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CAMPOBASSO FUTURO Campobasso, la città che sogna di diventare futuro

Ci sono città che abitano il presente come se fosse una stanza chiusa. E ce ne sono altre che, ogni tanto, aprono una finestra.

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
23 Agosto 2026
Politica // Politica locale //

Ci sono città che abitano il presente come se fosse una stanza chiusa. E ce ne sono altre che, ogni tanto, aprono una finestra.

Campobasso sembra averne aperta una.

Non sappiamo ancora cosa ci entrerà. Forse il vento dell’Appennino, forse una luce nuova, forse soltanto il rumore lontano di un Paese che corre e che, troppo spesso, dimentica di voltarsi indietro. Ma quella finestra oggi esiste, e guarda verso il 2029.

La candidatura di Campobasso a Capitale italiana della Cultura 2029 non è soltanto una pratica amministrativa, né l’ennesimo titolo da inseguire nel grande mercato delle occasioni istituzionali. È, prima di tutto, una dichiarazione di esistenza.

Il Comune ha approvato formalmente la candidatura il 3 luglio scorso e Campobasso è oggi una delle 17 città italiane che hanno manifestato interesse per il titolo. Il percorso prevede ora la costruzione del dossier definitivo, entro il 23 settembre, e la scelta della città vincitrice entro marzo 2027.

Ma c’è qualcosa che viene prima del dossier.

C’è una città che deve raccontarsi. E forse è proprio questo il punto più interessante dell’avventura intrapresa dalla sindaca Maria Luisa Forte, insieme all’assessorato alla Cultura guidato da Adele Fraraccio: aver rimesso Campobasso davanti allo specchio, costringendola — benevolmente, ostinatamente — a chiedersi non soltanto che cosa sia stata, ma che cosa possa ancora diventare.

Perché una città non vive soltanto delle sue pietre. Vive della capacità di riconoscerle.

Campobasso è una città che sembra costruita dalla memoria e dall’attesa.

Sale verso il Castello Monforte, scende verso la pianura, si allunga come un ventaglio, attraversa secoli di dominazioni, terremoti, ricostruzioni, commerci, passioni e abbandoni. La sua storia attraversa l’età longobarda, la stagione normanna, quella angioina, i Monforte, gli Aragonesi, i De Capua, i Gonzaga. Il suo centro antico è ancora la traccia fisica di una città che per secoli ha dovuto reinventarsi dopo ogni frattura.

E forse proprio qui si trova la prima grande suggestione.

Campobasso sa già che cosa significa ricominciare.

Il terremoto del 1456 quasi cancellò la città. Cola di Monforte la ricostruì e la fortificò, ridisegnandone mura e difese.

Secoli dopo, la città deve affrontare terremoti di natura diversa: lo spopolamento, la fuga dei giovani, la marginalità percepita, la fragilità economica, il rischio che i centri storici diventino scenografie senza abitanti e che la memoria finisca per trasformarsi in una teca.

La sfida culturale, allora, è enorme.

Perché non basta conservare una città. Bisogna impedirle di diventare soltanto il ricordo di se stessa.

In questo senso, il ritorno dei Gonzaga non è soltanto una celebrazione genealogica. È una porta.

Nel febbraio 2026 Campobasso e Guastalla hanno formalizzato un gemellaggio fondato proprio sul passato comune legato ai Gonzaga, feudatari di Campobasso dal 1530 al 1638. Alla firma erano presenti la sindaca Forte, l’assessora Fraraccio e una delegazione molisana, in un percorso che ha messo in relazione storia, ricerca e relazioni culturali contemporanee.

Ed è qui che la storia smette di essere polvere. Diventa diplomazia culturale. Diventa relazione. Diventa possibilità.

Perché il passato non serve a dirci che siamo stati grandi. Serve a permetterci di dialogare con qualcuno che, altrove, conserva un frammento della nostra stessa storia.

I Gonzaga, allora, non sono soltanto i Gonzaga. Sono il filo che Campobasso può tendere oltre il proprio confine. E poi ci sono i Normanni.

Non soltanto come episodio da manuale, ma come uno dei grandi strati fondativi della città e del territorio. La stagione normanna coincise con una ripresa dei traffici, con la crescita dell’abitato e con il ruolo di Campobasso nel sistema dei percorsi e dei tratturi che collegavano il Sannio all’Adriatico e la montagna alla Puglia.

È una storia straordinariamente contemporanea. Perché allora, come oggi, una comunità viveva se era capace di essere attraversata. Da uomini. Da merci. Da idee. Da lingue. Da culture. Da sogni.

