, dietisti e specialisti dei disturbi alimentari in Italia.
A un primo sguardo, le risposte sembrano il solito campionario di credenze da tavola: i carboidrati che farebbero ingrassare, la frutta sconsigliata dopo i pasti, il miele considerato più sano dello zucchero, il glutine eliminato per sentirsi più leggeri. Guardandole con più attenzione, però, emerge un denominatore comune sorprendente: quasi sempre dietro c’è lo stesso schema mentale, fatto di regole, divieti e giudizi sul cibo.
Ed è qui che arriva il dato più interessante dell’indagine: il mito segnalato più spesso non è quello che preoccupa di più. Sui carboidrati la squadra è quasi compatta, ma quando si chiede quale equivoco sia davvero rischioso, le risposte cambiano direzione. Il nodo, per chi ha a che fare ogni giorno con pazienti reali, difficilmente riguarda un piatto di pasta: riguarda l’ansia che gli ruota intorno.
Il mito più ripetuto: i carboidrati
Tra tutte le convinzioni raccolte, quella dei carboidrati resta la più gettonata, in tutte le sue declinazioni: evitarli la sera, preferire il riso alla pasta, tagliarli per perdere peso. È il mito che compare praticamente in ogni questionario.
Eppure, quando si passa a chiedere quale equivoco desti più preoccupazione, i carboidrati scendono nella classifica. Chi li segnala non lo fa quasi mai per l’alimento in sé, ma per il meccanismo mentale che lo accompagna. Come racconta Irene Celestre, biologa nutrizionista, si tratta della convinzione più diffusa in assoluto, capace di tenere il paziente in un costante stato di controllo, come se mangiarne troppi fosse sempre un errore da riparare.
Il nodo non è dunque la pasta, ma la sorveglianza che si costruisce attorno a un’intera categoria di alimenti. Diversi professionisti lo ribadiscono con chiarezza: nessun cibo, da solo, determina l’aumento di peso. Contano l’equilibrio complessivo dell’alimentazione e lo stile di vita nel suo insieme. Pane, pasta e riso non vanno demonizzati: la questione non è se mangiarli, ma come distribuirli con equilibrio nella giornata.
Cibo “buono” e cibo “cattivo”: la divisione più pericolosa
Se per frequenza il primato resta ai carboidrati, il mito che i professionisti temono di più è un altro: l’abitudine di dividere gli alimenti in categorie morali, permessi e vietati, buoni e cattivi. In una forma ancora più sottile, questo schema si traduce nell’idea che mangiare in modo sano significhi mangiare senza mai sbagliare.
Su questo punto le testimonianze raccolte sono sorprendentemente concordi. Silvia Bigucci, dietista-nutrizionista specializzata nei disturbi del comportamento alimentare, descrive con precisione il rischio: questo tipo di classificazione porta spesso a un’alternanza tra fasi di restrizione e momenti di perdita di controllo, accompagnate da ansia e senso di colpa, fino a compromettere la capacità di riconoscere i segnali naturali di fame e sazietà.
C’è poi una versione ancora più difficile da individuare, perché socialmente premiata: il mito della perfezione alimentare. Mirko Ragazzini, biologo nutrizionista clinico, la considera tra le convinzioni più insidiose in circolazione, perché trasforma ogni scelta a tavola in un giudizio morale, dividendo il cibo tra ciò che è “puro” e ciò che è “sbagliato”.
Il meccanismo che ne segue si ripete quasi sempre uguale: un pasto vissuto come sbagliato diventa un fallimento personale, arriva la sensazione di aver rovinato tutto, e da lì parte il classico circolo tra restrizione ed eccesso. Le conseguenze vanno oltre il piatto: c’è chi rinuncia a cene e occasioni conviviali per paura di uscire dallo schema che si è imposto. Il messaggio condiviso da molti professionisti è che un’alimentazione sana non coincide con una lista di divieti, ma con un equilibrio flessibile, dove nessun singolo alimento può essere considerato dannoso di per sé.
L’equazione “meno mangio, prima dimagrisco”
Il terzo grande filone che attraversa le risposte riguarda un’equazione molto radicata: quella tra dimagrimento e privazione. Si presenta in molte forme diverse: saltare colazione o spuntini per risparmiare calorie, ridurre le porzioni all’osso, compensare un pasto abbondante con un digiuno o con un allenamento vissuto come una sorta di castigo.
Sara Moscato, biologa nutrizionista, sintetizza bene la spirale che ne può derivare: restrizione eccessiva, fame percepita come “meritata” quasi fosse una punizione, rinunce, frustrazione, ansia, senso di colpa continuo e aspettative spesso irrealistiche sul proprio percorso alimentare.
