Perché la statua sipontina di re Manfredi non si erge su un piedistallo come generalmente accade per le sculture equestri? Come amici e lettori ricorderanno a sollevare la questione, in un documentato articolo, fu l’arch. Ciro Romano, cui rispose qualche giorno dopo Angelo Riccardi, già sindaco di Manfredonia, la cui Amministrazione commissionò e inaugurò il monumento, realizzato dal noto scultore Salvatore Lovaglio. L’ex primo cittadino motivò esaurientemente le ragioni che avevano indotto il Comune a rinunciare al piedistallo, pure inizialmente previsto.
L’arch. Romano torna sull’argomento, con una riflessione che estende il confronto al più generale rapporto tra la statua e il castello vicino al quale è collocata. Buona lettura. (g.i.)
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Ringrazio l’ex sindaco Angelo Riccardi per la precisazione, che aggiunge un elemento importante alla riflessione sul monumento equestre a Re Manfredi. La sua ricostruzione chiarisce il percorso che ha condotto all’assetto oggi visibile, nato da una mediazione complessa tra progetto originario, autorizzazioni della Soprintendenza e responsabilità amministrative. Va inoltre riconosciuto all’Amministrazione del tempo il merito di avere portato a compimento un’opera che la città attendeva da anni.
Proprio questo chiarimento, però, invece di chiudere il dibattito, lo rende più interessante. Una volta comprese le ragioni che hanno condotto a quell’esito, la discussione può infatti spostarsi sul risultato visibile e sulla possibilità di riconsiderarne, a distanza di alcuni anni, la tenuta urbana e simbolica.
Il fatto che il progetto iniziale prevedesse un piedistallo più importante conferma che la verticalità era già parte dell’idea originaria; un elemento poi ridimensionato nel corso dell’iter autorizzativo in relazione alle esigenze di tutela del Castello. L’assetto realizzato va quindi compreso dentro quel percorso, ma può essere riletto oggi nei suoi effetti concreti. Le città, del resto, sono organismi vivi. Mutano, si rileggono, riconsiderano nel tempo il rapporto tra i propri monumenti, i propri vuoti urbani e la propria memoria. Ciò che in una fase può essere stato il risultato necessario di un compromesso, in un’altra può diventare oggetto di nuova valutazione culturale e progettuale.
Il Castello e la questione del dialogo urbano
Il rapporto tra Castello e monumento a Manfredi andrebbe valutato in termini di dialogo, più che di competizione. Il Castello resta certamente la presenza monumentale dominante dell’area per mole, storia e forza architettonica. Proprio per questo, un basamento calibrato, anche di pochi metri, difficilmente avrebbe potuto alterarne la percezione o indebolirne la centralità. Al contrario, avrebbe consentito alla figura del fondatore di stabilire con il Castello una relazione più chiara, senza sovrastarlo.
La storia urbana europea mostra che la presenza di un monumento equestre su basamento, in prossimità di un edificio dominante o in rapporto con un forte scenario paesaggistico, non costituisce di per sé un’anomalia. Due esempi, diversi per storia, scala e contesto, chiariscono il principio. A Milano, il monumento a Vittorio Emanuele II si colloca in Piazza Duomo, in rapporto con la principale architettura religiosa della città. A Salonicco, il monumento ad Alessandro Magno si apre sul lungomare e verso il Golfo Termaico. Nel primo caso la figura equestre dialoga con un edificio monumentale senza sminuirlo; nel secondo si misura con l’orizzonte marino. In entrambi, il basamento ha una consistenza evidente e non compete con ciò che lo circonda, ma contribuisce a ordinare il rapporto spaziale e a rendere leggibile il ruolo del personaggio rappresentato.
Anche a Manfredonia, dunque, il tema non sarebbe stato scegliere tra Castello e monumento a Manfredi, ma trovare una misura capace di farli dialogare con maggiore chiarezza nello spazio pubblico.
La prossimità e il codice dell’equestre
Un ulteriore aspetto riguarda il rapporto ravvicinato con i cittadini. È vero che l’attuale collocazione consente una fruizione diretta dell’opera. Le persone possono avvicinarsi, fotografarsi, entrare in una relazione quotidiana con la statua. Questo è certamente un valore nello spazio pubblico contemporaneo.
La prossimità fisica, però, non coincide sempre con l’efficacia monumentale. In alcune sculture urbane la vicinanza rafforza il significato dell’opera, come nel caso di figure popolari, devozionali o commemorative, che trovano proprio nel contatto con la gente la loro piena ragione espressiva. La stessa Manfredonia offre esempi utili in questo senso. La statua del Pescatore sul lungomare di Siponto e la statua di Padre Pio su corso Manfredi rappresentano due casi diversi, uno civile e popolare, l’altro religioso, nei quali il rapporto diretto con i passanti appare coerente con il soggetto rappresentato. Sono figure che appartengono al piano della relazione immediata, della memoria quotidiana, della devozione o del riconoscimento collettivo.
