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“Maria donna innamorata. Liberare la brace dalla cenere”

La visione di Maria in Don Tonino Bello (2)

A cura di Michele Illiceto


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L’amore, per don Tonino, è un «sentimento, antico e sempre nuovo, che scuote 1’anima di ogni essere umano quando si apre al mistero della vita». E’ quanto è accaduto anche a Maria: innamorarsi. Non c’è niente di più umano come non c’è nulla di più divino che innamorarsi.

Anche Maria si è innamorata. Anzi di lei la prima cosa che si dice nel vangelo è che era fidanzata, “promessa sposa a un uomo do nome Giuseppe”. «Anche Maria  –  scrive il vescovo di Molfetta – ha sperimentato quella stagione splendida dell’esistenza, fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza e di trepidazione, in cui, come in una coppa di cristallo, sembrano distillarsi tutti i profumi dell’universo. Ha assaporato pure lei la gioia degli incontri, 1’attesa delle feste, gli slanci dell’ amicizia, 1’ebbrezza della danza, le innocenti lusinghe per un complimento, la felicità per un abito nuovo».

Quando ti innamori, la vita bussa alla porta della tua libertà. Dio viene a risvegliare il tuo cuore per farti capire che tu non basti a te stesso, ma che sei stato fatto per un altro. Dio ti mette in cammino, perché amando tu possa tornare a Lui. A Lui tramite un altro. Maria aveva capito tutto questo. Per tale motivo, mentre amava e cercava Dio, non ha disdegnato di innamorarsi di un uomo. Non c’è uomo che non meriti di essere amato se viene amato da Dio stesso.

Eppure in Lei l’amore aveva qualcosa di diverso. C’era un qualcosa di misterioso nel modo in cui si era andata innamorando: «Cresceva come un’anfora sotto le mani del vasaio, e tutti si interrogavano sul mistero di quella trasparenza senza scorie e di quella freschezza senza ombre». Innamorata, Maria era come “un’anfora sotto le mani di un vasaio”, come a dire che quando cominciamo ad amare è l’Amore che ci prende per mano per dare forma ai nostri impulsi per trasformare i semplici bisogni in desideri. Dare forma alle nostre attese per trasformarle in perle luminose a cui attingere il mistero della vita. L’amore è un’esperienza che ti rende trasparente e luminosa, senza scorie e senza ombre. L’amore accende luci che nessuno potrà mai spegnere. Si fa domanda per chi ti incontra, perché è un mistero che ti sorprende e a cui non è possibile dare alcuna spiegazione.

Quando ami, dice don Tonino, poetando, «nell’iride degli occhi ti sfavillano, riflesse, tutte le stelle del firmamento». Parafrasando il grande filosofo e teologo-mistico del ‘400, N. Cusano, è come se dicesse che l’amore ti rende specchio dell’universo intero. L’innamoramento non è una faccenda solo personale, un’avventura solitaria ed egoistica in un universo che senti ostile. Non è una questione di pura sopravvivenza per riprodurre una specie che senti estranea. Al contrario, innamorandoti, diventi frammento di un cantico universale che si eleva a Colui che in sé è Amore. L’amore è rapimento. E’ estasi. E’ battito d’ali con cui ogni creatura fa ritorno al suo Creatore. Non si torna a Dio con la morte, ma con l’amore.

Ma in qual modo l’innamorarsi di Maria è nuovo e originale? Nel fatto che è riuscita a «comporre i suoi rapimenti in Dio e la sua passione per una creatura». Nell’essere rapita da Dio senza smettere di amare un uomo. Maria non conosceva le dicotomie, le giustapposizioni, le falsificazioni né le facili mistificazioni. Non conosceva i riduzionismi né i comodi estremismi. Non conosceva le scissioni o le false alternative. In Maria l’amore per Dio e l’amore per l’uomo erano un tutt’uno. Perché l’amore è uno. L’amore ricompone tutto ciò che l’uomo ha separato.

Maria non è stata «capace solo di fiamme che si alzano verso il cielo». Non ha mai dimenticato «le piccole scintille di quaggiù». L’amore ti eleva solo se ti immergi nella carne che ne è rimasta senza. Ti dona profondità solo se resisti al tempo che ne mette alla prova la durata e la fedeltà.

Maria, mentre amava come «un rogo di carità» il Creatore, non ha mai smesso di amare le creature. In Lei ogni atto di amore per il suo uomo le ricordava ogni atto di amore di Dio per l’uomo.

Questo vuol dire che l’amore non è mai profano. Anzi, al contrario, «l’amore è sempre santo, perché le sue vampe partono dall’unico incendio di Dio». Non esiste amore umano che non sia anche divino. Quando l’uomo separa l’amore per Dio dall’amore per l’uomo, e viceversa, ecco che diventa diabolico. Solo allora l’amore viene profanato. Frainteso e oscurato. Dilapidato.

Inoltre, mentre nelle altre ragazze «1’amore umano che sperimentavano era come 1’acqua di una cisterna: limpidissima, sì, ma con tanti detriti sul fondo. Bastava un non nulla perché i fondigli si rimescolassero e le acque divenissero torbide. Per lei, no. Non potevano mai capire, le ragazze di Nazaret, che l’ amore di Maria non aveva fondigli, perché il suo era un pozzo senza fondo».

Maria sapeva amare perché si sapeva amata. Era un donna libera. Pura. E la sua purezza era la sua libertà riconciliata con la Grazia di cui era già piena. Senza detriti in fondo al cuore, senza zavorre che le impedissero di librasi in volo ha potuto risalire la scala dell’amore di platonica memoria. Maria era pronta a farsi rapire da Dio. A rapire Dio per donarlo agli uomini che ne erano rimasti senza.

Tuttavia, anche Maria ha conosciuto la potenziale ambiguità dell’amore, quella per cui «con lo stesso fuoco, oltre che accendere lampade di gioia, abbiamo la triste possibilità di fare terra bruciata delle cose più belle della vita». Il rischio è di ridurre la passione a sola emozione, senza durata, senza impegno, senza che si trasformi in dono e cura.

Ma Lei ha saputo resistere alla tentazione di trasformare l’amore in seduzione, in ricerca egoistica di gratificazioni puramente emotive. Al contrario, Lei ci insegna che l’amore «è un’arte difficile che si impara lentamente. Perché si tratta di liberare la brace, senza spegnerla, da tante stratificazioni di cenere». Ha compreso che l’amore è come «la rete sotterranea di quelle lame improvvise di felicità, che in alcuni momenti della vita ti trapassano lo spirito, ti riconciliano con le cose e ti danno la gioia di esistere». Cioè a dire che l’amore cresce solo se viene messo alla prova dal dolore.

Inoltre Maria ci insegna che in amore vince chi perde. Non la perdita dell’abbandono ma la perdita del dono. Infatti, scrive il vescovo di Molfetta, «Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’ egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’ altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione». Chicco di grano che caduto in terra muore per la vita che in sé potenzialmente aspira a nascere.

E’ inutile dire che rileggere don Tonino oggi è come leggere Papa Francesco che nella sua Amoris laetitia afferma che l’amore è un cammino lento e faticoso, ma anche gioioso e fecondo, che deve sempre evitare di assumere la forma del possesso, mentre al contrario deve sempre trasformarsi in dono per l’altro.

A cura di Michele Illiceto

La visione di Maria in Don Tonino Bello (2) ultima modifica: 2019-08-22T12:36:53+00:00 da Redazione



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