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1976 - 2026 Manfredonia, cinquant’anni dopo la nube d’arsenico: «Il lavoro arrivò prima della consapevolezza del rischio»

Il 26 settembre 1976 cedette la colonna di lavaggio dell’impianto di ammoniaca dell’ANIC.

AUTORE:
Giuseppe de Filippo
PUBBLICATO IL:
22 Settembre 2026
Focus e Inchieste // Inchieste Manfredonia //

MANFREDONIA, 21 settembre 2026 — «Si voleva lavorare per vivere». Nelle parole di Vincenzo D’Onofrio è racchiusa la contraddizione che accompagna ancora oggi la storia industriale di Manfredonia. Da una parte la fabbrica come risposta alla disoccupazione, alla povertà e all’emigrazione; dall’altra i rischi di un impianto chimico che lavoratori e popolazione avrebbero compreso soltanto con il passare degli anni.

Il 26 settembre 1976, una domenica, il cedimento della colonna di lavaggio dei gas dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca dell’ANIC liberò una nube contenente arsenico. L’incidente segnò la storia ambientale, sanitaria e sociale della città. A cinquant’anni da quel giorno, D’Onofrio torna davanti all’ex area ANIC-Enichem per raccontare ciò che vide e ciò che accadde dopo.

Entrato in fabbrica a 21 anni, vi lavorò per 29 anni. Fu sindacalista e componente dell’esecutivo del consiglio di fabbrica; negli anni ha raccolto documenti e curato oltre quaranta volumi dedicati allo stabilimento e alle sue conseguenze.

Per comprendere l’arrivo dell’ANIC, spiega D’Onofrio, bisogna tornare alla Capitanata degli anni Sessanta. Nei comuni del Subappennino Dauno la disoccupazione era alta e migliaia di persone emigravano verso Milano, Torino, la Germania e altri Paesi europei. La scoperta del metano alimentò una lunga mobilitazione affinché almeno una parte di quella risorsa fosse utilizzata sul territorio.

«Tutti i paesi del Subappennino si costituirono in comitato e organizzarono una serie di lotte e manifestazioni per avere lavoro», ricorda. «In tutte quelle zone c’erano miseria e povertà. La gente emigrava e voleva che una parte del metano rimanesse sul posto».

Le proteste culminarono, secondo la ricostruzione dell’ex sindacalista, in una manifestazione a Foggia con decine di migliaia di partecipanti e nell’occupazione dei pozzi. Lo stabilimento fu infine realizzato a Manfredonia, dove c’erano il mare e il porto.

Per la città l’industria rappresentò una promessa di riscatto. «Anche Manfredonia aveva gli stessi problemi del Subappennino: gente che andava fuori a lavorare, emigrazione, arretratezza. La fabbrica rappresentava una via d’uscita dalla disoccupazione», afferma D’Onofrio. Nel momento di massima attività, aggiunge, tra occupazione diretta e indotto «siamo stati intorno a 1.600 famiglie», comprendendo dipendenti delle ditte esterne e autotrasportatori.

Il bisogno di un salario, però, precedette la consapevolezza dei pericoli. «Noi abbiamo fatto la corsa e la fila per venire a lavorare, ma non sapevamo che cosa c’era e che cosa non c’era», dice. «All’epoca c’erano i segreti industriali e non si doveva nemmeno conoscere quali materie venissero utilizzate negli stabilimenti».

Area ex Enichem, Ugo Galli: "Interventi a due passi da Manfredonia"
Enichem – Fonte Immagine: retegargano.it

«Vidi una nube bianca uscire dalla torre»

La mattina del 26 settembre 1976 D’Onofrio si trovava in corso Manfredi, all’altezza della curva dalla quale lo sguardo arriva direttamente allo stabilimento. «Vidi una nube di vapore bianco che usciva da quella torre», racconta. Da lontano non era ancora possibile comprendere la gravità di ciò che stava accadendo.

«Era domenica, fortunatamente», aggiunge, «perché nello stabilimento c’era pochissima gente: soltanto le persone in turno». Il giorno dopo, rientrando al lavoro, vide la parte superiore della colonna caduta accanto ai magazzini dell’urea e del solfato ammonico.

D’Onofrio contesta l’uso tecnico della parola “esplosione”. «Dal processo emerse che i diagrammi delle macchine in funzione non davano alcun segnale», sostiene. «Non ci fu uno scoppio, ma uno scollamento della parte superiore della colonna». La sua è una ricostruzione riferita agli atti processuali: per assumerla come conclusione tecnica definitiva occorre confrontarla con le perizie e le sentenze integrali. Il dato storico certo resta il cedimento della struttura e la conseguente dispersione di sostanze tossiche contenenti arsenico.

