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Ilva,Mazza:”garanzie per i lavoratori dall’agroalimentare”


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Esterno Ilva Taranto, operai dopo sequestro (ph: Youreporter)

Taranto – ILVA: l’agroalimentare può fornire un aiuto immediato agli operai ma la politica faccia la sua parte senza infingimenti. Lo dice in una nota il consigliere Patrizio Mazza (Idv).

Dalle notizie emerse dal tavolo della capitale sembra che siano stati stanziati 336 milioni di euro per le bonifiche da attuare nelle aree inquinate di Taranto. Con 336 milioni di euro ritengo che da subito si possa risolvere la grave questione che attanaglia Taranto, nonché il problema della sussistenza degli operai dell’Ilva l’importante è utilizzarli per dare soluzioni immediate, serie e concrete”.

“L’unica risposta rapida che si può fornire agli operai, considerata la grande disponibilità manifestata al sottoscritto da parte di numerosissimi imprenditori agricoli, consiste nell’utilizzare lo stanziamento e le unità lavorative dell’industria in un unico progetto agroalimentare che può finalmente garantire lavoro dignitoso, sano ed ecosostenibile”. “Gli imprenditori agricoli sia della provincia di Taranto che di province a questa limitrofe hanno in animo, per le loro imprese, di poter usufruire di agevolazioni che il Governo possa mettere a loro disposizione, in maniera da implementare le proprie imprese, ed in questa maniera assorbire tutta la massa lavorativa che proviene dall’Ilva e dall’indotto, allora : perché non utilizzare in questo settore quei 336milioni di euro che il governo dice di mettere a disposizione per risolvere la questione ambientale del territorio?”.

“Il tutto può essere ripartito in contribuzioni per gli stipendi, in contribuzione per le detassazioni, in termini di eventuali ulteriori progettazioni utili al settore ma anche tese a garantire un lavoro certo e capace di ridisegnare un nuovo futuro; del resto consumi ed export votati all’agroalimentare sono in Puglia l’unico settore che garantisce una risalita economica. Ecco che si potrebbe mettere in atto un sistema di recupero di tutte le aree incolte e contestualmente si potrebbe mettere in atto sistema industriale dedicato alla trasformazione dei prodotti dell’intero sistema basato in primis sul comparto agroalimentare. Il tutto potrebbe portare finalmente ad una scelta di trasformazione economica dell’intera area geografica tarantina facendola diventare da situazione oggi altamente inquinata a territorio salvaguardato sotto il profilo dell’ambiente”.

La proposta non credo sia utopica e la ribadisco validissima per affrancante immediatamente i disagi degli operai e di Taranto, ciò in quanto indipendentemente dalle decisioni della magistratura, coraggiosissima nel suo operato, non si può pensare che così tanti lavoratori ed un territorio così vasto possano dipendere dalla sola monocoltura dell’acciaio e dalle sorti di una unica azienda. La mia sensazione è che la politica e certi politici non vogliano una soluzione di questo tipo basata sulle alternative e diversificazione economica e vogliano invece usare il problema Ilva interferendo con questo problema nella vita di una comunità e nella vita degli operai, strumentalizzandoli per dare loro ad intendere che si adoperano per qualcosa di positivo. La situazione odierna e le soluzioni che la politica prospetta non mi convincono”.

Ilva, Curto e Surico: “Coniugare ambiente e sviluppo salvaguardando posti di lavoro”. “Agiremo in sede regionale affinché siano poste in essere tutte le iniziative necessarie a scongiurare la perdita di migliaia di posti di lavoro sforzandoci di coniugare la sacrosanta tutela dell’ambiente con la promozione di uno sviluppo ecocompatibile”. Lo dicono in una nota i consiglieri regionali di Futuro e Libertà, Euprepio Curto e Giammarco Surico.

