A San Giovanni Rotondo la figura di Padre Pio è ovunque: nel grande Santuario progettato da Renzo Piano, nella cripta dorata, nella Casa Sollievo della Sofferenza, nei media religiosi, nei negozi e nei santini che ne riproducono il volto. Una presenza totale, quasi “industriale”, che ha trasformato il frate di Pietrelcina in una delle icone religiose più riconoscibili al mondo.
Un santo che, secondo numerose testimonianze, in vita avrebbe vissuto fenomeni straordinari come la bilocazione, comparendo in luoghi diversi pur restando nel convento di San Giovanni Rotondo. Ma oggi la sua “onnipresenza” è soprattutto visiva: un’immagine replicata all’infinito, diventata parte dell’immaginario collettivo.
Dietro questa diffusione c’è un nome poco conosciuto al grande pubblico: Elia Stelluto, 91 anni, fotografo ancora residente a San Giovanni Rotondo, che per oltre vent’anni ha ritratto Padre Pio da vicino, contribuendo in modo decisivo alla costruzione del suo volto più diffuso.
Nel suo studio, circondato da decine di scatti del frate, Stelluto racconta senza enfasi il proprio ruolo: “Quante ne avrà scattate, in tutto?”
“Eh, migliaia!”
“Come fotografo ne sarà orgoglioso.”
“Mah, sai…”
“Sono foto che tutti abbiamo visto, che sono appese nelle case, riprodotte nei libri, vendute… Ha contribuito alla diffusione del culto!”
“Magari sì.”
“Ne è contento?”
“Così.”
“Non ne è fiero?”
“Come fotografo non mi importa niente.” Ci riflette. “M’importa di essere stato amico di Padre Pio.”
Una risposta che sintetizza un rapporto più personale che professionale. Stelluto, infatti, non si definisce un artista nel senso classico del termine, ma un testimone. “Non ho fatto proprio niente”, dice. “Il vero fotografo era lui.”
La sua attività inizia da ragazzo, quando a soli dodici anni entra in contatto con il mondo della fotografia quasi per caso. Cresce tra il convento e il laboratorio del suo maestro, imparando il mestiere sul campo. Poi l’incontro destinato a cambiare tutto: Padre Pio.
“Un giorno mi vede con la macchina e fa: ‘Ragazzì, che ci fai con quel coso?’ Dico: ‘Beh, le fotografie’. E lui: ‘Ma su, mica sei capace! Che ci capisci tu?’ Non ci credeva che sapevo scattare. Così provai.”
Da quel momento Stelluto diventa il fotografo che, più di ogni altro, documenta la vita quotidiana del frate, contribuendo a fissarne l’immagine pubblica. Un compito senza regole precise, in cui l’estetica nasce dall’osservazione diretta.
“Lui si metteva in posa e io scattavo.”
“Gli piaceva essere fotografato?”
“Beh, non lo so se gli piaceva. M’avesse mai fatto un complimento. M’avesse mai detto: ‘Bella questa!’”
“Ma come?”
“No. Le guardava e mi diceva: ‘Brutto! M’hai fatto veramente brutto!’”
Un rapporto diretto, fatto anche di ironia e tensione. “Non capisci niente, mi fai uscire sempre brutto!”, racconta Stelluto ricordando le reazioni del frate. “Andavano tutti pazzi per le mie foto, tranne lui.”
Il fotografo comprende presto che il soggetto non va costruito, ma colto nella sua spontaneità. Così inizia a fotografare senza preavviso, sfruttando i momenti della liturgia e della vita quotidiana nel convento.
“Scattavo le foto senza dirglielo, e allora sì che veniva bello.”
Un approccio che anticipa, in parte, la fotografia moderna del reportage religioso. Ma con Padre Pio tutto assume una dimensione particolare, quasi sospesa tra cronaca e sacro.
Tra gli episodi più noti c’è quello del “mastrillo”, il vecchio flash al magnesio. “Cioè Padre Pio non aveva bisogno di flash?”
“Certo che no. Emanava luce.”
Un’espressione che, al di là della leggenda, segna il confine tra fotografia e percezione del sacro. Non a caso, molti scatti di Stelluto diventeranno poi immagini iconiche, riprodotte in tutto il mondo, fino a trasformare il volto del frate in un simbolo universale.
Il fotografo ricorda anche il giorno della morte di Padre Pio, il 23 settembre 1968, che segna la fine del loro rapporto diretto. “In quel momento avevo già avuto modo di stargli accanto per vent’anni.”
Da allora Stelluto continua a vivere a San Giovanni Rotondo, lontano dai circuiti commerciali della fotografia. Le sue immagini, spesso distribuite senza compenso o finite in archivi altrui, hanno però contribuito a costruire un immaginario globale.
“Ho una pensione di 650 euro al mese, più 200 di reversibilità di mia moglie. Qui ho fatto un piccolo museo.”
“Le sue foto sono utilizzate ovunque.”
“E che posso farci?”
Nonostante la diffusione mondiale delle sue opere, Stelluto non rivendica riconoscimenti. “Io penso solo che sono stato importante nella vita di Padre Pio.”
Una consapevolezza che ribalta la prospettiva: non tanto il fotografo che ha reso famoso un santo, quanto l’uomo che si considera parte della sua storia.
Padre Pio, oggi, continua a moltiplicarsi in immagini e rappresentazioni. Stelluto, invece, resta in un piccolo studio di provincia, custode silenzioso di una memoria visiva che ha contribuito a trasformare un frate in un’icona globale.
A cura di Errico Buonanno su lucysullacultura.com.



