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MATTINATA VIESTE La strada che costruì il turismo

Ogni opera realizzata dall’uomo modifica il paesaggio e, con esso, gli equilibri sociali ed economici del territorio

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
25 Settembre 2026
Gargano // Manfredonia //

Ogni opera realizzata dall’uomo modifica il paesaggio e, con esso, gli equilibri sociali ed economici del territorio.

Architetta e paesaggista di Vieste, Marinita Denittis possiede una rara capacità di indagare e raccontare le implicazioni di queste trasformazioni. In questo long form ricostruisce la storia della litoranea Mattinata-Vieste, infrastruttura che contribuì in modo decisivo alla valorizzazione turistica del Gargano e a quel processo di crescita che, nel corso dei decenni, ha portato Vieste ai vertici del turismo pugliese.

Dalle scelte che ne determinarono il tracciato agli effetti prodotti dalla nuova arteria sulle campagne, l’autrice passa meticolosamente in rassegna non soltanto il boom turistico favorito dalla strada, ma anche i profondi mutamenti di funzione che hanno interessato gli spazi urbani e agricoli. Ne emerge una lettura che, senza negare i benefici dello sviluppo, richiama l’attenzione sui rischi connessi a un consumo eccessivo di territorio.

Una prova di notevole capacità analitica, che vi invito a leggere con attenzione.

A cura di Geppe Inserra su su letteremeridiane.org.

***

La litoranea Mattinata–Pugnochiuso–Vieste, inaugurata il 9 luglio 1967, non si limitò a collegare due centri. Rese stabilmente percorribile in automobile una costa che fino ad allora si raggiungeva con difficoltà da terra, attraverso mulattiere, piste e percorsi locali, aprendo baie, promontori e terreni agricoli a una diversa organizzazione economica del territorio.

La strada arrivò mentre il turismo italiano stava cambiando scala. Lungo le coste cominciavano a sorgere alberghi, campeggi e villaggi lontani dagli abitati, pensati per chi viaggiava con la propria automobile e trascorreva al mare soggiorni abbastanza lunghi da giustificare il viaggio. Collegamenti e strutture ricettive furono parti dello stesso processo: i villaggi avevano bisogno delle strade, ma le strade rendevano possibili nuovi insediamenti e accrescevano il valore economico dei suoli che attraversavano. La litoranea, dunque, non servì semplicemente un turismo già formato; contribuì a renderlo territorialmente praticabile, orientandone la localizzazione e spostando verso la costa il baricentro degli investimenti.

Una ricostruzione pubblicata nel 2024 da Mattinata.it, firmata da Antonio Latino e fondata sui ricordi e sui materiali familiari dell’autore, aggiunge un elemento importante alla genesi dell’opera. I lavori, iniziati nel 1960 per iniziativa del Consorzio di Bonifica Montana del Gargano, furono formalmente ricondotti anche alla necessità di migliorare i collegamenti dei coloni e delle aree agricole. La costruzione della strada si intrecciava però, negli stessi anni, con interessi e progetti turistici destinati a trasformare la costa.

Il dato diventa particolarmente evidente osservando il tracciato. Fino alla Baia delle Zagare la strada si mantiene relativamente prossima alla costa; oltre quel punto era stata inizialmente impostata una prosecuzione verso Vignanotica, della quale resta ancora oggi una traccia materiale nel percorso conosciuto come Sentiero Natura. Nella primavera del 1962 quella direttrice fu tuttavia abbandonata e sostituita da una variante che, anziché continuare lungo il margine costiero, piegava verso l’interno in direzione di Santa Tecla e Pugnochiuso, dove l’ENI stava realizzando il nuovo centro turistico.

La modifica è significativa anche sotto il profilo territoriale. Lo spostamento del tracciato rispondeva anche alla funzione originariamente attribuita alla strada, chiamata a migliorare l’accessibilità delle aree agricole e degli insediamenti dei coloni, ma consentiva nello stesso tempo di servire il nuovo centro turistico che l’ENI stava realizzando a Pugnochiuso. La nuova strada non percorre quindi in continuità l’intera linea di costa: improvvisamente arretra verso l’interno, servendo anche il territorio rurale e i suoi insediamenti, mentre mantiene accessibili le principali baie e i nuovi complessi turistici attraverso collegamenti puntuali senza però attraversarli. Ne deriva una forma di accessibilità selettiva alla costa, nella quale funzione agricola e nuova funzione turistica finiscono quasi per sovrapporsi.

