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FOGGIA CITTA' Il Pingone, il Cazzone, il Minchiataro – Viaggio nei modi di dire foggiani

Quante volte l’hai sentito, pronunciato con quel misto di affetto e disprezzo, di complicità e dileggio: “Ma che pingone che sei!”

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
22 Giugno 2026
Cronaca // Foggia //

Quante volte l’hai sentito, pronunciato con quel misto di affetto e disprezzo, di complicità e dileggio: “Ma che pingone che sei!”. O forse l’hai subito, apostrofato così dopo una figuraccia memorabile. Il termine è da sempre parte del vocabolario affettivo dei foggiani, ma da qualche anno ha subito una vera e propria metamorfosi, passando da insulto dialettale a vero e proprio simbolo di appartenenza.

Ma attenzione: il Pingone non è solo. Ha una famiglia allargata di sinonimi e parenti stretti, tutti accomunati da un tratto fondamentale: non hanno nulla a che fare con le presunte abilità sessuali. Parliamo di modi di fare, di carattere, di atteggiamenti. Niente altro.

L’etimologia di “Pingone” è, sorprendentemente, legata al mondo animale. Secondo i dizionari della lingua italiana, il significato originale di “pinguino” (da cui deriva “pingone”) è quello di “persona, per lo più pingue, con un portamento rigido e impettito”. L’immagine del goffo uccello polare, dal portamento impettito e dal corpo massiccio, è stata traslata per descrivere un tipo umano: una persona dall’aspetto corpulento e dai movimenti lenti e goffi. A Manfredonia esiste la variante Pengöne, che ha lo stesso identico significato: un epiteto per definire un sempliciotto senza malizia, un minchione, uno che è “pieno d’acqua” (inservibile, inutile).

Se per il resto d’Italia il termine è rimasto un modo colorito per dire “stupido” o “inetto”, a Foggia ha sviluppato un suo rito, una tradizione orale tramandata di generazione in generazione, specialmente tra i più giovani. Il malcapitato etichettato come “Pingone di turno” viene preso dal resto del gruppo e, con una buona dose di violenza metaforica, “scaraventato contro un palo a gambe aperte”. L’immagine è folcloristica, quasi comica, ma sancisce un passaggio: sei stato il più “pingone” del gruppo e ora la tua colpa è espiata.

Nel vasto immaginario del pingone esiste un detto popolare che recita: “La mamma del pingone è sempre incinta”. Un’iperbole che si usa in due precise circostanze: quando il pingone ha fatto una castronata troppo eclatante (talmente grande che l’unica spiegazione è che la mamma debba continuare a partorirne di nuovi perché il primo non è bastato) e quando ne incontri più di uno a poca distanza (due, tre, un’intera combriccola: a quel punto non sono più un caso isolato, è un’epidemia e l’unica spiegazione è che la loro madre sia instancabile). È una frase che si dice con ironia, scrollando le spalle. Perché i pingoni, si sa, sono come le uova di Pasqua: non sai mai quanti ne trovi, ma sei sicuro che prima o poi ne spunta un altro.

E poi c’è lo stato d’alterazione: “sto a pingone”. Non è un insulto, non è un appellativo. È una condizione. È l’ebbrezza che rende goffi, l’alticcio che trasforma l’uomo più posato in un impacciato. Dire “sto a pingone” significa ammettere con un sorriso di essere brilli, di avere la testa un po’ pesante e i movimenti poco coordinati. È l’istante in cui il pingone non è più un modo di essere, ma un modo di apparire: goffo, allegro, perdonabile.

Ma il culmine massimo, l’apoteosi del pingone, è un’altra espressione. Quando qualcuno fa una sciocchezza così colossale, così inspiegabile, che non c’è più nemmeno bisogno di insultarlo. Lo si guarda, si scuote la testa e si dice: “Si nu scnzjt”, “sei uno scienziato”. Un ossimoro geniale. Perché lo scienziato è colui che sa, che capisce, che risolve problemi complessi. E invece, nel dialetto foggiano, “scienziato” diventa l’esatto contrario. È l’ironia portata al suo parossismo: complimentarsi con qualcuno per la sua intelligenza quando ha appena fatto la più grande stupidaggine della storia. Non è un insulto diretto, è una presa in giro elegante, quasi affettuosa. È il modo più raffinato per dire “sei un pingone”.