“Non nascondiamo – dichiarano i due esponenti del partito di Gianfranco Fini – la nostra preoccupazione per le gravi tensioni che stanno agitando Taranto, e che si stanno estendendo a macchia d’olio in altre province (Brindisi, con 3.000 lavoratori Ilva, Matera 2.000, Lecce 1.500 ), a seguito dei provvedimenti della magistratura ionica che hanno portato al sequestro di sei impianti Ilva e alla emissione di ben otto provvedimenti di custodia cautelare. E, pur tuttavia, nel riconfermare fiducia nell’operato della magistratura ionica (siamo in effetti convinti che si sia trattato di una decisione molto sofferta ) non possiamo non rilevare come la situazione attuale dell’Ilva sotto il profilo dell’impatto ambientale è di molto migliorata rispetto ai periodi a cui fanno riferimento le perizie accusatorie “. “D’altronde – continuano Curto e Surico – vanno sottolineati i grandi passi avanti fatti in tema di azione di contrasto all’inquinamento ambientale, tant’è che, ad esempio, i valori della diossina sono assolutamente in linea con la media europea “.

“Infine – concludono i due esponenti di FLI – non escludiamo nei prossimi giorni l’adozione di apposite e specifiche iniziative legislative sia in sede regionale, sia da trasferire al livello nazionale, finalizzate a garantire le migliaia di lavoratori angosciati del loro futuro occupazionale“.

Ilva, Vendola: ora una stringente interlocuzione tra azienda e Procura. “Credo che le parole pronunciate dal Procuratore della Repubblica di Taranto, dott. Sebastio, e dal Procuratore Generale, dott. Vignola, rappresentino un contributo di straordinaria importanza alla definizione di un percorso che possa consentire uno sbocco positivo della drammatica vicenda dell’Ilva”.

“La magistratura rivendica il dovere di esercitare in profondità il controllo di legalità, indicando nel nodo aggrovigliato di inquinamento, patologia e morte una questione non più sopportabile di violazione dei diritti fondamentali. Ma i provvedimenti del GIP non sono un atto di automatico spegnimento della fabbrica. Ora comincia il tempo di una stringente interlocuzione tra azienda e Procura. Non è impossibile coniugare ambiente e industria, salute e lavoro: se l’Ilva interverrà con tempestività con provvedimenti radicali di ambientalizzazione, il siderurgico potrà essere salvato. Vorrei esprimere la mia ammirazione per il lavoro dei magistrati tarantini, la mia solidarietà ai lavoratori che lottano per difendere la propria fabbrica, il mio auspicio è che Ilva operi con serietà e rapidità per ottemperare a tutte le prescrizioni che dovessero essere individuate come propedeutiche ad un differente orientamento giudiziario della Procura”.

Redazione Stato

Ilva,Mazza:”garanzie per i lavoratori dall’agroalimentare” ultima modifica: 2012-07-27T22:56:29+00:00 da Redazione



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  • Redazione

    VERTENZA ILVA TARANTO, LA SOLIDARIETÀ DI CASA DI VITTORIO AI LAVORATORI
    “NECESSARIO SUPERARE LA CONTRAPPOSIZIONE TRA PRODUZIONE INDUSTRIALE E AMBIENTE”

    Cerignola, 27.07.2012

    L’Associazione Casa Di Vittorio esprime solidarietà ai dipendenti dello stabilimento ILVA di Taranto e alle loro famiglie certamente i più colpiti dal provvedimento di sequestro degli impianti produttivi.

    Il capoluogo jonico è diventato, da ieri, il teatro di una drammatica vertenza occupazionale, ambientale, sociale, economica e politica talmente ramificato e vasto è il tema posto dall’interruzione delle attività
    produttive a causa della loro insostenibilità ambientale.
    E’ necessario superare questa contrapposizione per promuovere un avanzamento della cultura del lavoro e ambientale nei luoghi in cui l’uomo incide un’impronta più profonda e scongiurare l’arretramento non solo economico che deriva dallo scontro ideologico e pregiudiziale.

    Le istituzioni territoriali e nazionali, con il sostegno delle organizzazioni sindacali e datoriali, hanno intrapreso un concreto percorso di miglioramento delle condizioni di sicurezza e di sostenibilità della produzione dell’acciaio a Taranto che ora bisogna condurre a buon fine così da garantire la più efficace mediazione degli interessi in campo.


  • Redazione

    Arnaldo Sala: “Basta andare a Roma con il cappello in mano!”

