Per decenni l’Adriatico è stato visto come una frontiera facilmente accessibile, un canale di fuga e, talvolta, una via di speranza per tanti immigrati provenienti dall’Est. Oggi, tuttavia, le cronache giudiziarie e le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia ci impongono un mutamento prospettico radicale: quel braccio di mare non costituisce più soltanto una rotta di passaggio, bensì è il principale asse di un’alleanza criminale tra le più strutturate, operative e pericolose d’Europa. Il rapporto tra le mafie pugliesi — dalla Sacra Corona Unita alla complessa costellazione di clan foggiani e baresi — e le organizzazioni criminali albanesi non si configura più come un semplice modello di fornitura. Si tratta, piuttosto, di una collaborazione in termini paritari, assimilabile a una vera joint venture del crimine.
Per comprendere tale evoluzione occorre volgere lo sguardo al passato. Negli anni ‘90, i primi contatti erano caratterizzati da una rigida gerarchia: i clan pugliesi impiegavano la manovalanza oltre adriatico principalmente per il contrabbando di sigarette e per il traffico di migranti, mantenendo un controllo stabile sul territorio e sulle dinamiche locali. La criminalità organizzata albanese, nel corso degli ultimi vent’anni ha realizzato un salto di qualità, maturando in tempi rapidi un ruolo determinante fino a configurarsi come leadership globale nel narcotraffico. Lo scenario attuale appare quindi rovesciato, o meglio perfettamente bilanciato: i gruppi albanesi non si limitano più a fungere da corrieri della mafia pugliese, ma operano come broker internazionali, trattando direttamente con i cartelli sudamericani per la cocaina e consolidando il controllo sulla produzione di marijuana nei Balcani. A fronte di tale trasformazione, la Puglia delle mafie offre un contributo strutturalmente decisivo: una piattaforma logistica capace di garantire efficienza, canali di riciclaggio già collaudati e una rete radicata di distribuzione interna.
Lungi dal delineare una mera colonizzazione, questo processo va inteso come un’integrazione funzionale di servizi. Le organizzazioni criminali operano con logiche riconducibili a quelle delle moderne multinazionali: riducono i costi di transazione, coordinano la gestione del rischio e ottimizzano i profitti senza la necessità di generare conflitti territoriali. In tale quadro, l’asse trans-adriatico risulta particolarmente insidioso per la sua alta capacità di mimetizzazione. Mentre l’attenzione pubblica tende a concentrarsi sulle faide violente tipiche della criminalità foggiana, l’accordo economico con le controparti albanesi procede in modo discreto, alimentando un circuito di ripulitura di ingenti capitali nel tessuto dell’economia legale. Tale infiltrazione interessa settori diversificati, dall’edilizia al turismo, fino al comparto agroalimentare, sia in Italia sia nei Balcani.
Ne deriva che il contrasto a questa rete criminale non può più essere affidato a sole strategie locali. Se il crimine agisce secondo una logica transnazionale, la risposta dello Stato deve assumere un’analoga rapidità ed estensione territoriale. Le squadre investigative comuni (SIC) e la cooperazione tra la magistratura italiana e quella albanese rappresentano passi decisivi, ma non esauriscono le strategie di contrasto necessarie. È indispensabile una piena consapevolezza politica anche a livello europeo: l’Adriatico non è soltanto un confine meridionale, bensì la porta di accesso ad un mercato criminale capace di compromettere la stabilità economica e sociale dell’intero continente europeo. Riconoscere la complessità di tale legame costituisce il primo tassello necessario per combattere più efficacemente questa nuova tipologia di criminalità organizzata.
A cura del Prof. Vincenzo Musacchio
Professor of Strategies to combat transnational organized crime
Associated to the Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University in Newark.
Researcher and ordinary member of the Strategic Hub for Organized Crime (SHOC) at Royal United Services Institute (RUSI) in London.



