C’è un Paese che non riesce più a fermarsi davanti a una morte.
Un uomo muore dopo un fermo di polizia. Dovrebbe essere questa la notizia.
Dovrebbe essere questa la domanda. Dovrebbe essere questa la pretesa: conoscere tutta la verità, senza sconti per nessuno, senza processi sommari e senza assoluzioni preventive.
Invece no. Nel giro di poche ore arrivano le devastazioni, le vetrine distrutte, le auto incendiate, gli assalti, gli slogan, i professionisti della rivolta. E, come accade troppo spesso, la morte di un uomo scompare dietro il fumo dei cassonetti che bruciano.
È una sconfitta.
Perché la violenza non rende giustizia a nessuno. La violenza cancella la giustizia.
Chi devasta una città non difende la democrazia, la ferisce. Chi usa spranghe, pietre e molotov non sta cercando la verità, la sta seppellendo. Ogni atto di vandalismo diventa un alibi perfetto per spostare l’attenzione dal punto centrale: perché quell’uomo è morto?
Ed è esattamente questo il danno peggiore.
Ma sarebbe altrettanto vergognoso usare le devastazioni per archiviare la vicenda umana da cui tutto è nato. Le due cose non si annullano. Non si compensano. Non si giustificano a vicenda. Chi ha devastato deve rispondere davanti alla legge. Chi ha avuto responsabilità nella morte di un cittadino, se responsabilità emergeranno, dovrà fare altrettanto.
È questa la forza dello Stato di diritto.
Non la vendetta. Non la propaganda. Non le tifoserie.
E invece ecco entrare in scena il teatro della politica. Uno spettacolo che conosciamo fin troppo bene. C’è chi ancora non sa nulla ma ha già emesso la sentenza definitiva contro le forze dell’ordine. C’è chi, sul fronte opposto, decide che ogni domanda sia un attacco allo Stato e che chiedere chiarezza significhi essere contro la divisa.
Entrambi sbagliano. Entrambi piegano la realtà alla convenienza. Entrambi usano una tragedia come materiale elettorale.
Sono gli sciacalli della politica: arrivano sempre prima della verità e restano fino a quando l’ultima telecamera si spegne.
In mezzo, però, resta una famiglia che piange. Restano cittadini che chiedono spiegazioni. Restano uomini e donne in divisa che ogni giorno lavorano con professionalità e che sono i primi ad avere interesse affinché eventuali responsabilità individuali vengano accertate senza che un’intera istituzione venga trasformata in un bersaglio.
Uno Stato democratico non teme la verità.
La pretende. Se un abuso c’è stato, va scoperto e punito. Se un abuso non c’è stato, va dimostrato con la stessa trasparenza. Solo così si difendono le istituzioni. Non con il silenzio, non con le tifoserie.
La libertà è una parola enorme. La democrazia lo è ancora di più. Ma entrambe muoiono lentamente quando si accetta che la violenza diventi linguaggio politico. Muoiono quando la piazza viene telecomandata da ideologie, da professionisti del disordine, da chi aspetta soltanto l’occasione per incendiare le strade e le coscienze.
Una protesta può essere dura. Può essere rabbiosa. Può essere perfino impietosa.
Ma nel momento in cui sceglie la devastazione perde la sua dignità e consegna la propria ragione all’illegalità. Alla fine resta una sola certezza.
In Italia non abbiamo più il coraggio di aspettare la verità. Preferiamo scegliere una bandiera. Una parte. Un nemico.
E così una morte diventa un pretesto. Le piazze diventano un palcoscenico. I partiti diventano uffici propaganda. I social diventano tribunali.
La verità, invece, resta sola. In silenzio. Ad aspettare che qualcuno abbia ancora il coraggio di cercarla.
Ed è forse questa l’immagine più amara del nostro tempo: non un cassonetto che brucia, ma una coscienza civile che si consuma nell’indifferenza, nella faziosità e nella convenienza.
Perché una democrazia non muore soltanto quando qualcuno incendia una strada. Comincia a morire quando smette di rispettare una vita umana e quando trasforma ogni tragedia in una battaglia di parte



