MANFREDONIA – Ci sono date che non restano confinate nei calendari, perché continuano a interrogare la coscienza di una comunità. Per Manfredonia una di queste è il 26 settembre 1976, giorno in cui l’esplosione della colonna di lavaggio dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca dell’ANIC liberò nell’ambiente una nube contenente arsenico.
A cinquant’anni da quell’incidente, la città è chiamata non soltanto a ricordare, ma anche a domandarsi che cosa sia stato realmente accertato, quali ferite siano state sanate e quali questioni rimangano ancora aperte.
A guidarci dentro questa storia sarà Vincenzo D’Onofrio, già dipendente ANIC e sindacalista, protagonista e testimone diretto di una stagione che ha trasformato radicalmente Manfredonia e la Capitanata. D’Onofrio ha curato venti volumi nei quali ha raccolto e ordinato cronologicamente documenti, testimonianze e atti relativi al periodo compreso tra il 1936 e il 2018.
Non si tratta soltanto della storia di uno stabilimento. È il racconto di un territorio che affidò all’industrializzazione le proprie speranze di emancipazione e che, negli anni successivi, dovette confrontarsi con le conseguenze ambientali, sanitarie e sociali di quel modello di sviluppo.

Quando la fabbrica rappresentava il futuro
Per comprendere il significato dell’ANIC bisogna tornare alla Capitanata del secondo dopoguerra: una terra segnata da agricoltura estensiva, disoccupazione e forte emigrazione. La scoperta del metano nel Subappennino Dauno alimentò la speranza che le risorse del territorio potessero finalmente produrre occupazione e benessere per le popolazioni locali.
Lo sfruttamento del metano divenne così una rivendicazione collettiva. La mobilitazione raggiunse uno dei suoi momenti più significativi nel 1969, con la marcia su Foggia, mentre lo Stato promuoveva nel Mezzogiorno grandi insediamenti industriali attraverso l’intervento pubblico.
Il petrolchimico entrò in funzione nel 1971, in località Macchia, nel territorio di Monte Sant’Angelo e a poca distanza da Manfredonia. Produceva fertilizzanti, ammoniaca, urea, caprolattame e solfato ammonico. Per centinaia di famiglie rappresentò un salario stabile, una prospettiva di sicurezza e la possibilità di non essere costrette ad abbandonare la propria terra.
Ma la promessa di sviluppo portava con sé rischi che la popolazione e molti lavoratori non conoscevano pienamente.
Il 26 settembre 1976
L’esplosione del 1976 costituisce il punto di svolta. Secondo le ricostruzioni richiamate da Legambiente, nell’ambiente sarebbero state disperse circa dieci tonnellate di arsenico e 1.889 lavoratori sarebbero risultati esposti.
Alcuni operai parteciparono agli interventi di pulizia e decontaminazione; altri continuarono le proprie attività nelle aree interessate. Le domande sulle informazioni fornite ai lavoratori, sulle protezioni utilizzate e sulle modalità della bonifica sarebbero riemerse molti anni dopo nelle aule giudiziarie.
L’incidente, tuttavia, non esaurisce la storia ambientale del petrolchimico. Nel 1978 si verificarono una fuga di ammoniaca e un incendio; nel 1984 venne distrutto il magazzino del caprolattame; nel 1987 una grave moria di pesci nel basso Adriatico fu attribuita agli scarichi industriali.
Nel tempo, le indagini ambientali hanno rilevato nel suolo e nella falda la presenza di sostanze quali arsenico, benzene, toluene, xilene, idrocarburi policiclici aromatici, mercurio, piombo e zinco.
Un altro capitolo riguarda le discariche pubbliche di Pariti 1, Pariti Liquami e Conte di Troia, nelle quali sarebbero state conferite oltre 400.000 tonnellate di rifiuti urbani e speciali, compresi materiali di provenienza industriale. Strutture realizzate senza le moderne barriere di impermeabilizzazione e senza adeguati sistemi di raccolta del percolato.

