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FOGGIA MAGGIORANZA Foggia, la tregua del Palazzo: una maggioranza che sopravvive, non governa

Il ritorno in aula della sindaca e l’approvazione del rendiconto vengono raccontati come “ripartenza”

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
22 Giugno 2026
Foggia // Note di Brasini //

Quella che emerge dal Consiglio comunale di Foggia, infatti, non è la fotografia di una città che ha ritrovato stabilità, ma il fermo immagine di una maggioranza che ha semplicemente deciso di non cadere oggi, rinviando a domani ciò che non riesce a risolvere nel presente. Le parole e le strette di mano della sindaca, non cancellano il suo malumore sapendo però di uscire rafforzata e principalmente e personalmente più credibile politicamente. Il rendiconto 2025 viene approvato, la sindaca rientra dopo le dimissioni ritirate, la giunta si ricompone con un nuovo innesto, e la macchina amministrativa riprende a muoversi. Ma sarebbe ingenuo scambiare questo movimento per governo.

Perché la sostanza politica resta immutata: una coalizione nata per vincere che non ha ancora dimostrato di saper governare.

Il dato contabile – i 140,9 milioni di avanzo, il patrimonio da 379 milioni, la tenuta formale degli equilibri – viene immediatamente trasformato in bandiera politica. Ma è proprio qui che si consuma la prima ambiguità: si confonde la certificazione contabile con la qualità dell’azione amministrativa. Un bilancio in equilibrio non è automaticamente sinonimo di una città che funziona. E nel caso di Foggia, gli stessi numeri raccontano anche altro: accantonamenti enormi, vincoli pesanti, margini reali di manovra ridotti, contenziosi e debiti fuori bilancio che continuano a incombere come una zavorra strutturale.

Dietro la retorica della “tenuta dei conti” c’è dunque una verità meno comoda: il Comune sta in piedi, ma non corre.

Il punto politico, però, è ancora più netto. La crisi degli ultimi giorni non è stata una parentesi. È stata una rivelazione. Ha mostrato che l’asse politico che sostiene Maria Aida Episcopo non è ancora una coalizione coesa, ma un perimetro elettorale tenuto insieme dalla convenienza più che da una visione condivisa della città.

Quando una maggioranza si salva, ma solo dopo essere quasi implosa, il problema non è l’opposizione: è la propria fragilità interna.

Il ritorno in aula della sindaca e l’approvazione del rendiconto vengono raccontati come “ripartenza”. Ma a guardare la dinamica reale, siamo più vicini a una tregua armata che a una nuova fase politica. Le fratture nel cosiddetto “campo largo” non sono sanate: sono solo congelate. E come tutte le crisi congelate, non spariscono. Restano sotto la superficie, pronte a riemergere al primo voto difficile, alla prima nomina contestata, alla prima redistribuzione di potere.

Dentro questo equilibrio instabile si inserisce anche la nuova pedina di giunta: Luigi Iorio, nominato assessore con deleghe alle Attività Produttive, Politiche Agricole, Promozione e sostegno alle Politiche di Quartiere e alle Borgate. Una nomina che, più che segnare un rafforzamento politico dell’esecutivo, appare come il classico tassello necessario a ricomporre fratture interne e riequilibrare pesi tra sensibilità diverse della maggioranza. Non una scelta di indirizzo strategico, ma un atto di compensazione politica dentro una coalizione che fatica a trovare una sintesi stabile.

Il problema non è la figura in sé, né le competenze attribuite.

Il punto è il contesto: anche le nomine, in questa fase, finiscono per essere lette come strumenti di tenuta più che come leve di governo. E quando la logica della sopravvivenza prevale su quella della progettualità, la politica smette di orientare la città e si limita a gestire sé stessa.

Intanto, fuori dal Palazzo, la città resta spettatrice. E questo è il punto più grave. Perché mentre dentro si misura la tenuta dei rapporti politici e si negoziano deleghe e posizionamenti, fuori si accumulano problemi che non attendono i tempi della politica: servizi, periferie, manutenzioni, politiche sociali, sviluppo economico.

Il paradosso è evidente: una maggioranza che celebra la propria sopravvivenza mentre ammette implicitamente di aver rischiato il collasso; un’opposizione che intravede la fine anticipata della consiliatura ma non riesce a determinarla; una città che osserva entrambe le cose senza percepire un reale cambio di passo.

E allora la domanda politica decisiva non riguarda il passato recente né il voto sul rendiconto.

Riguarda il futuro immediato: questa maggioranza è in grado di produrre una linea amministrativa stabile, oppure continuerà a vivere di equilibri provvisori, rinvii e ricomposizioni tattiche? Perché se la risposta è la seconda, allora non siamo davanti a una fase di governo, ma a una lunga transizione permanente. E in una transizione permanente, il rischio non è solo la crisi politica: è l’inerzia amministrativa.

Alla fine, il Consiglio comunale non ha certificato una svolta. Ha certificato una sopravvivenza. E tra sopravvivere e governare c’è una differenza sostanziale: nel primo caso si evita di cadere, nel secondo si prova a cambiare davvero la direzione di una città.

Foggia, per ora, resta sospesa tra le due condizioni.

A cura di Maurizio Varriano

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