MANFREDONIA, 23 settembre 2026 — «La vetrina si mosse di colpo. Pensavo a un terremoto». Michele «Lino» Balzamo (già presidente tra l’altro della Cooperativa Sociale Sant’Antonio di Manfredonia, trasformatasi negli anni ’90 in cooperativa sociale, già presidente del Coordinamento indotto dei lavori all’Enichem Agricoltura negli anni ’90”, già presidente del Manfredonia calcio,ndr) era in un’edicola davanti al campo sportivo di via San Giovanni Bosco quando vide alzarsi il fungo sopra lo stabilimento ANIC.
Era il 26 settembre 1976. Nell’isola 5, in località Macchia di Monte Sant’Angelo, era scoppiata la colonna di lavaggio dell’impianto di ammoniaca. Sabato ricorreranno cinquant’anni. Balzamo aveva 22 anni e lavorava per un’impresa impegnata nella costruzione del porto industriale. Il suo racconto restituisce ciò che accadde dopo: il lavoro tra i residui caduti dal cielo, i primi sintomi, le domande senza risposta.
«Quando sono uscito si vedeva benissimo questo fungo che si apriva, si allargava», ricorda. Nel piazzale del cantiere, a poche centinaia di metri dagli impianti, gli operai trovarono attrezzi e materiali coperti da quella che Balzamo descrive come una «polvere gialla», in alcuni punti alta, a suo dire, «quasi una ventina di centimetri». Chiesero che cosa fosse. Secondo la sua testimonianza, il geometra responsabile del cantiere li rassicurò, richiamando una comunicazione del Comune: si sarebbe trattato di anidride carbonica e vapore acqueo. Gli operai pulirono e tornarono al lavoro.

Il giorno successivo cominciarono le assenze. «Qualcuno incominciava a sentirsi un po’ male», racconta Balzamo. Poi arrivarono le notizie dalle case: «Questi vomitavano a casa, mal di testa». Lui e i colleghi tornarono a chiedere spiegazioni. Balzamo riferisce che il geometra insistette perché continuassero a lavorare e minacciò licenziamenti. Erano ragazzi, ricorda: lui aveva appena 22 anni. La paura di perdere il posto si aggiungeva a quella dei malori.
Quando i sintomi si moltiplicarono, Balzamo propose di portare i colleghi in ospedale con il pulmino della ditta. «Qua c’è gente che sta male, operai che stanno male. Prendiamo il pulmino della ditta, li portiamo in ospedale». Partirono, dice, una decina di lavoratori. Il mezzo tornò senza di loro. Fu l’autista, nella ricostruzione di Balzamo, a riferire che erano stati ricoverati e che dalle analisi era emersa la presenza di arsenico. È una notizia appresa allora dall’autista, non un referto mostrato nell’intervista. Balzamo sostiene che la conferma della presenza di arsenico nell’area arrivò dall’azienda solo alcuni giorni più tardi.

Quella sera un gruppo di operai andò a casa del sindaco Michele Magno. «Gli abbiamo spiegato la situazione. Si è messo subito vicino al telefono», ricorda Balzamo, che non sa dire chi il sindaco abbia chiamato. Nei giorni seguenti, secondo la sua memoria, vennero limitati gli accessi ad alcune zone e un’auto con il megafono invitò i residenti a buttare alimenti e panni esposti all’aperto. L’esplosione aveva disseminato arsenico nell’area di Manfredonia: la contaminazione è un fatto documentato, mentre la sequenza delle telefonate, dei ricoveri e degli avvisi qui riportata è quella vissuta e riferita dal testimone.
Balzamo ne parla, dice, per la prima volta con questi dettagli. A cinquant’anni di distanza gli resta addosso soprattutto il tempo trascorso prima che chi lavorava nel piazzale capisse a che cosa fosse stato esposto. «In tutto questo la cittadinanza non sapeva niente», afferma. E rivendica la decisione degli operai di insistere, accompagnare i compagni in ospedale e avvertire il sindaco. È il suo punto di vista su quelle ore, da confrontare con gli atti e le altre testimonianze.
