Nel dibattito pubblico tiene banco il DL scuola (promulgato a pochissime ore dall’annuncio da parte del Governo) sulla presenza o meno di ragazzi migranti nelle classi, argomento ampiamente normato nel lontano 2010 e che ha impattato sulla realtà che ci dice che in alcune scuole se non ci fossero i ragazzi migranti le stesse potrebbero chiudere.
Poco o nulla si dibatte e ci si confronta sui rincari dei carburanti e dell’energia, o peggio si lanciano proclami da parte di esponenti del Governo del tipo “o ti rassegni o ti attrezzi”, sarebbe interessante capire che cosa si intende per attrezzarsi, ma non è mia intenzione buttarla, come si suo, dire, in caciara, oggi si tende spesso a ridurre l’impatto del carburante a un semplice problema delle famiglie o del sistema dei trasporti senza considerare l’impatto che questo ha sul settore primario e quindi anche sull’aumento dei costi indiretti per le famiglie e senza tenere in considerazione la tenuta economica di un intero settore (quello primario). Nel settore primario, la realtà economica è nettamente più complessa. Per un’azienda agricola, il gasolio non è un mero costo vettoriale per distribuire merci, ma un fattore della produzione diretto e insostituibile, equiparabile alla semente, all’acqua o ai fertilizzanti.
Comprendere come le oscillazioni del prezzo del carburante agricolo si ripercuotano sui costi di produzione richiede una disamina della struttura contabile e operativa dei nostri campi.
L’impatto diretto e la rigidezza della tecnologia agronomica
In economia agraria, la funzione di produzione esprime la relazione tra gli input impiegati e l’ output ottenuto. La particolarità dell’agricoltura risiede nel fatto che, nel breve e medio periodo, la tecnologia di campo è ampiamente rigida: non è possibile sostituire un trattore a combustione interna con una fonte alternativa da un giorno all’altro.
L’impiego del carburante attraversa l’intero ciclo colturale dalla pre-semina/pre-trapianto fino al raccolto
Lavorazioni del terreno: Aratura, erpicatura e ripuntatura sono operazioni ad altissimo assorbimento energetico.
Gestione della coltura: Semina, trattamenti fitosanitari, concimazione e irrigazione (tramite motopompe e sistemi di pompaggio azionati a gasolio).
Raccolta e movimentazione: Trebbiatura, cippatura e trasporto aziendale dei volumi raccolti.
Ogni aumento del costo del carburante agevolato si traduce in un incremento immediato del costo variabile unitario. Nelle coltivazioni estensive (come grano duro, mais o girasole) e nelle filiere ad alta meccanizzazione, la voce energetica arriva a pesare per una quota rilevante sui costi di esercizio complessivi.
L’effetto indiretto e la spirale sui fattori di produzione
L’impatto del rincaro non si esaurisce sul piazzale dell’azienda agricola. Si innesca un secondo effetto a catena sui mercati degli altri fattori produttivi.
I concimi e i fertilizzanti sintetici: La produzione e la distribuzione dei fertilizzanti (specialmente azotati) richiedono ingenti quantità di energia. L’aumento del costo dei carburanti e del gas di sintesi ne fa impennare i listini, creando una duplicazione del rincaro a danno dell’agricoltore.
I servizi dei contoterzisti: Ampia parte del tessuto agricolo italiano ricorre a imprese agromeccaniche esterne. Quando il gasolio aumenta, i prezzi del contoterzismo si adeguano all’istante, scaricando il costo aggiuntivo anche su chi non possiede un parco macchine di proprietà.
La trappola del Price Taker
Per quale motivo il settore agricolo soffre l’inflazione dei costi più di altri settori industriali? La risposta sta nella forma di mercato in cui operano le aziende agricole e nella concorrenza atomistica.
L’agricoltore è strutturalmente un price taker, infatti non decide il prezzo di vendita dei propri prodotti (grano, latte, frutta), che viene determinato sui mercati globali, nelle borse merci o dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO).
Mentre un produttore industriale o un distributore può provare a ricaricare i maggiori costi di produzione sul prezzo finale al consumo, l’agricoltore si trova schiacciato tra prezzi alla stalla/alla pianta rigidi o in calo e costi dei fattori produttivi in costante ascesa. Il risultato è una drastica erosione del margine netto, che spinge spesso le aziende a produrre in perdita.
Le prospettive e interventi strutturali
Affrontare questo problema con sole misure congiunturali (come l’aumento temporaneo delle quote di gasolio agevolato) equivale a curare un sintomo senza risolvere la causa. Dal punto di vista economico e politico-agrario, servono tre direttrici d’intervento:
Innovazione e Agricoltura 4.0: Promuovere la guida satellitare, il dosaggio variabile degli input e la minima lavorazione per ridurre il consumo effettivo di litri di carburante per ettaro.
Elettrificazione e biocarburanti aziendali: Accelerare la transizione verso trattori alimentati a energie alternative sostenibili (es. biometano aziendale o elettrico per le basse potenze).
Rafforzamento contrattuale della filiera: Introdurre meccanismi di indicizzazione dei prezzi di vendita dei prodotti agricoli che tengano conto dell’andamento reale dei costi di produzione dei fattori energetici.
In conclusione, il costo del gasolio agricolo non è una semplice cifra sulla scheda di carburante di un trattore, ma l’indicatore di salute della tenuta economica delle nostre campagne. Senza una protezione adatta del margine operativo agricolo, il rischio concreto non è solo il rincaro dello scontrino per i consumatori, ma l’abbandono delle superfici coltivate e la crisi delle filiere Agroalimentari Made in Italy.
A cura di Daniele Calamita, Docente di Agraria, ex sindacalista, esperto di politiche sociali.