La città cresceva perché era un passaggio.

Oggi dovrebbe tornare a esserlo, ma in un’altra forma.

Non più soltanto crocevia di strade, ma crocevia di culture. Non soltanto luogo dal quale partire, ma luogo verso il quale tornare. Non soltanto terra di emigranti, ma terra capace di chiamare qualcuno.

Ed è qui che la parola restanza acquista un significato diverso.

Restare non significa stare fermi. Restare non è una condanna. Restare può diventare una scelta contemporanea, persino radicale.

Si può restare perché un luogo offre lavoro. Ma si può restare anche perché offre bellezza, relazioni, cultura, possibilità, riconoscimento.

Si può restare perché una città non chiede ai propri giovani di scegliere tra il proprio futuro e il proprio paese.

Chiede loro di costruire il futuro proprio lì.

La cultura, se è vera, dovrebbe servire anche a questo.

Non a imbalsamare l’identità, ma a renderla fertile. Non a trasformare la tradizione in folklore da cartolina, ma a farne una lingua capace di parlare al presente.

E Campobasso possiede, in questo senso, una materia straordinaria.

I Misteri, innanzitutto, che da secoli attraversano la città e che l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale riconduce a una tradizione di rappresentazioni sacre documentata almeno dal XVI secolo.

Ma anche il centro storico, il Castello, le confraternite, le architetture, i saperi artigiani, la memoria contadina e pastorale, la cucina, i percorsi tratturali, la musica, le figure della cultura, le università, le associazioni, la capacità — spesso invisibile — di una comunità di continuare a produrre senso.

La vera candidatura, allora, non dovrebbe essere quella di una città che mostra ciò che possiede.

Dovrebbe essere quella di una città che mostra ciò che può ancora generare.

Naturalmente, tutto questo avviene dentro una politica. E la politica, si sa, raramente concede ai sogni di camminare senza inciampare.

La sindacatura Forte è nata dentro un equilibrio complicato. La vittoria al ballottaggio del 2024 fu strettissima: 10.510 voti, il 50,97%, contro Aldo De Benedittis.

Da allora non sono mancate crisi, polemiche, accuse, cambi di assetto e tensioni. Nel 2025 si è persino arrivati a evocare una mozione di sfiducia, mentre la sindaca rivendicava la prosecuzione del programma amministrativo.

E la stessa nascita dell’amministrazione è stata accompagnata da contestazioni sulla composizione degli equilibri consiliari, con l’opposizione che ha parlato duramente di trasformazioni dei rapporti di forza e di consiglieri passati da uno schieramento all’altro.

Non è necessario nascondere tutto questo. Anzi.

Una cultura adulta non ha paura delle contraddizioni. Forse è proprio questa la condizione per capire il significato più profondo della candidatura. Perché Campobasso non si presenta al Paese come una città perfetta.

Si presenta come una città in cammino.

E una città in cammino è infinitamente più interessante di una città che pretende di avere già tutte le risposte.

Anche Adele Fraraccio, con il suo percorso politico non lineare e con il ritorno nella compagine amministrativa, rappresenta — al di là dei giudizi politici che ciascuno può legittimamente esprimere — una parte di questa complessità.

La cultura, del resto, è quasi sempre figlia dell’inquietudine. Non nasce dalle geometrie perfette. Nasce dagli incontri. Dalle contaminazioni. Dai contrasti. Dalle persone che cambiano idea. Dai percorsi che si interrompono e poi riprendono. Dalle porte che sembravano chiuse e invece si riaprono.

Persino dalla politica, quando riesce a ricordarsi che amministrare una comunità non significa soltanto contare i voti, ma immaginare il giorno in cui quei voti saranno diventati storia.

Per questo la candidatura a Capitale della Cultura dovrebbe essere considerata, prima ancora che come una competizione, un atto di libertà.

Lo è stato per Agnone.

La candidatura agnonese a Capitale italiana della Cultura 2026 costruì una narrazione potentissima intorno al margine che diventa centro, al fuoco della tradizione trasformato in innovazione e alla possibilità di fare delle aree interne non il luogo della rinuncia, ma quello di una nuova centralità.

Il titolo, allora, può anche non arrivare. Eppure il viaggio può essere già una vittoria. Perché obbliga una comunità a interrogarsi. A mettere insieme istituzioni e cittadini. A chiamare imprese, associazioni, scuole, università, artisti, operatori culturali. A cercare risorse. A costruire alleanze. A raccontarsi fuori dai propri confini.

