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FRANCO RINALDI La triglia nel Golfo di Manfredonia. Metodi e luoghi di pesca e il suo utilizzo nella cucina sipontina

A cura di Franco Rinaldi, cultore di storia e tradizioni locali di Manfredonia

AUTORE:
Franco Rinaldi
PUBBLICATO IL:
23 Ottobre 2020
Manfredonia // Notizie in piazza //

Nel Golfo di Manfredonia, come in tutti i mari che circondano l’Italia, vivono due specie di triglie appartenenti alla famiglia “Mullidae” che vanno sotto il nome di: triglie di scoglio, denominate in loco “tregghje d’aspre”  e triglie di fango  dette in gergo marinaresco locale “tregghje de mogghje”. La triglia di scoglio “Mullus surmuletus” si pesca prevalentemente sul fondo “sope u tuste” duro e roccioso e su quello sabbioso“ndu pennute”, mentre la triglia di fango viene pescata su fondali sabbiosi  e fangosi. A prima vista appaiono simili, ma l’occhio esperto riesce subito a riconoscerle. La triglia di scoglio (gli esemplari femmine sono più grandi dei maschi) solitamente di dimensioni 20-25 cm  può raggiungere in età  adulta anche i 35-40 cm. (A tal proposito, tra le foto allegate al presente articolo ho inserito due foto di alcuni anni fa scattate nel mercato ittico di Manfredonia, di due  grosse triglie “due   tregghiune” entrambi di circa 600 grammi , pescate al largo da motopescherecci locali, che praticavano la pesca d’alto mare). La triglia di scoglio, ha il profilo del capo decisamente più arrotondato di quella di fango normalmente più squadrata. Sotto la bocca, come la triglia di fango, presenta  due barbigli “i baffe” utilizzati per muovere il fondo per alimentarsi di organismi bentonici e crostacei planctonici, ma non disdegna anche  di nutrirsi  di piccoli pesci.

Ha una colorazione alquanto variabile che può dipendente anche dal suo stato di umore e dall’habitat in cui vive. Ha una striscia rossa che va dalla testa fino alla coda e nella parte sottostante  tre strisce sottili  giallastre parallele. La triglia di fango invece (Mullus barbatus) simile a quella di scoglio, ma di dimensioni più piccola, presenta  una colorazione più uniforme, ma senza strie longitudinali gialle. Presenta anche sei raggi spinosi sulla prima pinna dorsale. La riproduzione delle triglie nel Golfo di Manfredonia, e non solo nel nostro mare,  avviene tra aprile e luglio. La seconda covata delle triglie ha luogo nei mesi ottobre-novembre, ma gli esemplari nati in questi due mesi, incredibilmente, nel mese di dicembre raggiunta una certa grandezza non crescono più. Queste trigliette che nascono su fondo sabbioso e poi vivono  in quello fangoso,  in loco vanno sotto il nome di “maruschélle”. Le triglie di scoglio e di fango vivono in raggruppamenti composti da branchi  di esemplari piuttosto numerosi  a seconda della grandezza e dell’età.

Le triglie di fango invece, che esteticamente appaiono  meno belle, sono  più gustose delle triglie di scoglio. Quest’ultime,  nel nostro Golfo, si pescano con reti da posta con tramaglio posizionate sottocosta dette “ndramacchiéte” e con reti a strascico partendo dalla  zona di mare denominata “a fosse” (che inizia da dove è sito il  porto Industriale) andando verso  Mattinata fino ”a punda rosse” e poi fuori al largo in zona di mare sui fondali duri e fangosi denominati  “i mundìtte”. Nel Golfo di Manfredonia, tuttora, nei mesi di agosto e  settembre si pescano ancora discrete quantità. Fino agli anni ’50 inizi anni ’60, durante i mesi estivi venivano pescate soprattutto le agostinelle “i justenèlle” con l’antico metodo della sciabica e con  le paranzelle (barche a vela).  Un tempo, quando c’era grande abbondanza e non c’era ancora l’utilizzo del ghiaccio per la conservazione dei pesci,   le nostre triglie venivano salate e esportate in altre regioni d’Italia. Oggigiorno, i  commercianti locali di pesce “i jadechére”, non solo  li vendono in Città  nelle loro pescherie e nei  mercatini rionali,   ma anche in altri paesi della nostra provincia. I grossisti di pesce, invece,  li esportano per la vendita all’asta  in mercati ittici di altre regioni d’Italia.