    Nota del Consigliere regionale PdL, Arnaldo Sala.
    I provvedimenti della magistratura non si commentano! Laddove non condivisi, si impugnano dinanzi le competenti sedi, come previsto dall’Ordinamento democratico della nostra Nazione.
    Ciò posto non possiamo ignorare la gravità della drammatica situazione che Taranto, e l’intera Comunità jonica, vive in queste ore.

    A tal proposito esprimo la più grande solidarietà per i lavoratori dell’ILVA e delle aziende dello indotto siderurgico che vedono in pericolo il loro posto di lavoro e, con esso, la loro esistenza.
    Più in generale, come già espresso in Consiglio regionale in occasione dell’approvazione dell’ultima Legge su Taranto, ritengo che la giornata di ieri, pur nella sua tragicità, possa rappresentare l’inizio di una ‘nuova era’.

    In passato i passaggi fondamentali della storia recente di Taranto, quelli che hanno inciso profondamente sull’economia e sul tessuto sociale della Città, infatti, sono sempre stati ‘etero diretti’, ovvero decisi altrove, in particolare dal Governo centrale a Roma. Penso a quando, nella fine dello Ottocento, giunse a Taranto la Marina Militare che vi insediò la principale stazione navale e il maggiore arsenale, poi all’arrivo dell’Italsider, l’industria siderurgica di Stato negli anni Sessanta e, infine, alla sua trasformazione in azienda privata con la cessione ai privati.

    In effetti, negli ultimi due secoli l’intera classe dirigente di Taranto, e intendo i politici, i sindacati gli imprenditori ed i professionisti tutti insieme, mai ha realmente e sino in fondo svolto il suo ruolo naturale, ovvero quello di ‘dirigere’ una comunità ‘gestendo’ il presente e ‘determinando’ il futuro.

    Ora è arrivato il momento che tutta la classe dirigente di Taranto svolga finalmente questo ruolo, cioè quello di progettare il futuro della Comunità senza influenze esterne, senza ‘delegare a qualcuno’ a Roma le decisioni.
    Eppure, purtroppo, sento ancora i responsabili della cosa pubblica tarantina dichiarare che debba essere ‘Roma’, ovvero il Governo, a dover trovare le soluzioni al ‘problema Taranto’.

    Condivido che sia lo Stato italiano a dover sostenere gli oneri per risolvere il ‘problema Taranto’, quale ‘compensazione’ per l’importante tributo che, per oltre 130 anni, Taranto ha dato allo sviluppo del Paese; non si può, però, pensare che sia ancora ‘qualcuno a Roma’ a dirci come risolvere il ‘problema Taranto’.

    La classe dirigente tarantina deve andare sì a Roma, ma con in mano un progetto per il futuro della Comunità, un futuro che non può che passare dalla realizzazione delle bonifiche e di una più spinta ecocompatibilità delle industrie tutte.

    E invece si continua ad andare a Roma senza una proposta, ma solo con il ‘cappello in mano’ a chiedere attenzione.
    Il risultato? I trecento e rotti milioni di euro elargiti ieri a Roma dal Governo che, tutti ne abbiamo contezza, sono solo una parte irrisoria dei fondi realmente necessari per le nostre bonifiche; non a caso per le bonifiche di Marghera sono stati destinati diversi miliardi di euro!

    Una volta per tutte vogliamo progettare, tutti insieme, un nuovo futuro per la nostra comunità, un futuro necessariamente compatibile, non solo con l’ambiente, ma più in generale con il nuovo scenario mondiale dominato dalla globalizzazione?

    Ieri ‘l’11 settembre’ è scoccato anche a Taranto; dobbiamo imparare che non è più possibile ‘tirare a campare’ per poi pretendere che qualcuno, ovvero il Governo centrale, si prenda la responsabilità di ‘etero dirigere’ il nostro futuro. Ed è ora che lo capisca chi amministra la cosa pubblica sul Territorio!”.


