C’è qualcosa di più serio di una crisi di Giunta. Ed è il modo in cui una crisi viene raccontata quando chi dovrebbe governare cerca di convincere tutti che la crisi non esiste.
A Foggia, in queste ore, la realtà politica ha però il vizio ostinato di contraddire la narrazione.
Cinque assessori non partecipano alla riunione sul PIAO e sul piano delle assunzioni. La maggioranza si spacca. La questione del personale diventa il punto di rottura. E il giorno dopo la sindaca Maria Aida Episcopo revoca le deleghe all’assessore Luigi Iorio, nominato appena tre mesi prima. Nel decreto, la sindaca parla della necessità di garantire la «piena funzionalità» degli organi di governo e la continuità dell’azione amministrativa.
Se questa non è una crisi, allora bisognerà inventare una nuova definizione della parola crisi.
Ma c’è un altro aspetto che merita attenzione: il linguaggio.
Perché amministrare una grande città significa anche conoscere il valore delle parole, soprattutto quando quelle parole possono finire per umiliare territori, amministratori e comunità che non hanno la fortuna di governare un capoluogo.
È stata attribuita alla sindaca, parlando delle assunzioni, una frase del tenore: « In altri comuni non prevedendo concorsi o prevedendo 4-5 innesti , possono fare in 30 secondi , da noi si assume veramente ».
La frase, se interpretata correttamente, non è soltanto una battuta infelice. È una concezione della pubblica amministrazione che merita una domanda elementare: da quando il numero degli abitanti di un Comune stabilisce il valore del lavoro amministrativo di chi lo governa?
Un piccolo Comune che assume quattro o cinque persone non sta facendo finta di assumere.
Sta assumendo quattro o cinque persone.
E dietro quelle quattro o cinque assunzioni ci sono uffici che spesso lavorano con organici ridotti all’osso, sindaci che conoscono personalmente i cittadini, dipendenti che fanno contemporaneamente il lavoro di più persone e comunità che non possono permettersi il lusso di considerare “piccolo” un risultato soltanto perché piccolo è il numero degli abitanti.
La pubblica amministrazione non è una gara a chi fa il numero più grosso.
Non esiste una medaglia per il Comune che assume di più.
Esiste, semmai, una responsabilità: utilizzare risorse pubbliche, rispettare le procedure, scegliere le professionalità necessarie e rispondere ai cittadini.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente interessante.
Perché mentre si rivendica la capacità di assumere, a Palazzo di Città il piano assunzionale è diventato uno dei detonatori della nuova frattura politica. E mentre si parla di efficienza, cinque componenti della Giunta non si presentano alla riunione convocata sul PIAO. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un assessore revocato e una maggioranza nuovamente alle prese con una pesante resa dei conti.
È qui che la retorica della grande città rischia di diventare piccola politica.
Perché la grandezza di Foggia non si misura nel numero delle assunzioni che Palazzo di Città riesce a proclamare.
Si misura nella capacità di rispettare chi amministra anche un paese di mille, duemila o cinquemila abitanti.
Si misura nella capacità di comprendere che la Repubblica non finisce ai confini del capoluogo.
E soprattutto si misura nella sobrietà di chi ricopre un ruolo istituzionale.
Una sindaca, soprattutto se vanta una formazione culturale e istituzionale di alto profilo, dovrebbe sapere che le parole pronunciate dal vertice di un Comune non sono mai semplicemente parole private. Hanno un peso pubblico. Possono valorizzare oppure mortificare. Possono unire oppure creare una gerarchia di dignità tra territori che la Costituzione, invece, non stabilisce.
Foggia ha certamente bisogno di assunzioni.
Ha bisogno di dirigenti, funzionari, tecnici e personale capace.
Ma ha bisogno anche di qualcosa di molto più semplice: misura.
Perché non c’è nulla di culturalmente elevato nel guardare dall’alto verso il basso un piccolo Comune.
E non c’è nulla di politicamente autorevole nel sostenere che gli altri “fanno finta” mentre noi siamo quelli che fanno sul serio, soprattutto quando la stessa amministrazione che rivendica efficienza si ritrova, contemporaneamente, impantanata nel proprio piano assunzionale e in una crisi di maggioranza che ha già prodotto una revoca assessorile.
La vera prova di autorevolezza, allora, non è dire “noi lo avremmo fatto in 30 minuti”.
È dimostrare, nei fatti, di saper governare dopo 30 minuti, dopo 30 giorni e soprattutto dopo tre anni.
Perché il potere passa. Le poltrone passano. Gli assessori passano. Le maggioranze cambiano.
Ma il rispetto per le istituzioni, per i territori e per le persone dovrebbe rimanere.
E quando persino questo comincia a vacillare, forse il problema non è più soltanto una crisi di Giunta.
È una crisi del modo di intendere il governo della cosa pubblica.
A cura di Maurizio Varriano.



