Puri come una bestemmia, il progetto di Rossella Seno e Lino Rufo, nasce da una domanda tanto semplice quanto scomoda: chi ha deciso chi sono gli ultimi?
La risposta, spesso, è scritta nei margini delle nostre città, nelle periferie, nelle carceri, nelle storie di chi attraversa un confine, nelle vite delle donne ferite, nei corpi che la società preferisce spostare, classificare, contare. È lì che lo spettacolo sceglie di guardare. Non per offrire consolazione, ma per rompere quella distanza rassicurante che permette di osservare il dolore senza sentirsi coinvolti.
Il titolo è già una dichiarazione di intenti.
Puri come una bestemmia mette insieme due parole apparentemente inconciliabili e le usa per indicare una verità che disturba: esistono vite che abbiamo imparato a non guardare. Non perché siano invisibili, ma perché abbiamo costruito intorno a loro una forma di indifferenza.
Migranti, detenuti, emarginati, donne segnate dalla violenza, persone fragili e dimenticate diventano così il centro di una narrazione che restituisce loro ciò che troppo spesso viene sottratto: un volto, una voce, un nome.
È questo il punto politico e umano dello spettacolo.
Prima ancora delle categorie, delle definizioni e delle statistiche ci sono le persone. E una persona non può essere ridotta alla propria condizione: non è soltanto un clandestino, un detenuto, un povero, uno straniero, una vittima. È una storia.
La musica e la poesia diventano gli strumenti attraverso cui quelle storie tornano a farsi presenza. Il palcoscenico si trasforma in uno spazio di ascolto, ma anche di responsabilità. Perché ascoltare davvero significa rinunciare, almeno per il tempo dello spettacolo, alla comodità del giudizio.
Puri come una bestemmia non promette un mondo migliore e non costruisce una speranza facile. Fa qualcosa di più difficile: mette lo spettatore davanti a ciò che normalmente resta fuori campo.
Un volto che smette di essere un numero.
Un corpo che smette di essere un problema.
Uno straniero che smette di essere soltanto uno straniero.
Una donna che torna a essere una persona, prima ancora che una statistica.
In questo senso il teatro diventa memoria. Ma anche una forma di resistenza all’oblio.
Ogni storia porta con sé una possibilità diversa: una madre, un figlio, un amore, una fuga, una paura, un sogno. E spesso anche una porta chiusa. A volte basta questo dettaglio per comprendere quanto siano fragili le traiettorie delle esistenze: la differenza tra chi riesce a salvarsi e chi rimane indietro può essere rappresentata da una porta che qualcuno ha scelto di non aprire.
Lo spettacolo non chiede pietà per i suoi protagonisti. Chiede attenzione. Chiede di essere guardati negli occhi e chiamati per nome. Chiede, soprattutto, di interrompere per qualche istante quella distanza attraverso cui siamo abituati a osservare il dolore degli altri.
Ed è proprio qui che il tema degli “ultimi” si rovescia.
Perché il confine tra noi e loro non è così netto come siamo abituati a pensare. Le paure, le fragilità, le sconfitte e le solitudini appartengono a tutti. La differenza è che alcune esistenze vengono protette, altre esposte; alcune ascoltate, altre ridotte al silenzio.
La vera provocazione di Puri come una bestemmia è allora questa: costringerci a domandare non soltanto chi siano gli ultimi, ma chi li abbia messi lì.
E soprattutto quale sia la nostra parte in quella distanza.
Perché il disagio più profondo non nasce sempre dalla sofferenza che vediamo. A volte nasce dalla scoperta di non averla voluta vedere.
Il teatro, in questo caso, non offre una via di fuga dalla realtà. Fa esattamente il contrario: la avvicina. Porta sul palco ciò che spesso resta fuori dalla scena della società e lo restituisce alla dimensione più elementare e più difficile da ignorare: quella umana.
Forse è questo il significato più autentico del titolo.
Una bestemmia non perché voglia scandalizzare, ma perché osa pronunciare ad alta voce ciò che preferiremmo lasciare nel silenzio.
E se il teatro riesce ancora a fare questo, allora per una sera può accadere qualcosa di raro: non incontrare “gli ultimi”, ma incontrare delle persone.
E, attraverso quelle persone, riconoscere noi stessi.