  • Redazione

    Altamarea sulla drammatica tempesta in corso su Taranto

    Altamarea ha chiesto al nuovo Ministro dell’ambiente di “ritirare in autotutela” l’AIA di Ilva, che è l’unica mossa che può bloccare ogni iniziativa giurisdizionale degli avvocati di Ilva e tenere l’Ilva “sotto schiaffo” inducendola a presentare sul serio un piano industriale di riconversione, ristrutturazione

    27 luglio 2012 – Biagio De Marzo (membro di Altamarea)

    Sulla stampa sono riportate inaccettabili dichiarazioni del Direttore Generale di ARPA Puglia prof. Giorgio Assennato e del Direttore del Dipartimento di prevenzione di ASL/TA dr. Michele Conversano che vorrebbero prendere le distanze dall’intervento di Alessandro Marescotti durante la tavola rotonda conclusiva del Convegno organizzato da ASSOARPA, Università di Bari, ecc.

    Alessandro Marescotti in quella sede rappresentava Altamarea e Altamarea respinge con sdegno che a un proprio membro vengano indirizzate ingiurie quali: “ Sono allibito; sono stati tirati fuori miei (sic!) dati in maniera distorta; è una catena di disinformazione, un’associazione per delinquere, uno schifo”, frase virgolettata di G. Assennato; “E’ sicuramente anomalo e scorretto che questo studio non discusso tra gli autori sia diventato qualcosa di centrale a conclusione di due giorni di confronto in cui esperti di livello internazionale hanno discusso l’importanza di studi epidemiologici e di biomonitoraggio, ma anche dei loro limiti ed incertezze”, frase virgolettata di M. Conversano.

    Alessandro Marescotti ha presentato numeri e fatti già pubblicati, con nomi e cognomi degli autori.

    I due direttori, silenti durante e dopo l’intervento di Marescotti, dovrebbero spiegare all’opinione pubblica tarantina, da anni fortemente preoccupata, perché hanno riservato solo al consesso di Oxford nel 2011 la conoscenza immediata di quei dati? Assennato, sprezzantemente, definisce Alessandro Marescotti “un insegnante di lettere di un liceo tarantino”, dimenticando che è quello stesso “insegnante di lettere”, e non autorevoli esperti, che ha fatto conoscere ai tarantini la diossina ed ha mostrato loro il “formaggio alla diossina”. In Alessandro Marescotti, ancor più incoraggiato dalla pediatra Annamaria Moschetti, ha prevalso l’afflato del genitore e soprattutto dell’educatore che dà conto del suo operato solo alla propria coscienza, rispetto agli equilibrismi a cui è soggetto chi dà conto soprattutto ai referenti istituzionali e politici.

    Quanto alla gazzarra messa in scena in diretta durante il convegno da alcuni “autoconvocati dipendenti Ilva”, è bene sottolineare che Altamarea e Marescotti sono sempre stati dalla parte dei lavoratori anche se non sono riusciti a colloquiare con essi per fare fronte comune. foto di Taranto

    Rispetto alla drammatica tempesta che si è abbattuta su Taranto a seguito dei provvedimenti cautelari della Magistratura, non è fuor di luogo ripetere che Altamarea non è stata mai dalla parte di chi “vuole chiudere tutto e subito, senza se e senza ma”. E’ sottinteso che molti dei suoi membri, che hanno conosciuto da dentro il siderurgico di Taranto, ritengono che anche chiudere la sola area a caldo equivalga a chiudere tutto. Sulla “chiusura” Altamarea cambierà idea solo se proprietà di Ilva e Stato dimostreranno, anche in questa circostanza, di essere incapaci di neutralizzare, in un decente lasso di tempo, l’inquinamento, incapaci non perché non ci sono soluzioni tecniche ma perché non c’è né la volontà, né i soldi che servono per mettere veramente a posto scarichi a mare, agglomerazione, acciaierie, parchi primari e soprattutto cokeria (delocalizzazione). Sono tutte cose che Altamarea ha scritto e detto in ogni occasione pubblica locale e nazionale.

