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PIETRACATELLA RICINA Svolta nel giallo della ricina: trovate tracce del veleno in alcuni dei 131 reperti

Dopo nove mesi di indagini potrebbe essere arrivata una svolta nel caso delle morti di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
21 Settembre 2026
Cronaca // Focus //

Dopo nove mesi di indagini potrebbe essere arrivata una svolta nel caso delle morti di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, avvenute durante le vacanze dello scorso Natale a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Le due donne sono morte per avvelenamento da ricina e la Procura di Larino indaga per duplice omicidio premeditato, al momento ancora contro ignoti.

A fornire nuovi elementi all’inchiesta sarebbero state le analisi condotte dagli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, centro di riferimento internazionale per lo studio delle sostanze tossiche. Gli specialisti tedeschi avrebbero individuato tracce di ricina in alcuni dei 131 reperti raccolti nell’abitazione della famiglia, tra alimenti, stoviglie e indumenti.

I reperti sono stati prelevati a partire dal 7 luglio nella casa di Pietracatella, successivamente posta sotto sequestro dalla polizia. L’eventuale presenza della sostanza su oggetti utilizzati quotidianamente potrebbe fornire indicazioni importanti su dove e come sia avvenuto l’avvelenamento.

La cena ritenuta centrale nell’inchiesta risale al 23 dicembre. A tavola quella sera c’erano Antonella, la figlia Sara e Gianni Di Vita, marito della donna e padre della ragazza. La figlia maggiore, Alice, si trovava invece fuori casa con alcune amiche.

Gianni Di Vita aveva inizialmente accusato sintomi gastrointestinali simili a quelli manifestati dalla moglie e dalla figlia, ma non aveva assunto la sostanza letale.

«Le uniche certezze che abbiamo sono quelle sulla ricina. Sulla base di queste non sono in grado di dire se l’esposizione sia stata accidentale o volontaria», ha spiegato Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni “Maugeri” di Pavia, dove lo scorso marzo era stata individuata la ricina come causa della morte di madre e figlia.

Secondo Locatelli, inoltre, il veleno non sarebbe stato né iniettato né inalato. «Per me rimane solo l’ingestione», ha affermato.

Le analisi del Robert Koch Institute

Il coinvolgimento degli esperti tedeschi viene considerato particolarmente significativo per la prosecuzione dell’inchiesta. «E’ una collaborazione importante», ha spiegato Locatelli, precisando che il Robert Koch Institute dispone di competenze specifiche soprattutto nelle analisi ambientali e investigative, mentre il Centro Antiveleni di Pavia si occupa degli aspetti relativi all’intossicazione nell’uomo.

Resta aperta anche l’ipotesi di un’esposizione accidentale. «Io credo che l’ipotesi dell’incidente debba essere valutata come tutte le altre ipotesi che sono in campo, senza escluderla», ha dichiarato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita.

L’avvocato ha richiamato anche le valutazioni di Locatelli: «Locatelli è un professionista di altissimo livello e ha evidenziato la circostanza che nei sette casi precedenti l’avvelenamento è stato accidentale».

Facciolla ha aggiunto: «Su questo, sull’ipotesi dell’incidente, noi abbiamo posto l’attenzione da subito, l’abbiamo evidenziata anche grazie ai nostri consulenti».

Secondo il legale, anche i familiari delle vittime «non hanno mai escluso l’ipotesi dell’incidente». Per chiarire definitivamente la dinamica, sarà quindi fondamentale confrontare i risultati delle diverse analisi.

«L’incrocio tra due dati, l’esito delle analisi sugli alimenti presenti nella casa di Pietracatella e repertati nell’immediatezza dei fatti, e quello sui 131 prelievi effettuati a luglio, ci potrà confermare o escludere il veicolo che ha portato alla morte Sara e Antonella», ha sottolineato Facciolla.

Particolare attenzione sarebbe rivolta alla possibilità di individuare la ricina su stoviglie, utensili da cucina o indumenti riconducibili a una sola delle persone presenti nell’abitazione. Un’eventuale traccia esclusiva su oggetti utilizzati da una persona diversa dalle vittime potrebbe infatti fornire nuovi elementi agli investigatori.

Le 200 testimonianze raccolte dalla Squadra mobile

Parallelamente alle analisi scientifiche, la Squadra mobile di Campobasso ha raccolto circa 200 testimonianze nel corso dei mesi di indagine.

Tra le persone ascoltate più recentemente c’è anche un’insegnante di matematica, amica da anni di Gianni Di Vita. La donna è stata convocata in Questura una domenica mattina, otto giorni fa, e ha lasciato gli uffici quasi quattro ore dopo.

Si trattava di una nuova convocazione, a circa un mese dalle precedenti deposizioni. La docente era già stata ascoltata come persona informata sui fatti durante il periodo di Ferragosto e nuovamente una settimana più tardi, il 20, quando era avvenuto anche un confronto con Gianni Di Vita.

Gli investigatori hanno ascoltato anche il marito della docente, tecnico di laboratorio presso l’Istituto Agrario di Riccia, la stessa scuola nella quale lavora la moglie. Proprio nell’istituto sarebbero state analizzate alcune ricerche effettuate sui computer riguardanti la pianta velenosa.

Tra le piste investigative resta quella relativa a possibili relazioni nascoste. Sul reperimento e sulla gestione della ricina si è espresso anche Matteo Guidotti, esperto del Cnr di Milano, secondo il quale «per ottenere e trattare una sostanza tossica di questo tipo sono necessarie conoscenze e competenze specifiche, anche se per reperire informazioni o materiali sulla ricina non è necessario ricorrere al dark web».

Lo riporta leggo.it.

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