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DELITTO Foggia celebra l’anniversario della morte dell’indimenticabile Gianna Stellabotte

L’efferato fatto di sangue destò tanta emozione e commozione non solo per la dinamica dell’episodio

AUTORE:
Geppe Inserra
PUBBLICATO IL:
21 Novembre 2023
Foggia // Note di Brasini //

Che strane coincidenze imbastisce il destino. Mentre l’Italia piange Giulia Cecchetin, vittima dell’ennesimo brutale femminicidio, la città di Foggia celebra il trentesimo anniversario della morte dell’indimenticabile Gianna Stellabotte, l’infermiera uccisa da un ex paziente del Centro di Medicina Sociale degli Ospedali Riuniti.

L’efferato fatto di sangue destò tanta emozione e commozione non solo per la dinamica dell’episodio (la giovane donna era già stata aggredita la settimana prima dal suo carnefice, che se l’era cavata con una denuncia a piede libero) ma per il grande affetto che circondava Gianna. Era amata da colleghi di lavoro, pazienti e da tutti quanti la conoscevano per la sua straordinaria generosità, e per il sorriso che l’accompagnava in ogni suo gesto. Era una persona che irradiava speranza, gioia.

Ho avuto l’onore di essere io stesso un suo «paziente» quando collaboravo come volontario al Centro di Medicina Sociale che si occupava essenzialmente di alcolismo. L’attività del Centro era affiancata dall’Associazione Nuova Specie, che pubblicava il periodico Formicamica, di cui ero direttore, e poi ero legato da una storica amicizia con il Direttore del Centro, il dr. Mariano Loiacono e con il sociologo Giovanni Aquilino, suo braccio destro.

Quando mi accorsi di essere affetto da una forma di anemia piuttosto seria, dovuta alla mancanza di ferro, Mariano mi prescrisse una terapia a base di iniezioni endovenose, e assieme a Giovanni mi invitò a farla nel suo reparto.

Accettai di buon grado, e fu così che venni immerso nella «comunità reale» che era alla base dell’approccio terapeutico di Loiacono alla tossicodipendenza e all’alcoldipendenza. Fu un’esperienza indimenticabile, di grande spessore umano, che mi arricchì non solo di ferro, ma di tanta amicizia, solidarietà, emozione.

E fu così che ebbi modo di conoscere Gianna Stellabotte, che intendeva il suo lavoro come dono agli altri, come missione. Il suo rassicurante sorriso era il miglior viatico per l’ago che entrava nella vena.

Mi fece leggere le cose che scriveva, regalandomi la scoperta di una sensibilità straordinaria. Era la generosità fatta persona. All’indomani della sua scomparsa, una sua collega raccontò che Gianna devolveva parte del suo stipendio in beneficenza e che il precedente Natale aveva speso la tredicesima per comprare giocattoli ai bambini poveri, «ma mi aveva fatto promettere di non raccontarlo agli altri.»

Un altro tratto distintivo di Gianna era la sua discrezione, accompagnata da un’innata modestia. Una persona preziosa, la cui vita venne tragicamente interrotta il 20 novembre 1993, a soli trent’anni. L’assassino l’aspettò mentre usciva di casa, a due passi dal nosocomio in cui lavorava. La uccise a colpi di coltello. Morì in ambulanza durante il tragitto verso il pronto soccorso. Era iscritta all’Aido:  i genitori acconsentirono all’espianto e alla donazione delle cornee.

L’omicida si pentì subito: «Ho sbagliato, ho ucciso una donna che si prodigava a fin di bene.»

Mi piace pensare che adesso che Giulia Cecchetin si è incamminata lungo il sentiero che porta alla vita eterna, troverà ad aspettarla, sull’uscio del Paradiso, Gianna Stellabotte, che l’abbraccerà sorridente, e la prenderà per mano.

Ma occorrerà lavorare perché il loro sacrificio non resti vano. E occorrerà che ad impegnarsi non siano soltanto le donne, spesso isolate anche in questo, ma anche noi maschi. Soprattutto noi maschi. Solo così si può fare memoria.

Geppe Inserra

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