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CIVITAQUANA ARROSTICINO Civitaquana, Dio salvi l’arrosticino

L’Arrosticciere in Piazza riscrive la storia a colpi di fumo. E il 19 e 20 settembre anche il Paradiso, probabilmente, ha apparecchiato

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
26 Settembre 2026
Attualità //

Nel principio era il fuoco. Poi vennero i mattoni. Poi la pecora. Poi qualcuno infilò la carne sullo spiedino e, molto prima che l’umanità inventasse la cucina gourmet, aveva già capito tutto.

Il resto è storia. O meglio: è storia di Civitaquana.

Perché qui, il 19 e 20 settembre 2026, non è andata semplicemente in scena una festa. È successo qualcosa di molto più pericoloso: un paese ha riaperto il cassetto della memoria e ci ha trovato dentro un’identità ancora viva, fumante e tremendamente affamata.

Benvenuti all’ottava edizione de L’Arrosticciere in Piazza.

Altro che rievocazione. Questa è una resurrezione.

E se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio sulla faccenda, sarebbe bastato guardare la piazza: migliaia di persone, profumi capaci di risvegliare anche i morti, musica, fotografie, racconti, costumi, storia e quel piccolo sovrano infilzato sullo spiedino che da queste parti non ha bisogno di corona.

L’arrosticino regna per diritto di brace.

IL MAR ROSSO? QUI SI È APERTA LA BRACE

Mosè aprì le acque. I Ginestrino hanno aperto i cassetti.

Non è esattamente la stessa cosa, ma il risultato è sorprendentemente simile: un popolo è passato dall’altra parte.

Da una parte l’oblio. Dall’altra la memoria. In mezzo, una fotografia del 1930.

Quella fotografia nella quale la tradizione dell’arrosticino civitaquanese appare nella sua forma più autentica: due file di mattoni refrattari, la brace, i rametti d’ulivo e la carne di pecora.

Una scena di quasi un secolo fa che, invece di finire impolverata negli archivi, è tornata a camminare. A tavola. In piazza. Tra la gente.

E qui bisogna riconoscere il merito a una famiglia che otto anni fa ha deciso che quella storia non poteva morire.

La famiglia Ginestrino ha raccolto l’eredità dei nonni e ha fatto una cosa oggi quasi rivoluzionaria: ha studiato.

Ha cercato. Ha ascoltato. Ha ricostruito. Ha confrontato. E soprattutto ha ricordato.

Perché in tempi nei quali si dimentica tutto alla velocità di uno scroll, ricordarsi di come si cuoceva un arrosticino novant’anni fa è quasi un atto sovversivo.

IL NUOVO DECALOGO

E allora eccoli, i comandamenti di Civitaquana. Non sono scritti sulla pietra. Sono scritti sulla brace.

Primo: non avrai altro spiedino all’infuori dell’arrosticino. Secondo: non nominare invano la carne di pecora. Terzo: onora il mattone refrattario. Quarto: santifica la brace. Quinto: non lasciare bruciare l’arrosticino. Sesto: non rubare quello già cotto al vicino. Settimo: non desiderare il piatto del prossimo. Ottavo: gira lo spiedino. Nono: gira ancora. Decimo: se hai ancora fame, ricomincia dal primo.

È il Vangelo secondo Civitaquana.

E nessuno si azzardi a discuterlo a stomaco vuoto.

IL MIRACOLO DELLA PIAZZA

La cosa straordinaria è che l’arrosticino, per due giorni, ha smesso di essere soltanto cibo.

È diventato linguaggio. Ha parlato di nonni. Di campagne. Di pastori. Di famiglie. Di fotografie.

Di un paese appoggiato alle montagne e affacciato idealmente verso quel mare Adriatico che, da queste parti, sembra sempre abbastanza vicino da poterlo sentire.

Ha parlato soprattutto di appartenenza. Perché una tradizione non vive quando viene conservata in una teca. Vive quando qualcuno la rifà. La racconta. La sporca di mani. La riempie di voci. La mette davanti agli occhi dei bambini.

