Il caso della studentessa dell’Istituto di Istruzione Superiore “Pavoncelli” di Cerignola, che al termine dell’Esame di Stato ha ricevuto un attestato di credito formativo anziché il diploma, continua ad alimentare il dibattito sul tema dell’inclusione scolastica. A intervenire è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che invita ad aprire una riflessione sul sistema di certificazione conclusiva degli studenti con disabilità.
Il Coordinamento precisa di non esprimere valutazioni sul singolo episodio, demandando ogni verifica agli organi competenti, ma ritiene che la vicenda rappresenti un’occasione per interrogarsi sull’attuale quadro normativo che disciplina il termine del percorso scolastico.
Nel documento viene ricordato che il rilascio del diploma o dell’attestato finale dipende dal Piano Educativo Individualizzato (PEI), dalla tipologia di programmazione adottata e dalle modalità con cui viene sostenuto l’Esame di Stato. Il PEI viene indicato come elemento centrale del percorso educativo, da elaborare nel rispetto dei principi di collegialità, corresponsabilità educativa, trasparenza e partecipazione della famiglia.
Secondo il CNDDU, la questione va oltre il caso di Cerignola e pone un interrogativo di carattere generale: l’attuale sistema di certificazione finale è ancora pienamente coerente con l’evoluzione della normativa sull’inclusione scolastica?
Il Coordinamento evidenzia come, negli ultimi decenni, il legislatore abbia progressivamente abbandonato una concezione assistenzialistica della disabilità, promuovendo un modello fondato sulla valorizzazione delle capacità individuali, sull’autodeterminazione e sul progetto di vita della persona, in linea con il modello bio-psico-sociale dell’ICF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Per questo motivo, il CNDDU si chiede se sia ancora compatibile con una scuola realmente inclusiva mantenere una distinzione formale tra chi consegue un diploma e chi ottiene un attestato al termine del percorso quinquennale.
Il documento sottolinea che il tema non riguarda l’abbassamento degli standard formativi né il valore legale del diploma, ma le conseguenze concrete prodotte dall’attuale sistema. L’attestato conclusivo, infatti, limita l’accesso all’università, ai percorsi di formazione terziaria, ai concorsi pubblici e a numerose opportunità lavorative, aspetto che, secondo il Coordinamento, merita una riflessione alla luce dei principi costituzionali di uguaglianza sostanziale e del diritto all’istruzione, oltre che degli impegni assunti dall’Italia con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Tra le proposte avanzate dal CNDDU figura l’introduzione di un titolo conclusivo unico per tutti gli studenti, accompagnato da una certificazione dettagliata delle competenze effettivamente acquisite, in linea con il Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF). Una soluzione che, secondo il Coordinamento, consentirebbe di preservare il rigore della valutazione e il valore giuridico del titolo di studio, superando una distinzione considerata potenzialmente stigmatizzante.
Il presidente del CNDDU, Romano Pesavento, conclude auspicando che «il confronto aperto dal caso di Cerignola possa trasformarsi in un dibattito istituzionale e parlamentare capace di coniugare certezza del diritto, qualità della valutazione e piena tutela della dignità di ogni studente».
Per il Coordinamento, una scuola realmente inclusiva si misura non solo attraverso la qualità dei percorsi educativi, ma anche dal valore giuridico e simbolico del titolo con cui accompagna ogni studente nel proprio percorso verso il futuro.