Se “Pingone” è la parola regina, il Cazzone è il suo fedele scudiero. Attenzione: non ha nulla a che vedere con presunte doti fisiche. Il cazzone (secondo l’accezione dialettale che ci interessa) è un individuo completamente passivo e in balia delle situazioni, uno che non ha voglia di fare un cazzo. È il perdigiorno, il fancazzista, colui che trasforma l’inerzia in una bandiera. Non è un superdotato, ma uno che se ne sta lì, immobile, a guardare il mondo che gli passa accanto senza partecipare. È colui che si fa i cazzi suoi, talmente tanto che diventa un modo di essere. Quando si dice “che cazzone!” a Foggia, non si sta facendo un complimento alla stazza di nessuno. Si sta apostrofando un pigro, un lavativo, uno che di iniziativa ne ha poca o nulla.

E poi c’è il Minchiataro. Questa è una parola che arriva da lontano, dalle terre del Sud Italia, ma che a Foggia ha trovato casa. Il minchiataro è colui che propende per raccontare fandonie, storie gonfiate, balle colossali, generalmente allo scopo di atteggiarsi. Non è uno stupido (come il pingone), non è un pigro (come il cazzone). È un millantatore, uno che dice “guadagno 4.000 euro al mese” quando prende la pensione minima. Vive di apparenze e di parole vuote. La parola deriva, come spesso accade, da un termine dialettale per indicare l’organo maschile (minchia), ma l’accezione è completamente scollata dal significato sessuale. Il minchiataro non è un “uomo da minchia”, è un “uomo da minchiate”, cioè da stupidaggini, da cazzate. È uno che dice stupidaggini, che racconta bugie.

La lingua foggiana, ricca e fantasiosa, non si ferma qui. Esistono altri parenti e sinonimi che arricchiscono il vocabolario dei modi di fare: Pacchjon (una persona un po’ lenta di comprendonio o semplicemente molto pacata), Muccone o mchs (una persona tonta, sciocca e spesso anche un po’ malinconica o con la faccia lunga), Tumm (persona dall’aspetto tozzo, pesante e poco agile; usato anche come interiezione: “Tummol!” per “Accidenti!”).

Ma il maschile non è l’unico genere a declinare questa tradizione. La forma femminile Pingona indica colei che incarna la stessa goffaggine o sciocchezza. Accanto a lei, una variante dal sapore quasi onomastico: Rachela, nome proprio diventato nel dialetto foggiano sinonimo di donna sciocca o ingenua. E poi c’è Pierino. “Non fare u’ Pierino!” si dice a Foggia quando qualcuno si comporta in modo infantile o combina un pasticcio degno del celebre Pierino della tradizione scolastica, quello che “aveva la lumaca e le diceva: ‘Vedi come corro?’”. Un modo simpatico e bonario per rimproverare chi, con la sua dabbenaggine, ci ha appena fatto sorridere. Così come “Michele” (o più spesso “Michele pingone”) è diventato il paradigma dello sciocco, “Michele” da solo può bastare per apostrofare qualcuno che ha fatto una sciocchezza. In un cortile o in un bar di periferia sentirai ancora oggi esclamare: “Non fare u’ Michele!”, “Sembri proprio Pierino!” o “È na’ Rachela!”.