La scelta del tracciato avvicina così alcuni luoghi, ne lascia altri relativamente più appartati e contribuisce a stabilire quali parti della costa entrino più direttamente nella nuova geografia turistica e soprattutto come.

LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DELLA COSTA GARGANICA

La cronologia dei primi complessi turistici rende evidente quanto i due processi fossero vicini. I lavori della litoranea erano iniziati nel 1960; nel 1961 nasceva a sud di Vieste il centro turistico di Gattarella. Il 31 marzo 1963 si tenne la cerimonia per l’avvio dei lavori di Pugnochiuso e il 1° agosto 1965 aprì l’Hotel del Faro. La litoranea Mattinata–Pugnochiuso–Vieste fu inaugurata nel 1967; nel 1969 entrò in funzione anche l’Hotel Baia delle Zagare. Strada e insediamenti turistici non appartengono quindi a due fasi nettamente successive: crescono quasi insieme e concorrono alla costruzione della nuova geografia economica della costa garganica.

Nei decenni successivi Vieste costruì una capacità ricettiva molto ampia, fondata in larga parte su campeggi, villaggi e strutture extralberghiere. Il turismo produsse lavoro, reddito, imprese e una trasformazione profonda della città. Un centro periferico rispetto ai principali assi regionali divenne una delle maggiori destinazioni balneari pugliesi, pur restando privo di ferrovia e lontano dagli aeroporti. Questo risultato non va ridotto a un effetto della strada: dipese dalla domanda turistica, dagli investimenti privati, dalla diffusione dell’automobile e dalle politiche locali e regionali. La strada, però, ne fu una condizione territoriale decisiva.

Il Piano strategico regionale Puglia365, riferito al periodo 2016–2025, descriveva ancora una forte concentrazione dei flussi nei comuni costieri, collocava Vieste tra le principali destinazioni per presenze e riconosceva il peso della stagionalità. Nello stesso tempo indicava la necessità di sistemi di trasporto capaci di collegare i centri della costa con l’entroterra. Molti anni dopo la costruzione della litoranea, quindi, la questione non era più soltanto portare visitatori al mare, ma distribuire accessibilità, servizi e opportunità in un territorio rimasto fortemente squilibrato.

Essere arrivati prima rappresentò per Vieste un vantaggio, ma fissò anche un modello difficile da correggere: grandi strutture costiere, dipendenza dall’automobile, soggiorni concentrati nei mesi estivi e un’economia che per buona parte dell’anno rallenta. Quando la Puglia cominciò a proporsi come destinazione unitaria, il Gargano aveva già alle spalle decenni di turismo balneare e una costa profondamente trasformata.

La promozione regionale ha poi costruito un repertorio visivo molto riconoscibile: il bianco delle facciate, il verde degli ulivi, il blu del mare, le masserie, i vicoli, la pietra. Quel repertorio ha contribuito al successo della Puglia, ma tende inevitabilmente a semplificare territori che hanno storie, economie e forme insediative differenti. Il problema non è l’immagine in sé; nasce quando l’immagine diventa un modello e si comincia a pensare che ogni luogo debba essere reso turistico nello stesso modo per acquistare valore.

RIFLETTERE SULLA «VALORIZZAZIONE»

È qui che la parola “valorizzazione” merita una riflessione. Una casa che diventa B&B è necessariamente una casa valorizzata? Una piazza progressivamente occupata da tavoli e sedute è uno spazio pubblico più vivo, oppure uno spazio diventato più redditizio? Una masseria trasformata in struttura ricettiva è sempre recuperata, o può essere semplicemente immessa in un nuovo circuito di consumo? Sono domande diverse, ma hanno un punto comune: distinguere il recupero dall’aumento della redditività.