La fabbrica, intanto, significava anche salario. «C’era una fame di lavoro pazzesca», dice Balzamo ripensando alla Manfredonia degli anni Sessanta. All’ANIC, poi Enichem, erano legati i dipendenti diretti e un vasto indotto di trasportatori, facchini, metalmeccanici ed edili. Balzamo ne sarebbe diventato un rappresentante. Il reddito entrava nei negozi e nelle case, mentre l’esperienza del 1976 continuava a pesare sul modo in cui gli operai guardavano ai rischi degli impianti. Ricorda turni nel reparto insacco «senza mascherine, senza niente». Parla anche di ex colleghi morti di tumore; il nesso tra le singole malattie e l’esposizione industriale, però, non può essere stabilito sulla base della sola testimonianza.
Alla fine degli anni Ottanta la tensione investì tutta la città. Il progetto di far arrivare nel porto la Deep Sea Carrier, ricordata come la «nave dei veleni», alimentò la protesta; seguirono le contestazioni contro l’inceneritore e la mobilitazione delle donne per la chiusura dello stabilimento. Balzamo racconta l’altra angoscia, quella delle famiglie che dipendevano dagli appalti: senza garanzie su un futuro occupazionale, che cosa sarebbe successo agli operai? Riunì le ditte dell’indotto in un coordinamento e chiese un confronto alla politica locale. «Se inquinava, chiudetela. Però dovete cercare di trovare soluzioni per gli operai dell’indotto»: è la frase con cui riassume ancora oggi la loro posizione.
Le proteste si fronteggiarono anche nelle piazze di Manfredonia. Balzamo ricorda le tende delle donne in piazza Duomo, il presidio dell’indotto in piazza del Popolo e i tumulti durante una seduta del Consiglio comunale. Sono memorie di un conflitto che attraversò lavoratori e cittadini, spesso le stesse famiglie. La fine delle attività arrivò negli anni Novanta, dopo un lungo percorso di decisioni e proteste.
Oggi, da via Tommaso Fiore, a Monticchio, con i nastri trasportatori e la zona ASI alle spalle, Balzamo torna idealmente a quel piazzale. La polvere gialla spazzata via senza sapere che cosa fosse è l’immagine che consegna al cinquantesimo anniversario. Con una domanda sulla tutela della salute e del lavoro, e sulle informazioni dovute a una città: “Si sarebbe potuto coniugare ambiente, salute e lavoro, questo è il rammarico. Porterò sempre nel cuore Nicola Lovecchio e il direttore dello stabilimento ANIC di Manfredonia, il dr. Giansiracusa (responsabile del personale,ndr)“, e si emoziona.



Venne l’esercito e vennero abbattuti centinaia di capi di bestiame…fu subito Seveso..si parlò anche della morte di una povera ragazza poi non seppe più nulla…arsenico che per 100 anni colpirà nelle zone cui è dissero…militari residenti a Manfredonia che espletarono visite mediche collegiali con analisi del sangue più volte.. autunno 1976.. mancanza di registri tumori assenti nel passato ora non so ..arsenico come radiazioni? 100 anni…che dice la scienza attuale?
1976 …l’apice massimo del Partito Comunista in Italia..il potere Centrale alla DC nelle periferie spesso al PCI chissà forse aria di compromesso storico che covava… complicità…sdrammatizzare..andare avanti il lavoro prima di tutto ..poteri forti…poi dopo altri incidenti..un po’ di sveglia da parte del popolo ..poi la nave dei veleni…Manfredonia in prima pagina sui tg 1 e tutti i giornali italiani con il titolo de: Manfredonia la prima città che dichiara guerra allo Stato” epocale e drammatica rivolta popolare per giorni…nessuno poteva entrare e uscire da Manfredonia per via dei presidi dei rivoltosi…persino una coppia in abito nuziale pote’ passare..elicotteri truppe speciali..qualcuno disse che vennero i duri Cerignolani a dare man forte.. camionette polizia assalite..si parlata di tentativi di punire da parte del popolo qualche politico..qualcuno riusci a salvare la pelle dissero per via di passaggi segreti nel palazzo…io ero piccolo ma ascoltavo gli adulti ..