    Chi deve tirare fuori la montagna di quattrini che servono per fare tutte queste cose? Da anni, regolarmente inascoltata, Altamarea sostiene che sulla “questione Ilva Taranto” lo Stato non si può chiamare fuori abbandonando il destino dei tarantini nelle mani di Riva. Il maggiore responsabile del disastro ambientale di Taranto è lo Stato. Esso ha progettato e costruito male lo stabilimento siderurgico, per giunta finanziato a tassi di interesse pesantissimi, e lo ha gestito altrettanto male per una quarantina di anni. Lo Stato si è sbarazzato di Ilva Taranto quando le questioni ambientali cominciavano a diventare veramente pesanti perché regolamentate da norme stringenti e tutto questo si accompagnava a condizioni economico-finanziarie ormai assolutamente insostenibili. Con quella privatizzazione lo Stato ha messo, consapevolmente, la formidabile arma del “ricatto occupazionale” nelle mani dell’imprenditore privato che all’epoca l’ha tolto dagli impicci e che si muove andando dietro solo ai suoi legittimi interessi economici.

    Non si può non capire che il compromesso con lo Stato (cioè la compartecipazione alle spese per il risanamento ambientale) può nascere solo di fronte a una fortissima pressione sociale o di fronte a fatti ineludibili come quelli giudiziari. La pressione sociale di Altamarea sul benzo(a)pirene nel 2009 e 2010 sembrava vincente ma fu stoppata dal decreto legislativo “salva azienda” di ferragosto 2010. Per quattro anni Altamarea ha lavorato puntando sull’AIA che invece è stata concessa senza nessuno dei suoi “10 punti irrinunciabili”. L’AIA rilasciata ad agosto 2011 conteneva anche “bugie” clamorose, avallate dal Ministero dell’ambiente. La durata dell’AIA viene fissata in 6 anni anziché 5 perché Ilva ha presentato un Certificato relativo al sistema di gestione ambientale adottato che, però, non riguarda l’area a caldo che è quella che inquina (ACCREDIA, l’ente pubblico che accredita i “Certificatori”, ha comunicato la propria impossibilità a intervenire direttamente per una di quelle ambiguità normative che fanno la felicità degli avvocati). C’è un’altra “bugia” ancora più clamorosa: la capacità produttiva di Ilva Taranto è fissata a 15 milioni di tonn/anno senza motivazioni ragionevoli, mentre nella delibera CIPE n. 40 del 1970 – Programma IRI 1971/197 è scritto: “….. il CIPE approva il programma dell’IRI relativo all’ampliamento del Centro Siderurgico di Taranto fino a 10,3 milioni t/a.“ La capacità produttiva di un centro siderurgico a ciclo integrale è fissata dagli altiforni e dalle acciaierie che oggi sono ancora quelli del “raddoppio”.

    Altamarea ha chiesto al nuovo Ministro dell’ambiente di “ritirare in autotutela” l’AIA di Ilva, che è l’unica mossa che può bloccare ogni iniziativa giurisdizionale degli avvocati di Ilva (finora le hanno vinte tutte) e tenere l’Ilva “sotto schiaffo” inducendola a presentare sul serio un piano industriale di riconversione, ristrutturazione. Sul piano industriale qualcuno di Altamarea ha avuto l’ardire (Lettera aperta al Presidente Monti ed altri del 16 luglio 2012) di dare alcuni spunti non completamente campati in aria: a) conversione impiantistica per la produzione di acciaio non da ghisa di altoforno; b) ridimensionamento della laminazione; c) diversificazione nel campo della logistica integrata portuale (Ilva ha in concessione un pontile che già oggi consentirebbe l’attracco di portacontainer di ultima generazione); d) rientro alla grande nel business del rottame, da dove Riva ha preso il volo, puntando al decommissioning (rottamazione) in campo navale, aereo e automobilistico con riutilizzo immediato del rottame di ferro nel proprio stabilimento “convertito”.

    Ovviamente il piano industriale per lo stabilimento “convertito” dovrebbe recepire anche: I) limiti agli sforamenti istantanei in periodi di tempo ragionevolmente corti e sanitariamente tollerabili; II) il superamento delle MTD, il tutto rafforzato da inequivocabili elementi sanitari, con la teoria di “quel che è stato è stato, ma ora basta”; III) un serio CPI in tempi brevi; IV) la revisione del nulla osta inerente l’analisi di rischio di incidente rilevante.

