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TUTOLO CICLABILI Tutolo: «Piste ciclabili, prima di costruirle chiediamoci come farle vivere»

Tutolo ha lanciato una frecciata molto polemica verso le piste ciclabili, che ormai proliferano un po’ dappertutto nei centri della Capitanata

AUTORE:
Geppe Inserra
PUBBLICATO IL:
24 Settembre 2026
cronaca // Foggia //

Antonio Tutolo, consigliere regionale ed ex sindaco di Lucera, non è certo uno che le manda a dire. Intervenendo al convegno sull’utilizzazione dei beni pubblici nella cittadina sveva, promosso dal Circolo Auser Lucera «Amici del Peperoncino», ha lanciato una frecciata molto polemica verso le piste ciclabili, che ormai proliferano un po’ dappertutto nei centri della Capitanata.

Tutolo ha puntato il dito sul fatto che le piste ciclabili restano pressoché vuote, soprattutto quelle extraurbane. Ha portato l’esempio della ciclovia che collega Stornara e Stornarella (nella foto di apertura) e ha rilevato come la realizzazione di queste infrastrutture comporti non soltanto un aumento dei costi di realizzazione, ma anche un sensibile incremento dei costi di manutenzione.

Le piste ciclabili, infatti, vanno mantenute esattamente come le strade: bisogna conservarne la pavimentazione, eliminare buche e dissesti, garantire la segnaletica e assicurare condizioni di sicurezza, per evitare che diventino esse stesse un pericolo per chi le percorre. E se i ciclisti sono pochi, il rapporto tra investimento e utilizzazione dell’opera diventa inevitabilmente un tema da discutere.

Per Tutolo, dunque, le norme che stanno alla base di questo meccanismo andrebbero cambiate. Ma che cosa prevede realmente la legislazione italiana?

La disciplina della mobilità ciclistica deriva da un insieme di norme: il Codice della strada, il relativo regolamento tecnico e, soprattutto, la legge 2 del 2018 sulla mobilità ciclistica, che la individua quale componente delle politiche dei trasporti e ha previsto strumenti di programmazione nazionali, regionali e comunali, come i piani della mobilità ciclistica e i Biciplan.

Il principio generale è abbastanza chiaro: quando si progettano infrastrutture stradali e sistemi di mobilità, la componente ciclistica deve essere presa in considerazione e, laddove necessaria secondo le caratteristiche della strada e della mobilità prevista, deve essere adeguatamente protetta. La normativa tecnica presta inoltre particolare attenzione alla sicurezza e alla regolarità della superficie delle piste: il decreto ministeriale stabilisce, ad esempio, che la pavimentazione debba garantire condizioni di agevole transito ai ciclisti.

La provocazione di Tutolo apre una questione più ampia. Il problema non è essere favorevoli o contrari alle biciclette ma piuttosto quello di capire se ogni infrastruttura realizzata con questa finalità risponda effettivamente a una domanda di mobilità, oppure rischi di trasformarsi in un’opera costosa, poco utilizzata e successivamente onerosa da mantenere.

Il caso della pista tra Stornara e Stornarella, citato da Tutolo, diventa così un esempio concreto di una questione che riguarda molti piccoli centri della Capitanata. Una pista ciclabile che collega due comuni può avere una funzione importante se inserita in una rete più ampia, collegata ai centri abitati, alle scuole, alle stazioni, ai luoghi di lavoro o alle aree di interesse turistico. Se invece rimane un’infrastruttura isolata, senza continuità e senza una reale domanda di spostamento, il rischio è che il suo utilizzo rimanga marginale.

C’è poi il capitolo della manutenzione. Una pista ciclabile dissestata, invasa dalla vegetazione, priva di segnaletica o con il fondo deteriorato non è semplicemente un’opera poco gradevole: può diventare pericolosa proprio per gli utenti che dovrebbe tutelare. La stessa normativa tecnica dedica attenzione alla qualità delle superfici e alla sicurezza della circolazione ciclistica.

Va detto che non si può misurare l’utilità di una pista ciclabile soltanto contando quante biciclette vi transitano oggi. La realizzazione di infrastrutture sicure può anche servire a modificare nel tempo le abitudini di mobilità. Il legislatore nazionale ha esplicitamente indicato nella mobilità ciclistica uno strumento per rendere gli spostamenti più sostenibili e sicuri e il Ministero delle Infrastrutture continua a considerare le piste ciclabili una componente delle politiche di mobilità sostenibile.

La questione sollevata da Tutolo, allora, potrebbe essere riformulata così: non se dobbiamo costruire piste ciclabili oppure no, ma dove, come e quando conviene costruirle.

Una buona politica della mobilità non dovrebbe limitarsi a spendere per realizzare un’opera, ma interrogarsi anche sulla sua effettiva utilità, sulla possibilità di inserirla in una rete, sulla sicurezza degli utenti e sulla capacità dell’ente proprietario di garantirne la manutenzione negli anni. Ed è forse su questo terreno che la provocazione di Tutolo merita di essere discussa, soprattutto in una provincia come la Capitanata, fatta di piccoli comuni, grandi distanze e realtà territoriali molto diverse tra loro.

In altre parole, più che una guerra alle piste ciclabili, il caso sollevato da Tutolo sembra essere una domanda sulla qualità della programmazione: prima di costruire una pista ciclabile, siamo sicuri di aver progettato anche il modo migliore per farla vivere?

A cura di Geppe Inserra su letteremeridiane.org.

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