ManfredoniaRicordi di storia
L’Università sipontina nel sec. XIII

Il palazzo di Guglielmo da Siponto e il palazzo reale di Carlo I d’Angiò

A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)


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Manfredonia, 22 giugno 2018. Il primo riferimento a Guglielmo, da parte di Carlo I d’Angiò, si ha nell’aprile 1269: “Mandamus… quatenus…tutoris sue sunt Guillelmi de Siponto, proditoris nostri”( Reg. Canc. Angioina, II, doc. n. 210).

Poi, in alcuni documenti del 1279, da parte di Carlo I d’Angiò si valuta l’opportunità di riparare o di completare una casa sita in Manfredonia, di proprietà del fu Guglielmo da Siponto, con copertura per fare defluire le acque piovane nella cisterna “…domum ipsam reparari faciam omnibus oportunis et eam cohoperti ad festum de linaminibus et imbricibus et acqueductus omnes reparari et aptari, sic quod per eos aqua pluvialis sine impedimento derivari et deduci possit ad cisternam ipsius domus”. La casa, o meglio il palazzo, viene fatto proprio da re Carlo tanto che dà incarico all’ingegnere Giovanni de Tullio di effettuarne delle riparazioni “…etiam quod necesse sunt pro reparando et aptando palatio nostro in Manfredonia, quod fuit Guilielmi de Siponto proditoris nostri, lignamina, ferrus et quadam alia…”.

Da quanto detto, quindi, Carlo I d’Angiò si è appropriato del palazzo sito in Manfredonia fatto costruire precedentemente da Guglielmo da Siponto, definito “proditore” (cioè, traditore, fuggiasco, fuoriuscito, ecc.), e per il quale incarica appunto il de Tullio ad effettuare le opportune riparazioni e i necessari adattamenti. Ed allora, il re angioino ha (o vuole avere) una dimora stabile in Manfredonia, come dire un palazzo reale (o una reggia)?

E la questione non ci pare di poca importanza, considerato il rilevante numero di presenze effettuate dal sovrano angioino nella nostra città (1268, febbraio e settembre 1269, buona parte di novembre 1271, inizi dicembre 1272, agosto 1277, marzo, aprile, ottobre 1278, ecc.). Ora, il problema che si pone è quando si è iniziato a costruire questo palazzo.

Di Guglielmo abbiamo avuto modo di trattare in altra occasione (alla quale rimandiamo), qui ci soffermiamo in particolare sul periodo della sua attività e sul periodo di tempo durante il quale il suo palazzo sarebbe stato edificato.

Innanzitutto, dalle descrizioni documentarie si riscontra che il palazzo non è ancora completamente rifinito o, meglio, l’Angioino comanda che si effettuino altri adattamenti. Nel 1219, Guglielmo, “domino de Candelaro”, con il consenso della sorella, Petronella, dona alcuni beni alla badia di S. Leonardo (presente “Benesmiro sipontino comestabulo et regio iusticiario ac comito sipontino iudice”).

Questo Guglielmo è figlio di altro Guglielmo (“regii iusticiarii”), che si riscontra tra il 1175 ed il 1197, per cui egli non può essere nato dopo il 1197, bensì prima, per cui nel 1219, nell’anno di donazione, doveva già essere maggiorenne (altrimenti non avrebbe potuto compiere l’atto giuridico di donazione). Per il Bellucci, egli era presente presso la corte di Federico II ( facente parte della “Scuola siciliana”), ne consegue che nel periodo manfredino (1256, o 1258-1266), Guglielmo doveva essere più che sessantenne (M.Bellucci, “Il palazzo imperiale di Foggia”, 1951; P.F.Palumbo, “Manfredi Maletta Camerario del Regno di Sicilia”, 1954).

Si può ipotizzare innanzitutto che la costruzione del palazzo abbia avuto inizio con Manfredi, ma anche prima, con Federico II; nel primo caso, dal 1258 o dal 1263 ( “datum Orte”), fino al 1266 il palazzo sarebbe rimasto, per un periodo di tempo, incompleto, ancor di più nel secondo caso. A meno che non si sia verificato un fenomeno tellurico che abbia, in parte, menomata la costruzione, come l’uso della aggettivo “cohoperta” in contrapposizione all’altro, pure adusato, “discohoperta”, potrebbe far credere.

Di case “scoperte” ne riscontriamo dal 1249-1250 ( “Quarternus” di Federico II: “item medietas unius domus discohoperta cum suppinio”…) fino al 1277 ( poste su “ruga de Comite”) o al 1278 (“pro parte hominum ipsius terre Manfridonie nostre fuit excelencie supplicatum, ut huiusmodi casalina dischohoperta mandaremus illesa servari pro ampliacione dicte terre”).

Ma c’è di più; nel 1277 si rilevano delle case scoperte: “ …qui sunt extra murus…ex parte iudeorum preter domos cohopertas”. Di una consistente e qualificata presenza ebraica a Siponto si ha certezza storica sin dai secc. VIII-IX; abbiamo avuto pure modo di individuare uno dei loro siti presso le paludi sipontine (“casale Siponti”). Ora quelle case coperte e scoperte possono accreditarsi all’ultimo periodo federiciano? Certo è che gli ebrei, di cui sopra, non sono arrivati con il regno angioino, erano presistenti, tanto che lo stesso Manfredi, nel 1259 concede loro ed ai genovesi fondaci nel porto di Siponto, come dire nella località sita sul lido del mare.

