Altro che campo largo. Qui siamo al liberi tutti.
Elly Schlein ha compiuto la scelta più clamorosa della sua segreteria. Non perché abbia cambiato idea sull’Ucraina dall’oggi al domani, ma perché ha deciso di dirla senza più i consueti equilibrismi: armi a Kyiv, sostegno pieno all’Ucraina, Putin aggressore, difesa europea, esercito comune. E pazienza se, così facendo, manda in frantumi uno dei pochi collanti rimasti con Giuseppe Conte.
La domanda è inevitabile: che cosa resta oggi del progetto politico che avrebbe dovuto unire PD e Movimento 5 Stelle?
Conte ha costruito negli ultimi anni una parte consistente della sua identità politica marcando le differenze con il PD su guerra, riarmo e politica estera. Schlein, con poche frasi, ha spostato il baricentro democratico verso una linea europeista e atlantista molto più definita. Una scelta politica chiara. E proprio per questo destinata a produrre conseguenze.
Perché, se il PD guarda ai governi europei e parla il linguaggio della credibilità internazionale, il Movimento 5 Stelle rischia di ritrovarsi confinato nel ruolo del contestatore permanente. E un partito che nasce per governare difficilmente può vivere soltanto di distinguo.
Poi c’è Calenda. Fino a ieri incompatibile. Oggi interlocutore. Domani chissà.
In politica le scomuniche hanno una durata sorprendentemente breve. Dipende dalle necessità del momento.
Ed è qui che nasce il sospetto di molti elettori: che le alleanze non vengano più costruite intorno a un’idea di Paese, ma intorno alla matematica dei seggi.
I programmi arrivano dopo. Le poltrone, possibilmente, prima.
Nel frattempo il trasformismo continua a essere lo sport nazionale. Parlamentari che attraversano l’emiciclo con la stessa disinvoltura con cui si cambia corsia in autostrada. Si parte rivoluzionari, si arriva governativi. Si giura fedeltà a un progetto e qualche mese dopo se ne abbraccia un altro. Sempre spiegando che è “per responsabilità”.
Responsabilità è diventata la parola più usata quando si cambia casacca.
Coerenza, probabilmente, la più dimenticata.
Intanto nei territori qualcosa si muove già. Benevento. Pezzi di Puglia. Accordi, dialoghi, aperture che raccontano una politica molto meno ideologica e molto più pragmatica di quella che viene recitata davanti alle telecamere.
La vera partita, forse, si gioca proprio lì.
Perché la politica italiana ha un talento straordinario: litigare in televisione e parlarsi sottovoce quando si spengono i riflettori.
E allora la domanda finale non riguarda Schlein. Non riguarda Conte. Non riguarda Calenda.
Riguarda gli elettori.
Quanti sono ancora disposti a credere che ogni cambio di linea sia una svolta ideale e non, più semplicemente, un nuovo posizionamento?
Fiorella Mannoia cantava: Come si cambia per non morire.
La politica italiana sembra aver riscritto il ritornello.
Come si cambia per restare sempre dalla parte del potere.
A cura di Maurizio Varriano.