Recuperare un edificio abbandonato può certamente sottrarlo al degrado e rappresentare un investimento positivo. La qualità dell’intervento, però, non dipende soltanto dalla capacità di produrre reddito o di funzionare nelle fotografie destinate alle piattaforme. Dipende dal rapporto con la struttura originaria, con il contesto e con gli usi che l’edificio può continuare a sostenere. Quando la funzione ricettiva diventa prevalente, può verificarsi una trasformazione meno visibile di quella architettonica: le facciate restano, i vicoli mantengono il proprio aspetto, ma cambiano la durata delle presenze, le relazioni di vicinato e la disponibilità di spazi per la residenza stabile.

Una dinamica analoga riguarda lo spazio pubblico. Piazze, slarghi e affacci possono essere occupati sempre più intensamente da tavoli, sedute, dehors e strutture connesse alle attività commerciali. Anche in questo caso l’aumento dell’uso non coincide necessariamente con una maggiore disponibilità dello spazio. Una piazza molto frequentata può essere economicamente vitale e, nello stesso tempo, offrire sempre meno possibilità di sosta e di attraversamento indipendenti dal consumo. Un luogo può dunque diventare più redditizio senza diventare per questo più accessibile, più abitabile o più ricco di funzioni.

Il punto non è opporre turismo e tutela, né negare il valore economico prodotto dall’ospitalità (la storia della costa garganica mostra quanto infrastrutture e turismo abbiano generato lavoro, imprese e nuove opportunità) mostra però anche che l’aumento del valore economico non coincide automaticamente con l’aumento del valore urbano, sociale o paesaggistico. La distinzione diventa ancora più importante quando la stessa idea di valorizzazione viene trasferita dalla costa alle aree rurali.

Lo squilibrio tra costa e interno non nasce oggi. Gli investimenti hanno seguito soprattutto il mare, mentre molte campagne hanno perso residenti, attività e presidi, eppure non erano spazi vuoti. Nel suo studio sulla casa rurale del Gargano, Osvaldo Baldacci descrive un territorio nel quale la residenza restava in larga parte accentrata nei paesi, ma la campagna era fittamente attraversata da attività agricole e pastorali, ricoveri, case temporanee, casini e masserie. I dati del censimento del 1951 registravano una quota ridotta di popolazione stabilmente residente nelle campagne, ma lo stesso Baldacci avvertiva che quel dato sottostimava una presenza rurale più articolata e non coincideva affatto con l’assenza di uso e di insediamento.

Proprio Baldacci offre un passaggio particolarmente utile per leggere la questione della strada. Nella sua indagine, costruita anche su dati e osservazioni anteriori alla grande trasformazione turistica, egli indicava la viabilità inadeguata come uno dei principali problemi della campagna garganica e attribuiva a una rete di comunicazioni più capillare la possibilità di dare maggiore sicurezza alle campagne e di migliorare il valore dei prodotti agricoli. Il significato della parola “valorizzare”, in quel contesto, è istruttivo: non significava trasformare la campagna in destinazione turistica, ma rendere più sostenibile economicamente il lavoro che già vi si svolgeva.

La stessa ricerca distingue inoltre tra masserie semplici, masserie-nucleo abitate da più famiglie e, nei casi più complessi, masserie-centro dotate anche di servizi. Non si tratta di trasferire automaticamente questi tipi a ogni area del promontorio, né di immaginare un Gargano rurale uniformemente popolato; Baldacci stesso insiste sulla varietà e sulla debolezza del popolamento sparso. Emerge che la campagna non era un fondale privo di funzioni, ma un sistema produttivo e insediativo con gradi diversi di permanenza, dipendente da percorsi, acqua, coltivazioni, pascoli e relazioni con i centri abitati.