Le triglie a Manfredonia, hanno anche nomi diversi a seconda della loro grandezza e qualità dei quali vale la pena ricordare: “i Jamarosche” (Antichissimo termine marinaresco, per indicare le piccolissime agostinelle, che un tempo i nostri pescatori  mangiavano anche crude); “Justenèlle” (piccole triglie); “tregghiezzòle” (triglie un po’ più grandi delle-justenélle); “scacchiéte” (triglie medie) dette anche “mezzéne”  o “mezze trègghie”; “maruschélle” (triglie di seconda cova);  “i musecànde d’apre” o “trègghie pi bbaffe”  (grosse triglie di scoglio), si pescano solo nel nostro Golfo. A detta di anziani pescatori le triglie più gustose sono quelle che hanno il loro habitat tra le alghe rosse “nda l’èrva ròsse o curalline” che vivono nel nostro Golfo; “a tregghje de pennute” (la triglia che vive tra le posidonie, una sorta di  alghe marine che crescono nel mese di maggio e quando si seccano   a settembre  vengono spiaggiate  durante le  mareggiate); infine “a tregghje de l’erva verde o d’erva sckappòse” (le triglie che vivono tra alghe verdi  nel Golfo).

Bisogna sottolineare, che il fondo  del nostro  mare, un tempo  denominato dai nostri pescatori “u ggiardine” per la varietà della rigogliosa  flora marina che viveva nel Golfo,  è stato nel tempo “scheriéte” (distrutto). In loco, da anni, la pesca  risulta  molto  impoverita a causa anche  dell’utilizzo  delle reti a strascico con l’utilizzo dei “rambune”(ramponi) e dei  “turbo soffianti” (quest’ultimi, utilizzati dai –vongolari-  che praticano la pesca dei frutti di mare). Per la pesca a strascico, prima veniva utilizzato “u firre a trianghele” (un ferro triangolare) con una lama dritta nella parte bassa che strascicava sul  fondo del mare. Sostituita nel tempo da  quella con i denti che draga maggiormente  il fondo  del mare. Va evidenziato, che  prime imbarcazioni che hanno iniziato a rovinare il fondo del mare sono state le Paranze. Successivamente, per  la pesca delle sogliole “paleje” e di altri pesci che vivono sul fondo del mare, sono  utilizzati  i “ngàppa sfoglie” (reti muniti di ramponi). Tra le altre specie di pesci  che si pescano tuttora sul fondo con quest’ultima tecnica, oltre alle  sogliole voglio ricordare:  “ràqquele” (torpedo marmorate);  “razze quattucchie” (razza quattrocchi);  “pescatrici “ (bùdego);   “trìmete” (torpedini marezzate,  pesci diventati molto rari nel Golfo);   “i remidde” (rombi); “passarelle” (passera pianuzza)  ed altri pesci di fondo insieme a murici “caperrùne” e  frutti di mare.  Infine, la dissennata pesca di “cozze ricce nda l’aspre de Mundìtte” zona di mare  tra Margherita e Barletta.

Va detto, che  le triglie (in particolare quelle che vivono al largo) che hanno la  fortuna  di non essere  catturate nelle reti,  possono vivere anche alcuni anni.  A proposito di triglie di Manfredonia, ricordo che anni fa, in gita con un gruppo di amici a Napoli, mentre passeggiavamo in una strada dove c’era il mercato del pesce, in  una pescheria, trovammo un cartello con la scritta:“Triglie di Manfredonia” e poi anche a Milano, anni fa, quando andai con Peppino de Salvia (mandolinista)  per la stampa alla City Record per l’incisione dei canti popolari di Manfredonia, notammo  in corso Buenos  Aires, all’ingresso dI  una grande  pescheria,  un grosso cartello con la scritta: “Triglie del  Golfo di Manfredonia”. A tal riguardo, va evidenziato, infine, che le triglie del Golfo di Manfredonia (in particolare quelle di scoglio, esteticamente appariscenti), hanno un elevato valore commerciale. Le stesse, trovano  i favori dei consumatori, prima di tutto  per la loro squisitezza delle carni e poi per le  loro proprietà nutrizionali e organolettiche.  Ma noi  sipontini preferiamo le triglie di fango (perché  molti non lo sanno, che sono  più gustose). Personalmente, considero la triglia pescata nel nostro Golfo,  la regina tra i pesci del nostro mare, per la bontà delle sue carni  e l’utilizzo vario a cui  si presta nella  nostra cucina.

