C’era un tempo in cui il successo aveva un prezzo preciso: il tempo. Servivano anni per conquistare credibilità. Bisognava dimostrare di meritare l’attenzione del pubblico, della critica, dei giornali. Un calciatore diventava “da Serie A” dopo centinaia di allenamenti e decine di presenze nella massima categoria. Un cantante veniva consacrato dopo album, tournée, sacrifici. Uno scrittore costruiva la propria reputazione pagina dopo pagina, eccetera, eccetera, eccetera.
La notorietà era il punto d’arrivo.
Oggi, sempre più spesso, è il punto di partenza.
I social network hanno rivoluzionato il modo di comunicare, abbattendo le barriere dell’informazione e offrendo a chiunque la possibilità di raccontarsi. È una conquista straordinaria della modernità. Ma ogni rivoluzione porta con sé effetti collaterali. E quello più evidente è la progressiva confusione tra visibilità e valore.
Viviamo nell’epoca dell’enfasi permanente.
Un ragazzo che firma per una squadra dilettantistica viene presentato con video hollywoodiani, musiche epiche, droni, effetti speciali, come se fosse il nuovo Cristiano Ronaldo. Una semplice inaugurazione diventa “l’evento dell’anno”. Qualunque contenuto viene definito “storico”, “unico”, “imperdibile”. Ogni post pretende di essere memorabile.
L’iperbole è diventata il linguaggio quotidiano.
Nel frattempo anche il concetto stesso di artista si è trasformato. Oggi bastano un software di intelligenza artificiale, qualche prompt ben scritto e una strategia social efficace per raccogliere migliaia di consensi. Non importa se dietro quell’immagine non esiste alcun percorso creativo, alcuna ricerca, alcuna identità artistica. Conta il risultato immediato. Conta l’effetto.
L’algoritmo premia ciò che cattura l’attenzione, non necessariamente ciò che possiede qualità. È qui che nasce il grande equivoco del nostro tempo.
I follower vengono confusi con l’autorevolezza. Le visualizzazioni diventano sinonimo di competenza. I like assumono il valore di un giudizio critico. La popolarità sostituisce il merito. Eppure la storia insegna altro.
Le opere destinate a rimanere non sono quasi mai quelle che hanno fatto più rumore nell’immediato. I grandi campioni non sono diventati tali grazie a un video virale. I grandi giornalisti, gli scrittori, gli artisti, i musicisti hanno costruito la loro reputazione attraverso il lavoro quotidiano, il confronto, gli errori, il tempo.
Perché il tempo è l’unico giudice che non si lascia influenzare dagli algoritmi.
Questo non significa demonizzare i social o l’intelligenza artificiale. Sarebbe un errore. Sono strumenti potenti, capaci di democratizzare la comunicazione e offrire opportunità impensabili fino a pochi anni fa. Il problema nasce quando lo strumento sostituisce il contenuto, quando l’immagine vale più della sostanza, quando il marketing prende il posto del merito.
La vera sfida della comunicazione contemporanea non è ottenere milioni di visualizzazioni. È continuare a distinguere ciò che è destinato a durare da ciò che nasce e muore nello spazio di uno scroll. Perché un algoritmo può rendere chiunque famoso. Ma non potrà mai trasformare automaticamente quella notorietà in talento. Ed è proprio questa, forse, la differenza che dovremmo imparare a difendere.




Bravissimo, Direttore. La penso esattamente come Lei.
Oggi si cerca la notorietà, ma non più l’Arte.
O
Bravo, condivido Dott. De Filippo.👍
Caro Direttore,oggi si è perso il senso del sacrificio e della qualità.
Si vuole tutto e subito senza sudare senza smazzare e senza imparare.
Infatti,vediamo influencer che non sanno fanno la O con il bicchiere non conoscono l’italiano e hanno come dicono a Napoli,”A pusat e uapp e u stil e merd”che vengono seguiti da tanta gente e come dice lei tutto si basa su algoritmi che danno successo a persone di valenza pari a zero…
La paura più grande non sono gli influencer,ma chi li segue.
Quei milioni di follower che vivono nel vuoto cosmico e che sono quelli a cui andrà il mondo in mano…
Ottima disamina Direttore!
Da condividere al 100%