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Illiceto: “La mafia, da semplice strategia a vera e propria ideologia”

AUTORE:
Michele Illiceto
PUBBLICATO IL:
23 Gennaio 2023
Cultura // Manfredonia //

Manfredonia (Fg), 23 gennaio 2023 – L’arresto del latitante e superboss Matteo Messina Denaro, ha riacceso in questi giorni il dibattito non solo sul fenomeno mafioso in generale, ma anche sul rapporto che in questi anni si è venuto a creare tra mafia e società civile, a causa anche della fitta ed estesa rete di protezione che “U Siccu” ha ricevuto, in tutti questi anni, da parte della cosiddetta “borghesia mafiosa”, sì da poter condurre una latitanza, non solo tranquilla, ma anche prosperosa dal punto di vista degli affari.

Il primo elemento da prendere in considerazione a riguardo concerne il tentativo messo in atto dalla mafia, non solo di imporre le logiche di potere delle loro scelte criminali, ma anche quello di costringere il tessuto sociale circostante, in modalità molto soft, ad “abituarsi” al fenomeno mafioso, inducendo tutti ad accettarlo come se si trattasse di un fatto normale, si da poter dire che, in fondo, esso non c’è.

La normalizzazione della mafia la rende più invisibile di quanto già non sia. E questa sua invisibilità, che la rende sfuggente e inafferrabile, la rende ancor più potente. Messina Denaro, in tutti questi anni, ha cambiato strategia. Non ha cercato di contrapporre la mafia alla società, ma ha fatto in modo che le fosse talmente assimilata da farla apparire non più come un corpo estraneo, ma come un suo elemento costitutivo, talmente necessario che molti hanno cominciato a ritenerla essenziale e vitale.

Da un atteggiamento di contrapposizione è passata a uno di assimilazione.

Pertanto non si tratta più o solo di cattiveria ma di strategia, dietro cui si nasconde una perversa ideologia, quella che ha portato molti a pensare che senza la mafia la società non cresce. E’ stato forse questo il punto di forza della latitanza del superboss?

Ma abituarsi a tutto questo non è che una resa che ci rende quasi complici con la nostra assuefazione e rassegnazione. Guai imparare a convivere con la mafia! Non serve neanche dire “Basta che si sparano tra di loro”. Che magra consolazione! Se così fosse, faremmo il loro gioco. Gli riconosceremmo un spazio, il diritto a vedersela tra di loro, imponendo però la logica della violenza e del sopruso. No! Con la mafia non si convive, nè si scende a compromessi. Al contrario, ci si dissocia e la si condanna apertamente.

Solo che per contrastare l’ideologia della mafia bisognerebbe proporre una visione ad essa radicalmente opposta, che chiama in causa il ruolo dell’educazione che sia in grado di far nascere, specie nelle nuove generazioni, un alto senso civico da contrappore al cinismo dei mafiosi. Una nuova cultura della legalità che sappia creare anche una maggiore coesione sociale. E bisogna dire che in questi anni, grazie anche all’eredità lasciata dai vari Falcone, Borsellino e tanti altri, di passi in avanti sono stati fatti.

 

Giovanni Falcone

La mafia la si combatte non solo con le indagini dei magistrati, ma con le idee, le parole, con nuovi alfabeti di cittadinanza, con la solidarietà tra di noi, non lasciando soli coloro che sono solo le vittime di turno. “La mafia – diceva Giovanni Falcone – ha più paura delle istituzioni scolastiche che delle forze dell’ordine”. la mafia la si vince insieme e non da soli, dentro di noi e non fuori di noi!

 

Borsellino, la sua ultima intervista censurata dalle tv
Paolo Borsellino

Nel rapporto società civile-mafia, il problema non è più solo la paura, ma l’indifferenza. Anche perché, se prima la mafia usava la strategia della paura, ora tende a farsi amica, lasciando sospesi, nel limbo dell’indifferenza, gli animi di quanti hanno cominciato a credere più in essa che nello Stato. Certo, non bisogna dimenticare che, spesso, proprio l’indifferenza è figlia della paura. Eppure, se cominciassimo a pensare che anche la mafia può essere indotta ad aver paura, forse potremmo vincere l’indifferenza. Forse è questo il cambio di rotta che ci viene suggerito dall’arresto di Messina Denaro: da “aver paura” della mafia passare a “fare paura” alla mafia.

Su tale scia, se si analizza il fenomeno mafioso anche nel nostro Gargano, emerge che in fondo, la forza della mafia è direttamente proporzionale alla nostra incapacità a fare fronte comune, del nostro poco amore per ciò che è spazio pubblico. Si nutre del nostro individualismo, dei nostri conflitti sociali, perché sa che se tocca qualcuno, gli altri non muoveranno un dito, anzi si volteranno dall’altra parte. La mafia isola per colpire meglio, ci divide per governarci indisturbata. Non vuole un consenso esplicito, ma un tacito permesso a fare i propri affari.