200 miliardi di lire x nastri d’oro e scandali per il grande magna magna.
I giovani di Manfredonia stanno andando tutti via per trovare lavoro al nord. Tanto è vero che come città contavano fino a poco tempo fa 54 mila abitanti adesso siamo 50 mila. Questa è una città che con i politici che abbiamo ,se cosi li vogliamo considerare, non hanno nessun peso politico, per far venire qualche fabbrica che non inquina. Si pensa al turismo!!! Ma quale turiasmo! Il turismo di chiacchiere morte,che noi non abbiamo alberghi e divertimenti come stanno a Rimini e Riccione, comunque non vado lontano basta vedere Vieste. Se si vuol promuovere il turismo bisogna potenziare la Riviera Sud,perchè le nostre spiagge stanno li. Avete capito politici, se siete politici?
Sono anni che leggo commenti e considerazioni di personaggi che parlano dello scoppio della colonna di assorbimento della CO2 ( con altre definizioni tecnicamente irrazzionali e scorrette) senza che io che vivevo, lavoravo e che ero in turno il giorno dello scoppio ho mai visto. Uno sproposito di un ignorante che parla di un deposito di 20 centimetri subito dopo lo scoppio dimostra la totale ignoranza e inaffidabilita delle dichiarazioni. Ne ho sntite di cotte e di crude in questi anni anche di chi vomitava, forse nei giorni successivi per guadaganrsi la malattia e starsene a casa senza fare un c….o. Non parlate di Nicola Lovecchio a vanfera, sono stato il suo capo e lo portero sempre con me come un collaboratore indefesso che ha pagato per la sua generosita e disponibilita e mi vergogno del comportamento dell’azienda che nei confronti di altri lavoratori, alcuni dei quali sindacalista o dirigente, ha chiuso gli occhi ed aperto il portafoglio. Trovo poi surreale che alcuni itervistati e questo giornale, senza effettuare alcun controllo sulle informazioni, assegna al Dot. Giansiracusa il ruolo di Direttore dello Stabilimento, ruolo che non ha mai ricoperto. Fatevi raccontare le cose da chi le ha vissute sulla proprua pelle, non da chi, pur di apparire, sputa nel piatto dove ha mangiato e dopo che si e anche visto riconosciuto la malattia professionale dell’amianto senza mai averlo visto visto che lavorava in ufficio e non e mai venuto negli impianti dove c’erano le coperture in amianto. Parlate male dell’industria intanto a Gela, Ravenna etc gli stessi impianti industriali che c’erano a Manfredonia e che erano all’epoca, tecnicamente piu avanzati, continuano a funzionare , produrre e garantire occupazione.
Buongiorno a lei, dr. Maolucci.
Attendiamo allora la sua testimonianza. Noi siamo aperti a tutti, ma non possiamo conoscere tutti gli ex dipendenti, occupati e/o responsabili dello stabilimento.
In questi anni non siamo stati mai contattati da nessuno. Mai. Solo ora, post interviste (nostra iniziativa), stiamo ricevendo input e segnalazioni.
Può inviare una e-mail a: g.defilippo@statoquotidiano.it o segreteria@statoquotidiano.it
Naturalmente, se può documentarla e firmarla.
Grazie.
Giuseppe de Filippo
Direttore responsabile https://www.statoquotidiano.it
Chiedo scusa, ma questo signore ci vuol far capire che in quel mostro facevano caramelle?
Fatemi capire.