C’è una scena, avvenuta ad Asiago, che merita di essere guardata oltre la cronaca e oltre i protagonisti. Perché nel confronto pubblico tra Sigfrido Ranucci e Roberto Rigoli non c’è soltanto una vicenda giudiziaria, non c’è soltanto un’inchiesta televisiva e non c’è soltanto il tema — delicatissimo — della diffamazione. C’è una domanda più grande: che cosa resta dell’umanità quando il giornalismo, la giustizia e il dibattito pubblico diventano un’arena?
Rigoli ha ricordato di essere stato coinvolto nella vicenda dei tamponi rapidi, di essere stato oggetto di un’inchiesta di Report e di essere poi uscito dalla vicenda giudiziaria senza una condanna. Ha chiesto a Ranucci di riconoscere un errore. Ranucci ha difeso il lavoro della trasmissione, distinguendo — giustamente — tra l’eventuale errore giornalistico e l’affermazione che una trasmissione abbia raccontato il falso. Poi, alla fine, i due si sono stretti la mano.
È proprio quell’ultima stretta di mano, forse, la parte più importante.
Perché prima delle sentenze televisive, prima dei titoli, prima delle tifoserie e prima della necessità di avere ragione, ci sono le persone. E le persone, quando vengono trascinate per anni dentro una vicenda pubblica, possono essere ferite anche quando formalmente non sono state condannate. Possono esserlo loro, i loro familiari, i loro figli. Una rettifica può correggere una frase; non sempre può restituire ciò che quella frase ha prodotto nella vita di qualcuno.
Questo non significa affatto mettere sotto processo il giornalismo d’inchiesta. Al contrario.
Il giornalismo d’inchiesta è uno dei presìdi più importanti di una democrazia. Deve scavare, porre domande scomode, mettere in discussione versioni ufficiali, individuare responsabilità e portare alla luce ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto. Non deve chiedere il permesso al potere per fare il proprio mestiere.
Ma proprio perché è potente, deve essere rigoroso.
Un’inchiesta giornalistica non può trasformare un’ipotesi in una verità per effetto della narrazione. Non può confondere il sospetto con la prova, la responsabilità politica con quella penale, l’errore con la colpa, l’accusa con la condanna. E soprattutto non può diventare un processo parallelo nel quale il pubblico viene invitato a scegliere da che parte stare.
Il giornalismo può certamente analizzare. Deve farlo.
Ma analizzare non significa teatralizzare.
Quando il racconto dell’inchiesta viene costruito come una contrapposizione tra buoni e cattivi, tra chi “ha capito tutto” e chi “deve rispondere”, il rischio è che il giornalismo smetta di essere uno strumento di conoscenza e diventi uno strumento di persuasione. E quando accade, il pubblico non viene più informato: viene arruolato.
È qui che occorre una distinzione fondamentale, soprattutto nell’epoca dei social e della comunicazione permanente: avere ragione nel porre una domanda non significa avere ragione nella risposta che ci si è dati.
Un giornalista può avere il dovere di indagare una vicenda e, contemporaneamente, il dovere di riconoscere se alcuni elementi della ricostruzione si sono rivelati inesatti. Non c’è debolezza nel farlo. C’è autorevolezza.
Allo stesso modo, un’assoluzione o un’archiviazione non trasformano automaticamente ogni critica precedente in una menzogna. La magistratura accerta responsabilità secondo regole e standard propri; il giornalismo opera su un terreno diverso. Ma proprio per questo nessuno dei due mondi dovrebbe appropriarsi dell’altro. Il giornalista non è un magistrato e il magistrato non è un giornalista.
E il pubblico non dovrebbe essere costretto a scegliere tra due tribù.
Quello che dovrebbe essere chiesto a chi fa informazione è molto più semplice e molto più difficile: quanto era solida la notizia? Quali erano le prove? Quali le ipotesi? Quali le verifiche? Che cosa è stato affermato come certo e che cosa, invece, era ancora da dimostrare?
Questa è la vera grammatica dell’informazione.
Perché la libertà di stampa non è la libertà di essere infallibili. È la libertà di cercare la verità e, quando necessario, di correggersi.
E qui torniamo alla scena di Asiago.
Forse dovremmo recuperare una parola che nel dibattito pubblico sembra essere diventata quasi scandalosa: scusa.
Chiedere scusa non significa rinnegare un’inchiesta. Significa assumersi la responsabilità delle conseguenze di ciò che si è raccontato, quando una parte di quel racconto si è rivelata sbagliata. Significa riconoscere che dietro un nome, dietro un volto mostrato in televisione, dietro un servizio, dietro una frase pronunciata davanti a milioni di persone, esiste una vita reale.
E forse è proprio questo che abbiamo smarrito: la proporzione.
Abbiamo imparato a giudicare velocemente, a indignarci istantaneamente, a trasformare ogni vicenda in una contesa tra sostenitori e avversari. Abbiamo costruito un sistema nel quale una persona può essere “colpevole” nell’opinione pubblica molto prima che lo sia — o lo sia mai — davanti a un giudice. E anche quando la giustizia arriva a una conclusione diversa, il marchio pubblico può essere già rimasto.
Non è civiltà. Non è giornalismo. Non è neppure giustizia.
È spettacolo.
E il giornalismo deve avere il coraggio di interrogarsi anche sul confine che separa l’informazione dallo spettacolo dell’informazione.
Le inchieste sono sacrosante quando sono fondate su fatti, documenti, verifiche e responsabilità professionale. Sono indispensabili quando illuminano ciò che qualcuno vorrebbe tenere nell’ombra. Ma proprio perché sono sacrosante non possono essere protette da una sorta di immunità morale: chi indaga deve essere il primo a sottoporre sé stesso al controllo dei fatti.
Non basta avere un microfono per avere la verità. Non basta avere un’inchiesta per avere una sentenza. Non basta avere un pubblico per avere ragione. E non basta essere assolti per cancellare automaticamente tutto ciò che è stato raccontato.
La verità, quella vera, è più faticosa. È fatta di distinguo, verifiche, dubbi, correzioni, contraddittorio. È spesso meno spettacolare di una trasmissione televisiva, ma infinitamente più rispettosa delle persone.
Per questo la stretta di mano tra Rigoli e Ranucci vale più di molte polemiche. Perché ricorda una cosa elementare che abbiamo dimenticato: si può essere avversari senza essere nemici. Si può difendere il proprio lavoro senza disumanizzare chi lo ha contestato. Si può chiedere giustizia senza trasformare l’altro in un bersaglio.
Prima di essere censori, prima di essere giornalisti, magistrati, opinionisti, spettatori, tifosi o commentatori, siamo esseri umani.
E una democrazia adulta non ha bisogno di meno giornalismo.
Ha bisogno di più giornalismo e meno teatro. Più fatti e meno sentenze pronunciate dal pubblico. Più coraggio nell’indagare e più umiltà nel correggere. Più libertà di raccontare e più responsabilità nel farlo.
Perché la libertà di informare è sacra.
Ma lo è anche la dignità di chi viene raccontato.