E magari, alla fine, se la mangia pure.

E LA POLITICA? PER UNA VOLTA HA INSEGUITO IL FUMO

In piazza sono arrivati anche il sindaco Samuele Di Profio e il sottosegretario Daniele D’Amario.

Ma stavolta la politica aveva un problema serio. Non bastavano microfoni. Non bastavano discorsi. Non bastavano fascia tricolore e autorità. Perché davanti alla brace c’è una gerarchia diversa.

Prima viene l’arrosticino. Poi tutto il resto.

E mentre il paese ascoltava le parole del professor Sebastiano Delfine, di Anna Rita Severini, Bruno Sfrattoni e Luciano Palumbo, le immagini di Pino Giannini ricucivano passato e presente.

La fotografia diventava racconto. Il racconto diventava memoria. La memoria diventava identità. E l’identità, inevitabilmente, finiva sulla griglia.

Civitaquana
Civitaquana, Dio salvi l’arrosticino


PETACCIATO, L’ALTRA RIVA DELLA STORIA

Poi è arrivato il Molise. Petacciato. Un gemellaggio culturale che ha portato a Civitaquana cittadini e testimonianze rappresentati dall’instancabile Gianna De Lena.

E qui la faccenda si è fatta seria. Perché quando Abruzzo e Molise si incontrano, non si incontrano soltanto due territori. Si incontrano memorie. Dialetti. Tradizioni. Famiglie. Campanili.

E una quantità di roba buona che sarebbe meglio non lasciare incustodita.

Il gemellaggio ha fatto il resto: le alte onde si sono ricongiunte, come se l’Adriatico avesse deciso, per una volta, di fare da ponte anziché da confine.

L’ALBA, IL GIORNO, LA SERA. LA NOTTE NON PERVENUTA

E poi è arrivata la sera. Ma la notte, evidentemente, aveva altro da fare. Perché a Civitaquana l’alba si è fatta giorno. Il giorno si è fatto sera. E la sera ha detto alla notte: “Tu oggi non servi.”

C’erano ancora persone in piazza. Ancora musica. Ancora voci. Ancora racconti. Ancora tavole. E soprattutto ancora arrosticini.

Perché certe feste finiscono quando finiscono gli spiedini. E a giudicare da quello che è successo, la notte avrebbe dovuto aspettare parecchio.

LA VERITÀ È CHE CIVITAQUANA HA VINTO CONTRO L’OBLIO

Questa, alla fine, è la storia. Non quella dell’arrosticino. Quella sarebbe troppo semplice. È la storia di un paese che ha deciso di non diventare soltanto un luogo sulla carta geografica.

Ha deciso di ricordarsi chi era. E ha scoperto che per farlo non servivano monumenti giganteschi, celebrazioni paludate o trattati. Bastavano una fotografia. Due file di mattoni. Un po’ di carbone. Qualche rametto d’ulivo. Una pecora. Una famiglia ostinata. E una piazza piena.

Il resto lo ha fatto Civitaquana. Con il suo folklore. Con la sua allegria. Con il suo orgoglio. Con quella sana, meravigliosa e un po’ irriverente follia che trasforma una semplice grigliata in una pagina di storia.

Perché alla fine, diciamolo: Mosè aveva le tavole della Legge.

Civitaquana ha le tavole apparecchiate. E se qualcuno vuole ancora chiedersi quale sia il miracolo più grande, la risposta è semplice. Non è che il mare si sia aperto. È che un paese è riuscito a riaprire la memoria.

E quando la memoria torna a vivere, persino la brace diventa patrimonio.

Così, nel piccolo paese accudito dalle montagne e cullato dall’Adriatico, il re è tornato sul trono.

Non porta corona. Non porta scettro. Porta uno spiedino. E fuma.

Lunga vita al Re. Lunga vita all’arrosticino. E che Dio protegga chi prova a dire che ne basta uno.

A cura di Maurizio Varriano.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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