Secondo D’Onofrio, il 27 settembre la direzione comunicò «la fuoriuscita di dieci tonnellate di arsenico», insieme al vapore e alle altre sostanze presenti nel processo industriale. La quantità è riportata come dichiarazione dell’intervistato: il documento aziendale originario non è incluso nel materiale disponibile e deve essere acquisito prima della pubblicazione come dato autonomamente verificato.

ANIC MANFREDONIA
(ph: l’unità)

Una delle immagini rimaste nella memoria collettiva mostra lavoratori impegnati a rimuovere il materiale senza protezioni adeguate. D’Onofrio, che lavorava negli uffici, precisa di non avere assistito personalmente a quelle operazioni: «Io non li ho visti. Può darsi che inizialmente, il 27 e il 28 settembre, ci siano state raccolte senza precauzioni».

Ricorda tuttavia che il 28 settembre fu costituito un primo comitato per l’ambiente e la salute dei lavoratori e, il giorno successivo, un organismo tecnico-scientifico per il disinquinamento. «Subito dopo furono prese le iniziative», afferma.

All’interno della colonna c’erano anche selle ceramiche utilizzate nel processo industriale. Secondo la sua testimonianza, il materiale contaminato fu sistemato in fusti e interrato in un’area interna allo stabilimento, seguendo le prescrizioni tecniche adottate allora. «Furono messi i teloni sul fondo e poi tutto venne tombato. Quei fusti contenenti arsenico stanno ancora là», sostiene.

È un’affermazione di rilevante interesse pubblico, ma richiede il riscontro degli atti più recenti relativi a caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica del sito. La testimonianza non può sostituire la documentazione ambientale aggiornata.

TRIBUNALE FOGGIA, INTERNO (PH ENZO MAIZZI)
TRIBUNALE FOGGIA, INTERNO (PH ENZO MAIZZI) IMMAGINE D’ARCHIVIO

 

Le assoluzioni e la sentenza europea

Sul rapporto tra l’esposizione alle sostanze, le malattie e i decessi dei lavoratori è indispensabile distinguere le convinzioni personali dagli accertamenti giudiziari. D’Onofrio partecipò come parte civile al procedimento penale insieme ad altri dipendenti dello stabilimento.

«Non si è potuto dimostrare il legame tra le morti, le condotte della società e le esposizioni», riconosce. I dodici imputati — dirigenti, responsabili tecnici e sanitari, secondo il suo racconto — furono assolti al termine dei diversi gradi di giudizio. Quelle assoluzioni impediscono di attribuire responsabilità individuali che la magistratura non ha accertato.

Esiste però un’altra verità giudiziaria, distinta per oggetto. Il 19 febbraio 1998, nella causa Guerra e altri contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì all’unanimità che lo Stato aveva violato l’articolo 8 della Convenzione. Gli abitanti non avevano ricevuto informazioni essenziali per valutare i rischi legati alla vicinanza dello stabilimento e per sapere come comportarsi in caso di incidente.

La Corte ricordò inoltre che, in seguito all’incidente del 1976, 150 persone erano state ricoverate per intossicazione acuta da arsenico. Non attribuì ai singoli dirigenti la responsabilità delle malattie denunciate e non accertò un nesso generale tra l’impianto e ogni decesso: riconobbe invece la responsabilità dello Stato per la mancata informazione della popolazione.

DIREZIONE ENI REWIND, ASI
DIREZIONE ENI REWIND, ASI

«I primi esposti erano i lavoratori»

D’Onofrio respinge l’idea di una contrapposizione automatica tra operai e ambiente. «Chi stava vicino alla fonte di rischio era il lavoratore», osserva. «I primi che, dal punto di vista della salute e dell’ambiente, erano esposti, erano i lavoratori».

Dentro lo stabilimento, ricorda, non mancarono le mobilitazioni per la sicurezza. «Durante la vita della fabbrica furono fatti molti scioperi per la questione ambientale e per la salute». Nel reparto in cui lavorava Nicola Lovecchio la protesta durò sei giorni consecutivi. «All’epoca ero nel sindacato in prima linea e facevo parte dell’esecutivo del consiglio di fabbrica. Mettemmo anche manifesti a Manfredonia per raccontare ciò che succedeva nello stabilimento».

La testimonianza restituisce così un’immagine più complessa: gli stessi operai che difendevano il posto di lavoro furono tra i primi a chiedere maggiori tutele. Sicurezza dentro la fabbrica e protezione del territorio erano due aspetti della medesima battaglia.

ph matteo nuzziello - Area ex Enichem, Macchia di Monte Sant'Angelo
ph matteo nuzziello – Area ex Enichem, Macchia di Monte Sant’Angelo – immagine d’archivio

La seconda promessa: la reindustrializzazione

Dopo la chiusura dell’ANIC-Enichem arrivò la stagione delle aree di crisi, della legge 488 e del Contratto d’area. Il progetto avrebbe dovuto offrire un’alternativa occupazionale, a partire dai lavoratori espulsi dallo stabilimento.