La mafia trova il suo terreno fertile in un tessuto sociale sfilacciato. Più basso è il senso di comunità e di appartenenza ad un territorio e alla propria città, più alta è la probabilità che la mafia attecchisca. Essa si nutre della solitudine di chi è lasciato solo a combatterla, del timore che abbiamo di perdere qualcosa di nostro quando ci viene chiesto di difendere un bene che è patrimonio di tutti.

La mafia è anche il frutto di una delega facile, di una politica fatta di voti di scambio. La mafia trasforma il diritto al lavoro in una concessione o in un favore fatto in cambio della nostra omertà.

La mafia è il frutto di una democrazia che arranca, che stanca non sa generare una socialità aperta e partecipata, una cittadinanza attiva e responsabile. Si sostituisce ad un Stato che non rappresenta più nessuno, ma che viene identificato con una casta che lontana dalla gente usa il potere secondo la logica dei privilegi.

La mafia non si sostituisce allo Stato, semplicemente lo invade e lo conquista, lo ammalia e lo contamina. Come un cavallo di Troia vi penetra secondo logiche clientelari. Fino a proporsi come contropotere che si erge a difesa di quanti non si sentono più da esso rappresentati.

La mafia si introduce negli spazi di delegittimazione e dove maggiore è la crisi di rappresentatività. E così mentre i partiti litigano e i politici si spartiscono le poltrone la mafia cresce indisturbata nella logica di un’alleanza implicita. Ed è qui che corruzione e mafia si propongono come due facce della stessa medaglia. Alla mafia non interessa lo Stato ma il territorio, le sue risorse, il suo futuro, le sue ricchezze, le sue potenzialità, le nuove generazioni. Mentre ai politici lascia lo Stato e le Istituzioni – il potere formale – la mafia punta al controllo del territorio e delle città – il potere reale.

 

Michele Illiceto, ph. Facebook

La mafia si nutre della nostra indifferenza mascherata da falso buon senso e da pacifica convivenza. Gode delle nostre piccole illegalità. Si abbuffa della nostra negligenza e della nostra apatia. Alla mafia piace quando ci commuoviamo, ma teme se ci muoviamo. Alla mafia piace se dormiamo e ci divertiamo (per questo ci offre anche locali e spazi adatti per farlo, gestisce lo spaccio, la prostituzione), si preoccupa invece se ci svegliamo. Ci addomestica con il piacere facile e ci fa dimenticare il senso del dovere.

Ma c’è un altro aspetto della ideologia della mafia, che stranamente costituisce anche il suo punto più debole: la sua stupidità intesa come stoltezza. Si, perché il mafioso fondamentalmente è un uomo che confonde l’onore con il potere di disporre delle vite altrui. Il mafioso si sente più grande di quanto in realtà sia. Confonde la forza con la virilità, il rispetto con un senso di debolezza. Il mafioso è vittima di un difetto di autovalutazione del proprio io. I mafiosi, in fondo sono molto infantili: non hanno avuto il coraggio di opporsi ai loro padri e familiari che li hanno incamminati su tale strada.

Non hanno una coscienza morale né sensi di colpa, perché sono cresciuti con l’idea che non devono rendere conto a nessuno. Si pongono al di là del bene e del male. Non sanno convivere con la propria fragilità. La fuggono e la nascondono a sé e agli altri, mostrando una forza che li autorizza a oltrepassare ogni limite: legale e morale. E proprio questa è la loro stupidità.

Ed è qui che la mafia mostra tutta la propria impotenza. Essa non teme tanto gli uomini coraggiosi o gli eroi, ma teme gli uomini liberi che sanno tenere sveglia la loro coscienza, che lavorano nel sociale facendo prevenzione, togliendo da sotto ì loro piedi quel terreno di omertà e di disimpegno ad essi favorevoli. La mafia apprezza l’ignoranza quale bacino della paura e teme la cultura intesa come uso critico della ragione.

La mafia teme la nostra onestà quotidiana, ha paura della nostra indignazione, del nostro risveglio sociale, del nostro senso di comunità. La mafia finirà se ogni cittadino, oltre che percepirsi come un individuo isolato, si sentirà a pieno titolo membro attivo della propria comunità che ama e difende come parte preziosa di sè.