Il Ministero stesso presenta il programma delle Capitali come uno strumento capace di valorizzare il patrimonio culturale e creativo e di promuovere politiche innovative fondate sulla cultura come leva di crescita, inclusione e rigenerazione urbana.

È esattamente questo il punto.  “Non vincere il 2029. Cominciare a meritarselo.”

E allora proviamo per un istante a immaginare Campobasso nel 2029.

È notte. Il Castello Monforte è illuminato appena, senza violenza. Dalla cima del monte la città scende verso la pianura come una costellazione. Qualcuno cammina lungo le strade del centro antico. Non è un turista distratto. È arrivato perché ha letto una storia. Ha ascoltato una musica. Ha visto un’immagine dei Misteri. Ha incontrato un artista. Ha seguito una traccia dei Gonzaga. Ha percorso un antico tratturo. Ha scoperto che esiste un piccolo capoluogo del Molise dove la storia non è morta.

Qualcuno, forse, viene da Guastalla.

Qualcun altro dalla Spagna. Qualcuno dall’Europa. Qualcun altro ancora è nato a Campobasso e ci è tornato dopo vent’anni.

In una piazza c’è un concerto. In un palazzo antico c’è una mostra. In una scuola un ragazzo racconta la storia della propria città a studenti arrivati da un’altra parte d’Italia. In un laboratorio un artigiano insegna un sapere che sembrava destinato a scomparire. In un’altra stanza qualcuno inventa qualcosa che nel Medioevo non sarebbe stato nemmeno immaginabile.

E tutto questo accade insieme.

Passato e futuro. Pietra e fibra ottica. Tratturi e intelligenza artificiale. Misteri e contemporaneità. Gonzaga e giovani. Normanni e nuove migrazioni. Memoria e invenzione.

La città non è più soltanto quella che conserva.

È quella che produce futuro.

Forse è questo il sogno più vero. Non una Campobasso trasformata in museo. Non una Campobasso travestita da capitale. Non una città che, per piacere alla giuria, si mette addosso un abito che non le appartiene.

Ma una Campobasso finalmente consapevole della propria singolarità. Una città che non ha bisogno di gridare di essere importante. Perché ha imparato a raccontare perché lo è.

Una città che guarda alla propria storia senza inginocchiarsi davanti alla storia.

Che riconosce i Gonzaga senza diventare nostalgica. Che attraversa la memoria normanna senza trasformarla in monumento immobile. Che porta i Misteri nel futuro senza svuotarli della loro anima. Che comprende che la cultura non è una decorazione del bilancio comunale, ma una forma di politica urbana.

Una politica della dignità. Una politica della permanenza. Una politica della bellezza.

E forse, in fondo, è proprio questo che significa candidarsi.

Dire al resto d’Italia:

noi siamo qui.

Non siamo il Molise che resiste soltanto perché non sa più dove andare. Non siamo il piccolo capoluogo che aspetta pazientemente di essere dimenticato. Non siamo una provincia addormentata tra le montagne.

Siamo una città antica che sta cercando una lingua nuova. Siamo una terra che ha conosciuto dominazioni, terremoti, partenze e ritorni. Siamo il luogo dove i tratturi possono ancora diventare strade della cultura.

Dove la memoria può diventare relazione. Dove l’identità può diventare apertura. Dove la restanza può trasformarsi in futuro.

E se qualcuno domani dirà che Campobasso non ha vinto, sarà necessario ricordargli una cosa semplice.

Che alcune vittorie non entrano negli albi. Alcune rimangono nelle coscienze. Rimangono nelle collaborazioni nate lungo il percorso. Nelle persone che hanno ricominciato a guardare il proprio paese con occhi diversi. Nei ragazzi che, per la prima volta, hanno pensato che forse non era necessario partire. Nelle porte che si sono aperte. Nei nomi che hanno ricominciato a viaggiare. Nelle storie che sono tornate a circolare. Nella consapevolezza, finalmente, che anche un piccolo territorio può avere una voce grande.

E allora, mentre Campobasso prepara il suo dossier per il 2029, si può già immaginare il Castello Monforte nella notte.

Le sue pietre ferme. Il vento che passa. Le luci della città sotto.

E quella vecchia montagna che, dopo mille anni, sembra quasi sussurrare alla città una frase che non ha mai smesso di conoscere:

non devi diventare un’altra. Devi soltanto avere il coraggio di diventare fino in fondo te stessa.”

 

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