La forza delle terre aspre, di quelle che sembrano non lasciarsi attraversare, è tutta nel potersi attraversare senza dolore, ma solo dopo averle riconosciute e affidate al libro dell’amore.
La Sila è una di queste.
Chi vi entra con il passo leggero del viandante, o con la pazienza circolare della bicicletta, scopre presto che la strada non conduce soltanto da un luogo a un altro, ma da ciò che credeva di essere a ciò che ancora non sa di poter diventare.
E allora il bosco tace.
Tace come tacciono le cose antiche quando hanno già detto tutto.
Il cuculo rompe il silenzio con il suo richiamo, e sembra che la montagna risponda da una valle lontana. È il canto di una terra che non ha bisogno di essere spiegata. Una terra che accende la luce proprio mentre il giorno declina, quando il sole si abbassa e ogni cosa sembra avere un’ombra più lunga della propria memoria.
Forse è per questo che Manuel Francesco Arena scrive della Sila senza raccontare sé stesso.
O, meglio, raccontando sé stesso soltanto attraverso ciò che ama.
La sua bicicletta non è un mezzo per fuggire, né soltanto una maniera più lenta di viaggiare. È una forma di ascolto. Le ruote toccano la strada e la strada restituisce al corpo la misura del mondo: il vento, la salita, il respiro, la fatica, il profumo della resina, l’acqua nascosta nelle pietre, il volo improvviso di un uccello.
Pedalare diventa così una preghiera senza altare.
Ogni tornante è una domanda.
Ogni vetta, una risposta che non pretende di essere definitiva.
E mentre il ciclista sale, la Sila sale con lui.
Salgono gli alberi, le nuvole, i pascoli, i laghi, le voci degli uomini che sono rimasti e quelle di coloro che sono partiti. Salgono i nomi delle contrade, le case abbandonate, le estati dell’infanzia, i mestieri che scompaiono, le parole che soltanto i vecchi conservano ancora nella bocca.
È questa la restanza.
Non è immobilità.
Non è paura del viaggio.
È il coraggio, più oscuro e forse più difficile, di rimanere abbastanza a lungo davanti alle cose perché esse possano finalmente parlare.
Il vecchio lo sa.
Ha visto passare le stagioni come si vedono passare i treni: alcuni pieni di gente, altri quasi vuoti. Ha visto cambiare le strade, i volti, le case, i desideri. Ha imparato che il tempo non porta via soltanto le cose; talvolta le nasconde, perché qualcuno possa ritrovarle.
E così guarda la montagna.
Non la possiede.
La riconosce.
Forse la felicità è proprio questo.
Non afferrarla.
Riconoscerla quando passa.
Talvolta ha un vestito bianco e attraversa un cuore senza fermarsi. La si intravede appena, come una figura che cammina in un passaggio d’ombra. E già basta. Perché l’uomo comprende che non era necessario possederla: era necessario accorgersi che esisteva.
Così accade nella Sila.
Accade quando il sole cade dietro una faggeta.
Quando una strada deserta appare improvvisamente bellissima.
Quando il respiro diventa corto e la salita sembra non finire.
Quando il corpo domanda di fermarsi e qualcosa, dentro, risponde ancora: avanti.
La bicicletta conosce questa legge.
Non promette scorciatoie.
Insegna la proporzione.
Dice al corpo: se vuoi salire, devi accettare la fatica.
Dice alla mente: se vuoi vedere lontano, devi prima attraversare ciò che hai vicino.
Dice al cuore: non vi è libertà senza una misura, e non vi è misura senza ascolto.
Forse per questo, lungo le strade dell’altopiano, possono incontrarsi Cervantes e Hemingway, Hesse e Norman Douglas, Nicola Misasi e Mauro Corona, Genovesi e Capossela; e possono passare, come viandanti dello stesso sentiero, gli uomini che hanno fatto della bicicletta una disciplina dell’anima, fino a Omar Di Felice.
Non sono citazioni.
Sono compagni di viaggio.
Sono voci che il lettore incontra quando la strada si fa silenziosa e la mente, finalmente, smette di correre.
E allora anche il libro diventa bicicletta. Avanza lentamente. Fa respirare.
Sale. Scende. Si ferma davanti a una meraviglia.
Riparte.
Non racconta soltanto la Sila greca e la Sila grande: racconta la possibilità, ancora viva, che un uomo possa attraversare un territorio senza consumarlo, guardarlo senza appropriarsene, amarlo senza trasformarlo in una cartolina.
Questa è forse la vera biodiversità: non soltanto la varietà degli alberi, degli animali, delle acque e dei cieli, ma la possibilità che molte forme di vita continuino a stare insieme senza cancellarsi.
L’uomo compreso.
L’uomo finalmente non padrone, ma ospite.
E davanti a questa consapevolezza torna il silenzio.
Il grande silenzio della montagna.
Quello che mette l’uomo davanti a se stesso come davanti a uno specchio.
E nello specchio non sempre appare il volto che conosce.
Appare il ragazzo. Appare il vecchio. Appare colui che è partito.
Appare colui che è rimasto. Appare la paura. Appare la nostalgia.
Appare persino la felicità, così fuggevole da sembrare quasi un errore della luce.
E forse allora comprendiamo ciò che sapevano gli uomini antichi, quelli che parlavano lentamente e portavano la barba bianca, quelli che avevano imparato che la sapienza non consiste nell’avere molte risposte, ma nel saper abitare le domande.
Una domanda resta sopra tutte: che cosa rimarrà di noi quando avremo smesso di attraversare la terra?
Forse niente. O forse il modo in cui l’abbiamo attraversata.
Un sentiero non conosce il nome di chi lo percorre.
Un albero non conserva il volto del viandante.
La montagna non trattiene le impronte della bicicletta.
Eppure tutto resta.
Resta nel respiro. Resta nella memoria. Resta nella luce del tramonto. Resta nel canto del cuculo.
Resta nella mano che, alla fine della salita, cerca istintivamente il manubrio.
Resta nel desiderio di tornare.
E così, quando la strada conduce alla vetta più alta della Sila, il viaggiatore non conquista nulla.
La vetta non è una conquista. È un perdono.
Il mondo, da lassù, sembra finalmente riconciliato con se stesso.
Le nuvole passano basse.
Il vento sfiora il viso.
Gli alberi sembrano pregare.
E l’uomo, piccolo dentro quella immensità, comprende che non è venuto fin lì per dominare la montagna.
È venuto per essere domato dalla sua bellezza.
Allora scende dalla bicicletta. Non dice niente. Accarezza una nuvola con gli occhi.
E per un istante soltanto — uno soltanto, ma sufficiente per una vita intera — comprende che restare e partire non sono contrari.
Che la memoria non è una prigione.
Che la terra non appartiene a chi la possiede, ma a chi sa ascoltarla.
Che la felicità non si raccoglie con le mani.
E che certe terre, quando le ami davvero, non ti chiedono di restare.
Ti chiedono soltanto di non dimenticare la strada per tornare.