A cura di Michele Illiceto

 

 

 

14 commenti su "Illiceto: “La mafia, da semplice strategia a vera e propria ideologia”"

  1. Caro illecito ,lei si sostituisce a (DDA,DIA,SISMI,)che sanno bene chi sono i veri mafiosi !!non come dice lei ….si ricordi che la mafia è tra gli uffici istituzionali …che si serve della criminalità per sconfiggere materialmente chi non si piega alla politica …e abbiamo l’esempio tangibile sulla stragi di capaci ,di via d’amelio,e strage di Firenze….sig illecito si risenta l’audio delle dichiarazioni del pentito buscetta,mutulo,eccc dove riferiscono i nomi dei veri mafiosi politici ,e che parte tutto dalla politica …. Quindi cosa c’entra il tessuto sociale eccc …si parla solo per parlare …… vero??.

  2. Caro Illiceto, vedi che le mafie non fanno accordi solo con lo Stato italiano, ma anche con la tua amata Chiesa (vedasi Angelo Calvi e tutti i vari intrecci tra lo IOR e le associazioni a delinquere)

  3. Caro Michele, concordo pienamente con te quando tra l’altro dici: “La mafia è il frutto di una democrazia che arranca, incapace di generare una socialità aperta e partecipata, una cittadinanza attiva e responsabile”. Questo consente alla criminalità organizzata di sostituirsi allo Stato, e io aggiungo al potere politico identificato come un “sistema” concentrato solo sui suoi privilegi e lontano dalla gente…
    La mafia di oggi si è evoluta. Ha praticamente nascosto il suo volto feroce e inumano insinuandosi nei gangli vitali delle nostre comunità, Come? Risposta intreccaindo relazioni con la politica, con i dirigenti delle Pubbliche Amminstrazioni, con il mondo imprenditoriale e la realtà delle libere professioni.
    Questi rapporti sono utilizzati dalle organizzaizoni criminali per investire i capitali enormi a disposizione in strumenti finanziari (finanza) e in attività imprenditoriali “legali”, avvalendosi di prestanomi e dei migliori professionisti sulla piazza.
    In alcuni territori, il fenomeno mafioso è talmente radicato da superare l’ambito solo culturale diventando ormai antropologico!
    Un caro saluto.

  4. Non teme certo la chiesa..che ha fornito la sepoltura dell’ex capo della banda della Magliana nel luogo dove tutti sanno.. E comunque la gente più cattiva eattaccata al denaro spesso siede in prima fila nelle chiese e nei luoghi di culto di sette religiose.

  5. Caro Raffaele vairo ,forse non è chiaro la mafia è LA POLITICA che si serve della criminalità !!!!!!!e non al contrario come vi fa comodo a voi—————!!!!!!!!!!

  6. La storia è lunga ma l America si servi della mafia per lo sbarco in Sicilia,per citarne una,per liberare i porti americani dalle spie tedesche ecc
    ecc..Sicuramente ci fu una trattativa perché tutti i maggiori boss dell epoca detenuti a pene anche di 50 anni furono scarcerati,divennero indesiderati,tornarono tutti in Italia e nacquero tante aziende di export con gli stati Stati Uniti che mandavano tonnellate di droga,tutto questo dopo una trattativa può dare la vaga o la netta impressione che questi giochi c’erano ci sono e ci saranno.In uno stato democratico i politici che si fanno leggi ad personam, condannati che siedono nella fila del parlamento non fanno questo..stanno in galera…

  7. Finalmente il popolo inizia a vedere chiaro.
    Cerco di spiegare la questione, il problema è la mentalità detta Piazza Del Popolo che si tramanda da generazioni in generazione.
    Vi racconto un storia prima dell’Italia il paese non aveva le forze armate e la magistratura ecc…
    Vi era l’anziano del luogo che fungeva da giudice popolare.
    Con la nascita della costituzione italiana una parte di “piazza del popolo” decide di accettare il nuovo ordinamento gestendolo insediandosi nei luoghi di potere, un’altra parte decide di non accettare il nuovo sistema, oggi chiamata mafia.
    Le divisione è costantemente in opposizione ed accordi delle volte necessari per il quieto vivere.
    Da lì sia in una fazione che in un’altra si tramandano di padre in figlio le mentalità e visioni di vita.
    Il normale cittadino va lasciato in pace perché se avesse avuto l’indole di mettersi contro i criminali avrebbe fatto parte delle FFAA,. Spetta quindi esclusivamente allo Stato con i suoi addetti ai lavori (FFAA) mostrare la propria competenza e controllo del territorio, tutelando i civile altro che civili omertosi. Piuttosto a mio avviso andrebbe ricercato nel sistema statale cosa non abbia funzionato nel controllo del territorio se 3 Boss vengono arrestati nella loro città.