LA TRIGLIA NELLA CUCINA  TRADIZIONALE A MANFREDONIA

Un tempo, ora in forma minore in loco,  era usanza dei pescatori, mangiare crude “i iamaròsche” le piccolissime triglie,  condite con olio extravergine di oliva,   limone e un pizzico di sale, dopo averle ripulite dalle interiora e mozzata la testa. Ci sono vari modi di cucinare in loco le triglie pescate nel Golfo, voglio elencare quelle tradizionali: “Ciambòtte de justenèlle a pene bagnéte” (Brodetto preparato con  piccole triglie  sul pane raffermo); “Justenèlle e mezze trègghie fritte” (agostinelle e triglie mezzane fritte-le migliori per preparale in questo modo  sono quelle  “de mogghje”;  “Spaghétte pi tregghiezzòle” (con  sughetto più lento approntato con pomodorini,  piccole triglie con gli spaghetti); “Trègghie marenéte o alla munachélle” (triglie marinate o alla monachella); “Trègghie in salmicchie o nzalmì”(triglie in salmì); “Trègghie alla pezzaiòle” (triglie alla pizzaiola);“Trègghie au cartocce au  forne”(triglie al cartoccio al forno); “Justenèlle e melòne alla veggilje de Fèrraioste”(agostinelle e melone alla vigilia del Ferragosto); “Trègghie pi schème arrustite sopa furnacèlle” (triglie con le squame messe ad arrostire sulla rostiera a carbone). Mi limiterò in questo articolo nella descrizione di poche pietanze preparate  con le triglie. La ricerca dettagliata, per quanto concerne i modi vari di cucinare le triglie nella maniera tradizionale,  e non solo le triglie, sarà pubblicata (spero) in un capitolo del mio  libro: ”La cucina nella tradizione a Manfredonia”. Quest’ultimo,  un lavoro di ricerca molto interessante, sulle antiche pietanze di mare e di terra che approntavano in casa le  massaie della nostra Città.

“Ciambuttélle de justenèlle sopu pene bagnète” (Brodetto preparato con pomodori o pomodorini, aglio, olio extravergine di oliva, prezzemolo, acqua  e sale quanto basta)-15 minuti di cottura-  al termine della quale  in un piatto a parte  si mettono pezzetti di pane raffermo, sui si versa il sughetto cucinato con le piccole triglie. Alcune massaie usavano mettere nel sughetto  anche pezzetti di peperone, ma a mio parere il peperone toglie un po’ il gusto alle piccole triglie cucinate. Un consiglio: “Uagnì, pruete a farle,  e  vedute che ve mangete!.  

“Trègghie marenète o alla munachélle”: preparate con aglio, olio extravergine di oliva, prezzemolo, acqua  e sale  quanto basta- 10 minuti di cottura- Verso la fine della cottura  spruzzare un limone sulle triglie prima  di servirle a tavola.

justenèlle e melòne alla veggilje du Ferraiòste” (frittura di piccole triglie e melone alla vigilia di Ferragosto)- Si gustano di più, se mangiate “a veccòne, chepe  e ttotte”, dopo averle  ripulite dalle interiora, infarinate e fritte e poi  consumate  insieme a una fetta  di melone, come da antica usanza locale.

**Pescatori  ed esperti  della marineria locale intervistati nel tempo per  le notizie riguardanti il presente articolo: Donato Robustella detto “Dunatocce” (armatore-pescatore); Vincenzo  Fiananese detto “Vecinze nanòse” (armatore pescatore,  ultranovantenne, vivente); Giuseppe Troiano detto “Geséppe pacchianelle”; Gaetano Olivieri detto “u sfamechéte”; Luigi Castriotta detto “u Maletòse”; Lorenzo Olivieri detto “u sfamechéte”; Matteo Talamo detto “Papalétte”; ing. Nicola Del Bravo (figlio di armatore-pescatore)  esperto  di  tradizioni del mare  e tecniche di pesca.  Il presente articolo ha finalità prettamente culturale.

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