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APPENNINO BIKE TOUR Un balcone sull’orizzonte: l’Appennino Bike Tour tra applausi e restanza

Moltissime  strade, poco moderne e non asfaltate, nell’immaginario di molti non portano da nessuna parte. E proprio per questo, forse, portano ovunque

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
21 Settembre 2026
Foggia // Lifestyle //

Moltissime  strade, poco moderne e non asfaltate, nell’immaginario di molti non portano da nessuna parte.
E proprio per questo, forse, portano ovunque.

La Ciclovia più lunga d’Italia attraversa l’Appennino come una domanda lasciata aperta sulla carta geografica. Non promette la cartolina, non vende la scorciatoia, non accompagna il turista verso il solito tramonto confezionato per Instagram. Attraversa paesi, boschi, cucine, silenzi e ferite. Attraversa soprattutto una parola che per troppo tempo abbiamo pronunciato sottovoce: restanza.

L’Appennino Bike Tour è, prima ancora che una ciclovia, una linea sottile che prova a ricucire ciò che il turismo di massa ha spesso separato: il viaggio dal luogo, il paesaggio dalla comunità, il visitatore dalla storia di chi resta.

Perché restare, oggi, non è sempre una condizione geografica.
È una scelta. A volte una resistenza. A volte persino una forma di rivoluzione.

Il Festival ha pedalato lungo questa linea, incontrando l’Appennino nei suoi paesi e nelle sue contraddizioni, fino a Mormanno, ultima tappa del ciclo degli incontri prima di sbarcare in Sicilia. E Mormanno non è sembrata una fine. Piuttosto una di quelle soglie che, nel sogno, separano una stanza dall’altra.

A Mormanno l’Appennino ha avuto il sapore delle cose che non hanno bisogno di essere spiegate. Il sapore della cucina che conserva la memoria senza imbalsamarla, delle parole dette davanti a un tavolo, del folklore che non è una maschera da museo ma una creatura ancora viva, capace di cambiare pelle senza perdere il proprio volto.

È questa, forse, la freschezza della tradizione: non essere immobili.

La tradizione che vale non è quella che si mette in vetrina. È quella che continua a fare figli, a inventare ricette, a raccontare storie, a cantare, a ospitare, a discutere. È quella che sa prendere il passato per mano e portarlo nel presente senza chiedergli il permesso.

Mormanno e Gaggio sono due nomi che, lungo questo viaggio, sembrano chiamarsi da lontano. Due tappe fondamentali dell’Appennino, due luoghi nei quali la montagna non è soltanto altezza, ma orientamento. E quasi a sorvegliare questa geografia verticale, due fari di montagna: presenze solitarie e luminose, sentinelle improbabili di un territorio che continua a cercare la propria direzione.

Fari senza mare.

E forse è proprio questa la loro magia.

Perché l’Appennino è anche questo: un mare rovesciato, dove le onde sono montagne e le correnti sono sentieri. Un luogo in cui perdersi può essere ancora un modo per ritrovarsi.

Appennino Bike Tour
Un balcone sull’orizzonte: l’Appennino Bike Tour tra applausi e restanza


Poi arriva la Sicilia.

Il Festival si chiude con un balcone sull’orizzonte, come se tutta quella strada avesse avuto bisogno, alla fine, di affacciarsi sul vuoto per capire che il vuoto non è assenza. È spazio. È possibilità. È il luogo dove può ricominciare qualcosa.

E allora viene da pensare che forse il vero viaggio non sia stato quello delle biciclette, ma quello delle comunità.

Da Mormanno alla Sicilia, passando per Gaggio e per decine di paesi che il grande turismo spesso non vede, si è cercato un altro modo di abitare il viaggio. Un turismo che non divori i luoghi, ma li ascolti. Che non arrivi per consumarli e ripartire, lasciandosi dietro soltanto una fotografia e qualche rifiuto. Un turismo capace di capire che un borgo non è un fondale e che una montagna non è un prodotto.

Perché l’Italia interna è piena di paesi che hanno visto partire i propri ragazzi, chiudere negozi, spegnersi scuole, restringersi il futuro. Paesi ai quali abbiamo chiesto per decenni di sopravvivere con il solo orgoglio delle proprie rovine.

Adesso forse è arrivato il momento di chiedere qualcosa di diverso.

Non di tornare indietro. Ma di tornare.

C’è una frase del Vangelo che sembra scritta per questi luoghi: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Non è una promessa di restaurazione. È qualcosa di più inquieto.

Fare nuove tutte le cose significa accettare che il nuovo rinascimento dell’Appennino non potrà essere una copia del passato. Dovrà nascere dalle sue crepe. Dalla cucina e dalla tecnologia, dal dialetto e dalle nuove imprese, dal folklore e dalle biciclette, dalle piazze vuote e dai bambini che forse torneranno a riempirle.

Un rinascimento fatto da chi resta, da chi torna e da chi arriva senza pretendere di possedere.

Da chi ha finalmente capito che la montagna non è periferia di niente.

E che forse la periferia, per troppo tempo, siamo stati noi.

Noi che abbiamo scambiato la velocità per progresso. Noi che abbiamo confuso il consumo con il viaggio. Noi che abbiamo riempito le città di valigie e lasciato ai paesi soltanto quelle di cartone.

Ma c’è una generazione che non vuole più condividere quelle valigie.

Non vuole ereditare soltanto partenze. Vuole ereditare possibilità.

E allora pedala.

Pedala sulle strade dell’Appennino, tra un faro di montagna e una cucina accesa, tra una festa popolare e un bosco, fino a quel balcone sull’orizzonte dove il Festival si è congedato dalla strada.

Forse è lì che abbiamo capito che un territorio non si salva mettendolo sotto una teca.

Si salva facendolo respirare.

E che la restanza non è il contrario del viaggio. È il suo punto di ritorno.

Perché alla fine del viaggio non ci aspetta necessariamente una destinazione.

A volte ci aspetta una casa.

E qualche volta, finalmente, una casa nuova.

A cura di Maurizio Varriano.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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