    Per convincere il Governo ad intervenire nel senso suindicato ottenendo anche il benestare della Commissione europea (che non sempre nega gli aiuti di Stato ai privati) Altamarea ritiene necessaria ed auspicabile l’alleanza dei cittadini con i lavoratori e con i loro sindacati.

    Non si sa come le cose evolveranno, ma ai più anziani vengono in mente, con grande preoccupazione, i fatti di Reggio Calabria con Ciccio Franco (luglio 1970) e di Scanzano Ionica (luglio 2008).


  • Redazione

    La malapolitica a Taranto non ha protetto il suo territorio e la salute della collettività

    In questo momento deve prevalere il senso di responsabilità per dare un futuro a tutti i lavoratori e per costruire assieme un’alternativa di sviluppo ecosostenibile

    27 luglio 2012 – Taranto Respira (Luigi Boccuni Paola Casieri Saverio De Florio Alessandro Marescotti Annamaria Moschetti Rino Raffone Massimiliano Saracino)

    La storia di Taranto è cambiata per sempre. Nulla sarà come prima.

    Dopo anni di omissioni, incuria, negligenza e connivenza sono arrivati al pettine tutti i nodi irrisolti dell’Ilva. ilva di Taranto

    La malapolitica a Taranto non ha protetto il suo territorio e la salute della collettività.

    Per anni una lobby di potere ha messo il silenziatore alla sofferenza.

    Tale atteggiamento negligente è stato controproducente e non è servito a proteggere i posti di lavoro. E’ stato catastrofico.

    Taranto Respira esprime solidarietà ai lavoratori danneggiati dall’incuria ambientale dell’azienda. Abbiamo avanzato da tempo concrete proposte di bonifica che consentirebbero di reimpiegare gli operai. Le uniche proposte in campo sono state le nostre.

    Per questo troviamo grave l’attacco di Nichi Vendola che ha dichiarato: “Noi ci siamo sempre opposti ad un ambientalismo fondamentalista ed isterico di chi pensa che tra i beni da tutelare non ci debba essere il bene lavoro”.

    L’ambientalismo a Taranto invece fin dal primo momento è stato propositivo e responsabile.

    La verità sul tappeto è un’altra: la magistratura è intervenuta perché la politica ha fallito.

    In questo momento deve prevalere il senso di responsabilità per dare un futuro a tutti i lavoratori e per costruire assieme un’alternativa di sviluppo ecosostenibile.


  • Redazione

    Disastro ambientale e sanitario a Taranto: da mesi ignorati vertici e rappresentanti dei militari

    E’ stata chiesta l’apposizione di centraline nel porto, per il monitoraggio h24 degli agenti inquinanti Passati oltre 7 mesi, i vertici e le rappresentanze dei militari nei fatti sono stati ignorati. Nulla di ciò si vede nel porto

    27 luglio 2012 – Antonello Ciavarelli (Delegato Co.Ce.R. )

    Continua la forte preoccupazione da parte dei lavoratori in divisa del capoluogo jonico, riguardo il disastro ambientale e sanitario che si abbatte sulla città. Circa un anno fà i consigli di base della Guardia di Finanza, il Consiglio nazionale della Guardia Costiera e Centrale della Marina Militare, oltre il Siulp sindacato di polizia maggiormente rappresentativo a Taranto, hanno espresso ai vertici corrispondenti preoccupazione e chiesto azioni di prevenzione e tutela. Inoltre è stata chiesta l’apposizione di centraline nel porto, per il monitoraggio h24 degli agenti inquinanti. Con grande sensibilità è stata prontamente data una positiva risposta da parte dei vertici militari, che hanno investito a tal riguardo l’Autorità portuale. Quest’ultima avrebbe dovuto provvedere a stipulare un’apposita convenzione con l’Arpa Puglia, per l’apposizione di centraline. Incendio Ilva di Taranto

    Passati oltre 7 mesi, i vertici e le rappresentanze dei militari nei fatti sono stati ignorati. Nulla di ciò si vede nel porto.