Come è facile notare, quella presenza deve essere datata prima del 1263, quando Manfredi invita gli abitanti posti in luogo malsano a trasfersi in altro, più salubre, posto in riva al mare che deve essere “incrementato”. Ed allora, queste case sarebbero sorte prima o nel periodo 1256 (meglio 1258)-1263? E con queste case anche il palazzo di Guglielmo?

Ma le mura della città non ancora sono in atto, se si iniziano a costruirsi nel 1277. E si può dar inzio alla costruzione di case, si possono ospitare degli abitanti, si può consentire la costruzione di un palazzo ad una personalità come Guglielmo (che ha suscitato le brame di re Carlo) senza un circuito murario, a meno che non si tratti di una “vocazione” spontanea verso il lido del mare, dove si svolge intensa attività portuale e mercantile? La risposta non è semplice, proprio in assenza, finora, di documenti di epoca manfredina.

Ora, considerata l’età avanzata di Guglielmo, non si può escludere perciò che il suo palazzo sia stato costruito prima ancora che Manfredi venisse incoronato re da parte dei Lancia, suoi familiari, ovvero in epoca federiciana. E proprio per questa presenza e di altre costruzioni, come il monastero S. Benedetto, l’ospedale S. Lazzaro, le case degli ebrei, ecc., ovvero con la presenza di un agglomerato urbano presso il “buon porto”, Manfredi decide di far trasferire i sipontini posti nel luogo malsano. Ciò spiegherebbe la costruzione “spontanea” di molti edifici e la macanza del circuito murario.

È bene porre in risalto che nei documenti di epoca manfredina (ben pochi a dire il vero), non si ha mai alcun riferimento a “Manfredonia”, ma solo ed esclusivamente a “Siponto”. Secondo il Sarnelli, che riferisce (senza cognizione di causa) del terremoto e maremoto (condizionando tutti coloro che hanno scritto dopo di lui), e non anche della zona infetta di “mala aria”, che hanno falcidiato i sipontini, “… que’ Sipontini adunque, che scamparono dall’irre-parabile rouina, habitarono sotto le baracche insino a quando cominciarono ad ergere humili case, disdiceuoli per altro à sì famosa, e antica città” (“Cronologia”, pp. 206-207),

Dove sono state costruite le “baracche” e le “humili case “? In loco o in altra parte poco discosta? Sarnelli non ne fa cenno, si sofferma, invece, sulla diaspora del clero. Nulla esclude, comunque, che “que’ sipontini scampati” (e fra questi lo stesso Guglielmo) abbiano scelto altro sito per edificare le loro case. Siamo nel campo delle ipotesi, come una ipotesi è l’affermazione del Sarnelli in merito ai sipontini scampati dalla “rovina” e che hanno costruito le baracche”. Non abbiamo elementi certi in merito.

Trattando del clero, il Sarnelli riferisce pure che la “vetere Siponto”, nel 1327 è ancora abitata. “Ma non lasciarono in tutto il Duomo di S. Maria dell’antica Siponto, ch’era il Metropolitano, e stava in piedi colla commoda habitazione (non baracca) per li canonici, e per l’Arciuescovuo. Vi restarono adunque parte de’ canonici ad ufficiare, e parte cominciò ad habitare nella nuoua Siponto, o Manfredonia” (“Cronologia”, p. 210).

Su questa divisione e sulla discordia in merito all’elezione del nuovo arcivescovo non vi è alcun dubbio, in quanto sono trattate da specifica bolla papale. Non solo; ma alla base della divisione più che un fenomeno affettivo, vi potrebbero essere ben altre ragioni, come la presenza di ebrei, di arabi, di greci, di pagani, ecc. nel sito denominato poi Manfredonia. Ma il Sarnelli, da buon sacerdote e uomo di cultrura post tridentino, non ne può far cenno. Ed ancora una volta dobbiamo porre l’accento sulla esistenza di tre ben distinte configurazioni demografiche coestitenti: la “Vetere Siponto”, il “Casale Siponti” e la località in riva al mare, dove vi è buon porto (poi chiamata Manfredonia).

Voler individuare, oggi, il palazzo di Guglielmo, ovvero il possibile “palazzo reale” di Carlo I d’Angiò, in Manfredonia, non è cosa facile, lo potremmo ipotizzare posto sulla “ruga de Confectaria”, via della Maddalena, luogo di maggiore concentrazione di neofiti, cioè di ebrei convertitì al cristianesimo; ma nulla di più.

A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)

Il palazzo di Guglielmo da Siponto e il palazzo reale di Carlo I d’Angiò ultima modifica: 2018-06-22T07:30:23+00:00 da Redazione



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Commenti


  • guglielmo da baskerville

    A prescindere dai possibili confronti sullo studio (che è naturale ci siano tra storici esperti) sento di doverla ringraziare per la sua attività divulgatrice circa la storia sipontina. È importante. Grazie.

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