LA TUTELA DEL PAESAGGIO AGRARIO

Nel corso della seconda metà del Novecento molte di quelle funzioni si sono indebolite e una parte dell’edilizia rurale è stata abbandonata. Proprio per questo sarebbe riduttivo leggere oggi l’interno soltanto come spazio disponibile a una nuova colonizzazione turistica. Trasformare una masseria in struttura ricettiva può essere un modo legittimo per salvarla, ma non basta, da solo, a ricostruire il territorio di cui faceva parte. Se intorno scompaiono agricoltura, manutenzione, servizi e possibilità di residenza, l’edificio sopravvive come oggetto mentre il paesaggio che lo aveva prodotto continua a perdere funzioni.

Il rischio è ripetere nell’interno il meccanismo già sperimentato lungo la costa, cambiandone soltanto l’estetica: non più grandi villaggi affacciati sul mare, ma una sequenza di masserie, piscine, alloggi e “esperienze” rurali. Sarebbe una seconda costa trasferita tra gli ulivi. Il paesaggio agricolo, invece, ha bisogno di conservare una propria identità, che non coincide con l’immobilità ma neppure con l’obbligo di diventare scenario per il consumo turistico.

Rendere accessibile l’interno dovrebbe allora significare prima di tutto aumentare le possibilità di permanenza: migliorare i collegamenti necessari alla vita quotidiana e al lavoro, sostenere le attività agricole, garantire servizi essenziali, recuperare gli edifici senza ridurli a un’unica funzione. Una strada che permette di raggiungere una masseria soltanto perché possa diventare struttura ricettiva produce un’opportunità economica; una strada che consente anche di abitarla, coltivare il fondo, raggiungere un centro, una scuola o un presidio sanitario produce permanenza. Sono entrambe forme di accessibilità, ma non hanno gli stessi effetti sul territorio.

La strada incompiuta verso Vignanotica, oggi divenuta percorso naturalistico, conserva materialmente la traccia di una delle direzioni allora possibili. Proseguire lungo la costa avrebbe significato renderla direttamente percorribile, ma anche inciderla più profondamente, riducendo proprio quella continuità paesaggistica che costituiva una delle condizioni della sua futura attrattività turistica. La deviazione verso l’interno può quindi essere letta come una una soluzione capace di mantenere una certa distanza dal margine costiero, servendo al tempo stesso i nuovi insediamenti turistici e le aree agricole attraversate. In questo equilibrio si riconosce il rapporto tra tutela e sviluppo, protezione e progetto, turismo e agricoltura.

Dopo aver costruito strade capaci di portare i turisti al mare, il Gargano dovrebbe quindi interrogarsi su ciò che chiede oggi alle proprie infrastrutture. Non basta domandarsi quali luoghi possano essere raggiunti più velocemente o quali attività possano esservi insediate; occorre chiedersi a beneficio di chi e per quale uso quella maggiore accessibilità viene prodotta. Valorizzare dovrebbe significare aumentare le possibilità di un luogo, non ridurle a una sola.

È forse questa la lezione più attuale della litoranea. Dopo una stagione nella quale valorizzare ha significato soprattutto rendere accessibile e mettere a reddito, il problema oggi è rendere il territorio accessibile senza renderlo necessariamente disponibile al consumo. Perché un territorio non comincia ad avere valore quando qualcuno trova il modo di venderlo. Il valore, molto spesso, era già lì e ha bisogno solo di essere aiutato.

A cura di Marinita Denittis su letteremeridiane.org.

Riferimenti essenziali
Arena, B. (2011), A volo di farfalla. La vita politico-amministrativa di Mattinata tra cronaca e storia dalla metà degli anni ’50 alla metà degli anni ’80, Basso, Mattinata.

Baldacci, O. (1970), “La casa rurale nel Gargano”, in C. Colamonico, La casa rurale nella Puglia, Leo S. Olschki, Firenze, pp. 1–50.

Lupo, A. (1967, 10 luglio), “Inaugurata la nuova strada Mattinata-Vieste. Calorose accoglienze per Moro in Capitanata”, La Gazzetta del Mezzogiorno, p. 1.

Latino, A. (2024, 2 giugno), “Il Sentiero Natura: genesi di una strada incompiuta. Da Enrico Mattei, passando per mio padre”, Mattinata.it.

Regione Puglia – Pugliapromozione, Puglia365. Piano strategico del turismo della Puglia 2016–2025.

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