    Oltre alla presenza di diossina nelle cozze, nel latte materno, nei terreni del quartiere Tamburi e nei dintorni che impedisce l’allevamento di bestiame, ecc.ecc., oggi si ha notizia di piombo presente nelle urine dei tarantini. La vivibilità in porto è al limite. Vi è cattivo odore, l’aria graffia la gola, si avverte penetrare nei pori della pelle le particelle di minerale, che sono leggere come la polvere di borotalco. Basti vedere l’auto bianca di servizio, nonostante venga lavata più volte a settimana, a volte anche a spese dei colleghi, dopo pochi minuti è già di colore rosso.

    Nel frattempo informalmente arriva anche la solidarietà dai colleghi di Genova. Soprattutto i più anziani testimoniano come, con la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria, la qualità della vita professionale nel porto sia di gran lunga aumentata, generando anche alternative di sviluppo e occupazione per i cittadini.

    Sarà nostro dovere agire in tutte le forme che ci sono concesse, per difendere la salute dei nostri rappresentati e delle loro famiglie e di conseguenza della comunità in cui essi sono inseriti. La piena convinzione è che un’azione etica della rappresentatività dei lavoratori, porta anche benessere e sviluppo economico per la città.


  • Redazione

    WWF: dopo 20 anni di inerzia atto dovuto della magistratura
    Occupazione si, ma ora patto di ferro contro inquinamento e per la riconversione
    27 luglio 2012 – WWF Italia

    Nella vicenda dell’ILVA di Taranto, sequestrata dalla Magistratura, non si ricada nell’errore di separare la questione ambientale dalla questione occupazionale, pensando che le soluzioni possano essere disgiunte, ricorda il WWF Italia e si stringa un patto di ferro che da una parte diminuisca l’inquinamento e parallelamente porti avanti la riconversione industriale. foto di Taranto

    La “condanna” dell’ILVA si chiama morte perché a questo sono destinati quelli che sono continuamente esposti a carichi inquinanti verso i quali ci sono stati interventi tardivi e non ancora sufficientemente efficaci. La magistratura, venti anni dopo l’inizio del caso, ha attuato un atto dovuto dopo lunghissime indagini e perizie. Certamente tutto ciò doveva arrivare ben prima, visto che l’area industriale dell’ILVA è stata dichiarata prima sito a alto rischio ambientale e poi sito di bonifica di interesse nazionale senza che, prima di tutto la proprietà, avviasse un processo di risanamento e riconversione industriale.

    Il ricatto occupazionale per troppi anni ha avuto la meglio sull’impatto ambientale che è ricaduto sulla città. Come richiesto dal WWF in precedenza, meglio sarebbe stato se l’autorizzazione unica ambientale rilasciata congiuntamente da molti enti, tra cui il Ministero dell’Ambiente e la Regione Puglia, fosse stata data chiedendo in via preventiva interventi di riduzione degli impatti.

    Oggi la strada si fa più difficile e inevitabilmente occorre oggi garantire l’aspetto sociale e quindi l’occupazione purchè si abbia l’assoluta certezza che sin da subito si pongano in essere procedure e misure per diminuire emissioni e carichi inquinanti, purchè si riprenda con forza il tema della riconversione dello stabilimento che in assenza di alternative ha purtroppo il destino segnato nell’ambito di un mercato globale.

    Su queste vicende sempre alta è stata l’attenzione del WWF, che aveva depositato un ricorso avverso l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente a favore dello stabilimento tarantino, ritenendolo carente degli strumenti burocratici, tecnici e tecnologici idonei a garantire l’ambiente e quindi la salute dei cittadini. Nel pieno rispetto dei principi di precauzione, integrazione ambientale e dell’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, il WWF ha sempre richiesto un concreto abbattimento delle emissioni prodotte dalle cokerie tarantine, un campionamento continuo e “a monte” della produzione di diossina, nonché ulteriori, più incisive, prescrizioni a tutela della salubrità ambientale della città di Taranto e della regione tutta. Recentemente il WWF si è costituito parte offesa al processo per all’inquinamento generato dagli impianti ILVA, incaricando l’avvocato Francesco Di Lauro per la difesa legale.

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