Molti professionisti fanno notare che questa strategia tende a produrre l’effetto opposto a quello desiderato: saltare i pasti per dimagrire velocemente aumenta la fame nelle ore successive e favorisce scelte alimentari impulsive. La logica della compensazione, in particolare, trasforma ogni pasto in qualcosa “da guadagnare” o “da smaltire”. Come ricordano diverse risposte raccolte, un singolo pasto non definisce mai, da solo, il percorso alimentare di una persona: conta la sostenibilità nel tempo, non il rigore del singolo giorno. Distribuire bene i pasti nell’arco della giornata aiuta a gestire fame, energia e sazietà molto più di qualsiasi restrizione drastica.
Eliminare “per prudenza”: quando è il divieto stesso a creare il problema
Un altro gruppo di risposte tocca un aspetto che va oltre la sfera psicologica e riguarda direttamente la salute: l’abitudine di eliminare interi alimenti “per sicurezza”, senza una diagnosi alle spalle. In cima alla lista compare il glutine, seguito da lattosio, legumi e alcune verdure.
Qui il campanello d’allarme è concreto. Diversi professionisti segnalano che eliminare il glutine prima di eventuali accertamenti può rendere più complicato, in un secondo momento, arrivare a una diagnosi corretta di celiachia. C’è poi l’automatismo secondo cui, se un alimento gonfia, si è automaticamente intolleranti. Simone Di Stefano, biologo nutrizionista specializzando in Scienza dell’Alimentazione, invita alla cautela: un sintomo isolato non basta da solo a dimostrare un’intolleranza. Prima di escludere intere categorie di alimenti serve valutare il contesto, le quantità e, quando necessario, procedere con accertamenti adeguati.
Gonfiore e pesantezza, spiegano i professionisti coinvolti, sono segnali aspecifici: possono dipendere da quantità, frequenza dei pasti, velocità con cui si mangia, livello di stress e da molti altri fattori. Attribuirli sempre a un unico alimento rischia di innescare eliminazioni a catena, con diete sempre più povere e un dubbio che resta irrisolto. Prima di cancellare un cibo per sempre dalla propria dieta, meglio capire con un professionista da cosa dipenda davvero il disturbo.
Il nuovo mito digitale: le calorie contate dall’app
Accanto alle credenze più classiche, la ricerca fa emergere anche un fenomeno più recente: l’uso di app e strumenti di intelligenza artificiale per contare le calorie, come se quel numero, da solo, bastasse a definire un’alimentazione sana, in linea con quanto indicato dalle linee guida del Ministero della Salute. L’idea di fondo è semplice: se il totale calorico torna, allora va bene mangiare qualsiasi cosa.
I professionisti che sollevano questo punto non demonizzano gli strumenti digitali in sé, ma segnalano il rischio di ridurre il cibo a pura matematica. Due giornate con lo stesso apporto calorico, ricordano, possono essere molto diverse per qualità nutrizionale, fibre, proteine e sodio. E davanti a una condizione clinica specifica, affidarsi solo al conteggio automatico fa perdere proprio l’elemento più prezioso: la personalizzazione. Le calorie restano un dato utile, non l’unico su cui basare le proprie scelte: un’app può aiutare a costruire consapevolezza, ma non sostituisce uno sguardo d’insieme sull’alimentazione.
Un filo comune, dietro miti diversi
Messe una accanto all’altra, le 25 testimonianze restituiscono un quadro più coerente di quanto sembri a prima vista. I falsi miti citati toccano temi molto diversi tra loro, dai carboidrati al glutine, dagli spuntini saltati alle app per contare le calorie, ma condividono quasi sempre la stessa radice: un pensiero rigido, tutto-o-niente, che divide il cibo in giusto e sbagliato e insegue l’idea di una regola perfetta da seguire.
Non a caso, quando i professionisti indicano il mito che li preoccupa maggiormente, raramente puntano il dito contro un alimento specifico: puntano il dito contro un atteggiamento. Il problema, secondo quanto raccolto, riguarda meno cosa si mangia e più come si vive il proprio rapporto con il cibo, con serenità o con ansia, con flessibilità o con senso di colpa. Uno spostamento di prospettiva che porta l’attenzione dal singolo pasto alla costruzione di abitudini durature.
In conclusione
Questa raccolta di testimonianze mostra come i falsi miti alimentari, nella maggior parte dei casi, non riguardino davvero il cibo, ma il rapporto che ciascuno costruisce con esso. Dimagrire non significa privarsi, e le strategie più restrittive sono spesso anche le meno sostenibili nel tempo. E prima di eliminare un alimento “per prudenza”, vale la pena capire da dove nasca quella scelta.
Il filo che attraversa quasi tutte le risposte raccolte è, in fondo, rassicurante: nessun alimento è un nemico e non esiste un modo di mangiare perfetto. Esiste, piuttosto, un equilibrio possibile, flessibile e personale, che si costruisce nel tempo. Ed è proprio lì, più che nell’ennesima regola da seguire, che vale la pena concentrare l’attenzione.
Nota metodologica: osservatorio basato su una survey a risposta aperta compilata da 25 professionisti della nutrizione tra il 17 e il 22 luglio 2026. Le citazioni sono tratte testualmente dalle risposte. Il campione è limitato e non rappresentativo dell’intera popolazione dei professionisti della nutrizione.