Fino a qualche anno fa, “Pingone” era un segreto (e un vanto) tutto foggiano. Poi, come spesso accade, a sdoganarlo e proiettarlo sulla scena nazionale sono stati i due comici foggiani per eccellenza: Pio e Amedeo, Pio D’Antini e Amedeo Grieco. Nati entrambi a Foggia, si sono conosciuti da bambini nella loro città e hanno portato i loro quartieri popolari e la loro “pugliesità” in giro per il mondo. Hanno fatto del “Pingone” un tratto distintivo della loro maschera comica. Già ai tempi di Caterpillar, il celebre programma di Rai 2 e Radio2, incarnavano perfettamente il tipo del pingone: impacciati, goffi, volutamente fuori luogo. Ma è con Emigratis (e la inconfondibile voce di Francesco Pannofino), iniziato su Italia 1 nel 2016 e poi passato su Canale 5, che la maschera si è perfezionata. Con il loro look diventato iconico (il borsello finto non originale, gli occhiali da sole eccessivamente eccentrici, la pelliccia del pezzente arricchito, ovviamente fuori stagione, lo zoccolo rumoroso), hanno creato un vero e proprio accrocchio di mancanza di stile, di cafonaggine, di esibizionismo pacchiano. E proprio per questo li abbiamo amati. Perché, nel loro essere volutamente “pingoni”, hanno raccontato chi siamo: gente che ha imparato a ridere di sé stessa, anche quando fa caldo con la pelliccia addosso.

Grazie a loro, il termine ha perso parte della sua accezione strettamente negativa per diventare quasi un marchio di fabbrica identitario. Di loro parleremo in un’altra puntata.

Ma il vero sdoganamento avviene anche sui social network. La pagina Facebook “Il Pingone” ha assunto il termine come suo vessillo, trasformando un insulto in un punto d’onore. Centinaia di foggiani, con nomi e cognomi (e altrettanti anonimi), condividono meme, notizie, video e considerazioni, tutti accomunati da quell’appellativo che è diventato un abbraccio collettivo. È il paradosso del “Pingone”: un tempo ti si diceva “che pingone!” per prenderti in giro, oggi te lo sussurri con orgoglio per dire “siamo quelli che sanno ridere di sé stessi”.

La parola è così radicata nell’immaginario collettivo da aver generato un vero e proprio luogo mitologico: Castel Pingone. Nessun GPS indicherà mai questa località, perché non esiste sulla cartografia ufficiale. “Andiamo a Castel Pingone” è la frase che si usa quando ci si appresta a fare un viaggio o una trasferta lunga e scomoda, spesso per seguire la squadra del cuore lontano da casa. È quella “scampagnata” folle in cui si rischia di perdersi, si beve troppo, si mangia la parmigiana sulla mondagnetta e si finisce per vedere la partita da fuori lo stadio, ma ci si diverte comunque come matti. Castel Pingone non è un posto, ma uno stato dell’anima.

E qui arriva la curiosità finale. Sei a Torino, magari in un elegante bistrot del centro, e senti qualcuno dire “Pingone”. Non pensare male. Non ti stanno insultando. Stanno pronunciando il cognome di una delle figure più illustri della storia sabauda: Filiberto Pingone (1525-1582), storico e politico piemontese, consigliere di Stato e vice gran cancelliere del duca Emanuele Filiberto di Savoia. A lui si deve la leggenda (tutta inventata) secondo cui Torino sarebbe stata fondata dal principe egizio Fetonte. Oggi, la sua antica dimora nel centro di Torino è stata restaurata e ospita un raffinato locale chiamato Casa del Pingone. E nella lingua piemontese, essere un “Pingun” (o un “monsu’ pingun”) significa ancora oggi essere uno sciocco, un minchione, esattamente come da noi. Quindi, attenzione a dove usi questo termine. Perché a Foggia è un insulto bonario, un modo per ridere di sé stessi. A Torino è un cognome illustre, che ha scritto pagine importanti della storia sabauda.

Ora lo sai.

Se le mie storie, le storie della nostra Foggia, ti piacciono, dimostralo con un “mi piace”, segui la pagina e condividi “Fuggi da Foggia”. Mi aiuterai a cambiare il paradigma su questo detto che ci vede sempre penalizzati. Perché Foggia non è una città da cui fuggire. È una città da raccontare, da vivere, da amare. E noi, insieme, possiamo farlo.

Fine della puntata. A presto, con nuove storie.

A cura di Gabriele Mansolillo, il paradiso degli artisti.

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