La sentenza europea e il diritto della comunità a sapere
Nel 1998 Manfredonia venne inserita tra i Siti di interesse nazionale da sottoporre a bonifica. La perimetrazione coinvolse i territori di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, oltre al tratto di mare davanti all’area industriale.
Nello stesso anno la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso “Guerra e altri contro Italia”, stabilì che lo Stato italiano non aveva fornito alla popolazione informazioni sufficienti sui rischi derivanti dall’attività dello stabilimento. La Corte riconobbe una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare.
La decisione europea non accertò la responsabilità penale individuale per le malattie o per i decessi. Affermò però un principio fondamentale: una comunità esposta a un rischio ambientale ha il diritto di conoscere le informazioni necessarie per proteggere la propria salute e compiere scelte consapevoli.
La vicenda giudiziaria italiana coinvolse dodici ex dirigenti, accusati, a vario titolo, di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni e omissioni nei controlli.
Il processo non riguardò direttamente le cause immediate dell’esplosione, già esaminate in precedenza, ma la gestione degli interventi successivi e l’esposizione dei lavoratori tra settembre 1976 e gennaio 1977.
Nel 2007 il Tribunale di Foggia, sezione di Manfredonia, assolse tutti gli imputati perché il fatto non sussiste. La sentenza riconobbe la pericolosità dell’arsenico e non negò l’incidente, la contaminazione o l’esposizione. Ritenne, tuttavia, che non fosse possibile ricostruire con sufficiente precisione la dose assorbita, la durata e le modalità dell’esposizione di ciascun lavoratore.
Pesavano il lungo tempo trascorso, la perdita o l’incompletezza di registri e analisi, l’incerta ricostruzione delle mansioni e le testimonianze non sempre concordanti.
Nel 2011 la Corte d’appello di Bari confermò le assoluzioni. Nel 2012 la Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi, rendendo definitivo l’esito del processo.
La vicenda mostra così la distanza tra tre piani differenti: il danno ambientale storicamente documentato, le associazioni epidemiologiche importanti per la prevenzione e la sorveglianza sanitaria, e la responsabilità penale personale, che richiede la dimostrazione del nesso causale oltre ogni ragionevole dubbio.

Dalla fine dell’industria alle promesse del Contratto d’Area
Con la crisi e la progressiva dismissione del polo chimico, Manfredonia dovette affrontare una nuova emergenza: la perdita dell’occupazione.
Il Contratto d’Area venne presentato come lo strumento capace di accompagnare la riconversione economica del territorio, attrarre nuovi investimenti e creare alternative al petrolchimico. Anche questa stagione fu accompagnata da grandi speranze.
A distanza di anni, però, resta aperto il bilancio tra risorse investite, imprese effettivamente insediate, attività cessate e occupazione stabile realmente prodotta. La domanda è inevitabile: dopo la promessa dell’industrializzazione pesante, anche quella della riconversione ha generato aspettative superiori ai risultati?
È uno dei temi sui quali sarà importante ascoltare D’Onofrio, considerando la sua doppia esperienza di lavoratore e rappresentante sindacale.
Una bonifica ancora incompleta
Gli ultimi dati disponibili, riferiti al giugno 2025 e pubblicati nel 2026, descrivono un SIN a terra esteso per 217 ettari. Soltanto 29 ettari risultano bonificati con certificazione.
Rapportando questo dato all’intera superficie, la quota certificata corrisponde a circa il 13,4%. Se si considerano esclusivamente i 96 ettari di proprietà Eni, la percentuale sale a poco più del 30%. Restano 81 ettari classificati come potenzialmente contaminati, mentre 43 ettari sono interessati da un progetto di bonifica approvato. Cinquantotto ettari risultano non contaminati e sette non ancora indagati. Particolarmente delicata rimane la situazione della falda. Il progetto di bonifica interessa 166 ettari e 43 ettari sono ancora classificati come potenzialmente contaminati. Non viene però indicata una superficie per la quale il risanamento delle acque sotterranee possa considerarsi definitivamente concluso e certificato.
Occorre ricordare che bonifica, messa in sicurezza e contenimento non sono sinonimi. La messa in sicurezza può impedire agli inquinanti di diffondersi, ma non comporta necessariamente la loro rimozione. Allo stesso modo, l’approvazione di un progetto non certifica che l’intervento sia stato completato.
Resta poi una delle domande più sensibili per la popolazione: esistono ancora rifiuti industriali interrati o “tombati” nel territorio? Sono state individuate e caratterizzate tutte le aree interessate? E quali controlli sono stati effettuati sul tratto di mare compreso nel SIN?
L’intervista a Vincenzo D’Onofrio non sarà soltanto un viaggio nei ricordi. Sarà un confronto sulla fabbrica, sul sindacato, sulla sicurezza dei lavoratori, sulle responsabilità delle istituzioni e sulle informazioni che non arrivarono tempestivamente alla popolazione. Sarà anche l’occasione per chiedere quale distanza rimanga tra la verità vissuta dagli operai, la conoscenza scientifica e quella verità processuale che non ha consentito di attribuire responsabilità penali individuali.
I venti volumi curati da D’Onofrio hanno il merito di conservare documenti che altrimenti rischierebbero di andare perduti. Perché la memoria industriale non è nostalgia: è uno strumento per comprendere il presente e impedire che gli stessi errori si ripetano.
A cinquant’anni dal 26 settembre 1976, Manfredonia non può limitarsi alla commemorazione. Deve chiedere trasparenza sullo stato reale delle bonifiche, continuità nella sorveglianza sanitaria, controlli indipendenti su suolo, falda e mare e tempi certi per il risanamento delle aree ancora contaminate.




Mi dispiace non trovare commenti sotto questo genere di articoli, la gente è disinteressata ed indifferente, senza comprendere le conseguenze che potremmo pagare tutti!