«Inizialmente le nuove aziende dovevano sistemare tutti i dipendenti Enichem», ricorda D’Onofrio. «Poi le condizioni dei contratti e degli stipendi non permisero più a quelle ditte di assorbire quel personale e subentrarono altri disoccupati».

Il suo giudizio sulla gestione degli incentivi è severo: «Le aziende ebbero molte agevolazioni e pochi vincoli». D’Onofrio denuncia inoltre controlli insufficienti sui progetti e sulle assunzioni promesse. Si tratta di valutazioni e accuse che, prima di essere presentate come fatti accertati, devono essere confrontate con gli atti amministrativi, contabili e giudiziari e con le repliche delle imprese e degli enti coinvolti.

Anche i nastri trasportatori costruiti nell’area portuale sono diventati il simbolo di una stagione incompiuta. «Dovevano servire a evitare il continuo passaggio dei camion per i concimi e per il grano», spiega. «Non sono mai entrati in funzione perché nel frattempo andarono in crisi sia lo stabilimento sia la movimentazione del grano».

NASTRI TRASPORTATORI MANFREDONIA, PH NUZZIELLO
NASTRI TRASPORTATORI MANFREDONIA, PH NUZZIELLO

 

«Noi ci siamo trovati in questa fabbrica e i primi a essere a rischio erano i lavoratori», ripete D’Onofrio. È forse questo il punto nel quale memoria operaia e questione ambientale tornano a incontrarsi.

Giuseppe de Filippo - Vincenzo D'Onofrio
da sx: il direttore di StatoQuotidiano.it, Giuseppe de Filippo – il ragionier Vincenzo D’Onofrio, sindacalista e per quasi 30 anni dipendente ENI

 

Nota sulle fonti e sul metodo

L’articolo è basato sull’intervista a Vincenzo D’Onofrio registrata a Manfredonia il 21 settembre 2026. I virgolettati sono stati ripuliti dalle ripetizioni tipiche del parlato e dagli errori evidenti della trascrizione automatica, senza modificarne il significato. Le dichiarazioni non sostenute da documenti presenti nel materiale sono attribuite all’intervistato.

Fonti di verifica consultate:

 

 

© StatoQuotidiano - Riproduzione riservata

3 commenti su "Manfredonia, cinquant’anni dopo la nube d’arsenico: «Il lavoro arrivò prima della consapevolezza del rischio»"

  1. Come popolo di Manfredonia dovremmo manifestare per la bonifica reale di quei fusti di arsenico interrati, l’erosione di quei fusti con il tempo potrebbe far fuoriuscire liquami che inquinano le falde acquifere, a quel punto sarebbe la fine per tutti! Non sottovalutiamo questo problema!

  2. Aldo Moro quello del piazzale delgranaio d’Italia potenti locali preti e serviti varia poteri forti decisero il che il mostro chimico venisse creato dei luoghi più belli e incantati del mondo! Gli anni in cui c’era emigrazione ma c’era anche la più grande e formidabile flotta peschereccio del Sud Europa! C’erano i borghi e prospero meravigliosi come ad esempio Fonte Rosa! Poi chi non conosceva la carta moneta e viveva nella selvaggia nature conobbe i primi lenzuoli ossia le 10 mila lire. Chi la presente in culo profondamente furono solo i cittadini di Manfrdeonia..i veleni sono ancora lì sotto magari con le vasche spaccate da cui fuoriescono veleni mortali..c’è il centro commerciale, la a cala d’oro le pecore al pascolo e l’olio privo di arsenico .. ..tutto ok mare pulito e cozze buonissime…

  3. Signori miei, quella struttura mortale fu la più grande VERGOGNA DELL’ ESSERE UMANO.
    Mi ricordo che per nascondere la vera produzione che faceva quella VERGOGNOSA FABBRICA, dicevano alla popolazione che il caprolattame era del concime per le mucche e altri animali, cioè nulla di preoccupante.
    Meschinamente mentivano pur di lavorare.
    Eravamo la città più bella del mondo.
    La fregatura è che nessuno ha pagato con la galera, tutti assolti, perché potenti.
    Adesso ci troviamo in un paese con più patologie di tumori, polmoni infettati e mal ridotti, leucemie in abbondanza, mentre chi ha combinato queste sciagure, vanno passeggiando tranquillamente.
    Questa è la legge dei potenti.
    Buona vita a tutti.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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