Proprio il confronto con questi esempi rende evidente l’anomalia del monumento a Re Manfredi. Il fondatore di una città appartiene a un altro registro simbolico: la sua figura non incarna una memoria affettiva o devozionale, ma l’atto politico e storico che ha dato origine alla comunità. Trattarlo nello spazio pubblico con un linguaggio troppo vicino a quello delle statue di prossimità ne depotenzia la funzione monumentale. Il codice dell’equestre, storicamente, non nasce per stare sullo stesso piano del passante; nasce per introdurre quota, distacco e autorità visiva. Quando questa misura si azzera, la figura del fondatore diventa sì più familiare, ma si attenua inevitabilmente la sua capacità di evocare l’origine storica della città.
Alla luce di tutto questo, il punto non è contestare ciò che è stato fatto, ma chiedersi se oggi, a partire dal confronto nato intorno all’opera e dalla sua percezione concreta nello spazio pubblico, sia possibile riaprire una riflessione serena sul rapporto tra Castello, lungomare e il monumento al fondatore.
La precisazione dell’ex sindaco Riccardi arricchisce il confronto iniziale. Sposta il tema dal giudizio sull’opera alla qualità del dialogo urbano tra i segni principali della città. Ed è proprio questo, forse, il risultato più importante: avere trasformato una valutazione architettonica in una questione culturale più ampia, che riguarda il modo in cui Manfredonia sceglie di rappresentare la propria origine.
Arch. Ciro Romano
fonte letteremeridiane




Parente dell’ing De Meo? 🙂 Sono soldi pubblici, dobbiamo smetterla di farne un uso senza alcuna utilità.
Ho qualche perplessità sull’articolo, perché, sinceramente, alcuni passaggi risultano poco chiari e, soprattutto, sembrano contenere un errore di fondo nella ricostruzione delle origini della nostra città.
Manfredonia, infatti, non può essere raccontata come se la sua storia iniziasse esclusivamente con la sua fondazione medievale. Le radici del nostro territorio affondano molto più indietro nel tempo, risalendo a circa 1200 anni prima, e ignorare o ridimensionare questa lunga storia rischia di offrire una rappresentazione incompleta della nostra identità.
Sulla scultura, credo sia necessario fare una riflessione. Per noi manfredoniani quella è, semplicemente, la statua del cavallo di re Manfredi. E forse non è soltanto una definizione popolare: l’opera, anche per la scelta delle proporzioni e per la rappresentazione del cavaliere, sembra mettere maggiormente in risalto il cavallo piuttosto che la figura del fondatore della città.
Personalmente, inoltre, faccio fatica a comprendere quale sia il tanto evocato «dialogo con la città». Un’opera collocata nello spazio pubblico dovrebbe riuscire a parlare alla comunità, richiamarne la storia, l’identità e il sentimento collettivo. In questo caso, invece, la rappresentazione appare poco armoniosa e difficilmente riconducibile all’immagine e alla memoria che i manfredoniani hanno della propria città e della figura di re Manfredi.
A questo si aggiungono alcune scritte celebrative che, a mio avviso, risultano poco appropriate e rischiano di spostare l’attenzione dall’opera e dal suo significato per la città verso l’esaltazione di chi l’ha commissionata.
Proprio perché l’arte pubblica appartiene a tutti, è giusto discuterne apertamente e domandarsi se un’opera riesca davvero a rappresentare e a dialogare con la comunità che dovrebbe accoglierla. E, in questo caso, personalmente, quel dialogo faccio davvero fatica a trovarlo.
I nomi sono riportati sulle briglie, Riccardi e Palumbo, rimossi a seguito di forti critiche sulla committenza dell’opera… dovevano avere la stessa sorte del mancato realizzo del piedistallo ed aggiungo anche della collocazione che a parere andava meglio all’isola rotatoria o nello spiazzo adiacente il portone a sud del castello magari di dimensioni più ridotte.
Manfredi, Re di Sicilia… il nostro fondatore e primo cavaliere della Repubblica.
Condivido pienamente le riflessioni in merito all’erronea classificazione dell’opera da parte dei funzionari del Ministero dei Beni Culturali, purtroppo abituati in ogni contesto, a mitigare, nascondere o mimetizzare le opere contemporanee nel contesto paesaggistico. Quest’opera aveva tutto il diritto e la dignità di dialogare con il prospiciente castello, l’averla resa una scultura di prossimità ne ha dato un senso ludico che ne sminuisce la portata e il valore simbolico.