  8. Qualcuno confonde i poteri, quasi un millennio fa, la chiesa ha abbandonato il potere temporale.
    Questo significa che si occupa solo dello spirito, noi dividiamo le persone tra bravi e cattivi, secondo le azioni terrene da noi giudicate. In verità la chiesa interpreta solo la tentazione del maligno e solo Dio sa se quell’azione e compiuta per sua mano, o per mano del predetto. Infatti Gesù annulla i dieci comandamenti e ne da uno solo ‘Ama il prossimo come te stesso’. Viene fatto da tutti? o ci sono troppi mugnai?
    Se si esclude la base delle figure istituzionali si è schiavi delle chiacchere.
    Per tale principio fondamentale la chiesa non condanna e discrimina nessuno.
    Non toccate i deboli sapendo che non vi faranno nulla e dopo siete omertosi se dovete affrontare chi eventualmente agirebbe con punizioni corporali.

  9. @Saverio
    Caro “Saverio”, chi sostiene che la politica è TUTTA MAFIA cade in un luogo comune. Ciò premesso, nella storia della mafia c’è stato un periodo – molto lungo – in cui la “politica”, o meglio i politici si sono serviti della mafia per ottenere consensi elettorali. Da alcuni decenni la situazione si è invertita, sono le organizzazioni criminali che controllano e si servono dei politici per i loro affari “legali…”.
    E questa non è un’opinione ma un fatto.
    Cordialità

  10. Raffaele Vairo, sulla politica tutta mafia hai ragione piena, avresti ragione totale se nel tuo ragionamento non sbagliassi il termine di paragone voti – affari legali. Siccome non ti manca fare giusti collegamenti a te le conclusioni.
    A mio avviso la cosa è cambiata dove soggetti con ottiche Mafiose sono in Politica ricavando affari per se e per chi ha la sua stessa indole. Sempre piazza del popolo.
    È così che il bene comune, non esiste.
    In riassunto dell’Italia.
    Cosa Nostra
    Politica Nostra
    Legge Nostra
    Comune Nostro

    In somma un paese dove il Bidello è il mafioso dei gessetti per la lavagna.

    Cambiare ottica reale è la salvezza, dove lo Stato e gli statali riconoscendo le loro mancanze si adoperano a migliorarsi affinché il vero bene comune trionfi.

    Altro che mugnai che si fanno strada chiedendo raccomandazioni e operando da arrampicatori sociali.

  11. Lo Stato italiano si fonda sulle mafie perché fu proprio grazie alle mafie che Garibaldi poté giungere sino a Napoli e a tenere buono il popolo delle Due Sicilie, regno pacifico invaso senza alcuna dichiarazione di guerra dai piemontesi, fino all’arrivo dei bersaglieri.
    Quando i bersaglieri giunsero al Sud, i mafiosi, a cui Garibaldi aveva dato poteri di polizia per gestire i ribelli, in attesa dell’esercito sabaudo, non erano più i semplici ladri di pollame com’erano stati fino a quando avevano regnato i Borbone-Due Sicilie, bensì dei potentissimi criminali con capacità di controllo di tutti i territori dell’ex regno duosiciliano.
    Sradicarli e debellarli era ormai impossibile, quindi cosa poterono fare i cani SaBoia?
    Allearsi e fare accordi con loro.
    Ecco come partirono le trattative Stato-mafia, a tutt’oggi esistenti, altrimenti Messina Denaro, Riina e Provenzano non sarebbero mai potuti restare latitanti a casa loro per oltre 30 anni ciascuno.
    E ciò non lo dico io, ma esperti del settore, come i vari autori meridionalisti Aprile, Esposito, Patruno, De Crescenzo, nonché i PM Gratteri e Di Matteo.
    Il resto è solo chiacchiere al vento

    #DueSicilieLibere #Dal1861FratelliDiNessuno

  12. @ Un Partigiano Costituente
    Le rispondo con un breve stralcio tratto dal libro “Complici e colpevoli” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso.
    “Oggi la criminalità organizzata non ha bisogno di sparare, ha acquisito la capacità di muoversi sottotraccia, senza suscitare clamore o allarme, dilagando, apparentemente senza freni.
    Le mafie oggi si presentano con il volto rassicurante di figure professionali in grado in grado di offrire servizi e soluzioni a basso costo, a partire dallo smaltimento dei rifiuti fino a una sorta di welfare di prossimità, più efficace rispetto a quello spesso carente dello Stato.
    Sono legittimate da una platea di politici, imprenditori e professionisti che agiscono secondo logiche di convenienza. La linea d’ombra tra politica e corruzione perde sempre più spessore, quasi a diventare invisibile, impercettibile.
    La ‘ndrangheta, in particolare, nel tempo è diventata un sistema criminale integrato grazie a relazioni di complicità e collusioni nella sfera legale dell’economia, della politica e delle istituzioni”.
    Cordialità

  13. Grazie per quanto avete sottolineato. Direi solo punti di vista corretti che comunque hanno lo stesso sotto bosco. Mentalità roba nostra che si tramanda da padre in figlio in ogni ambito sociale

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