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FIERA TAMMARO Morcone, 51ª edizione per la Fiera del Tammaro

La Fiera arriva alla sua cinquantunesima volta con addosso il peso degli anni, il costo della vita, le difficoltà delle imprese

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
27 Settembre 2026
Attualità //

La Fiera del Tammaro apre ancora i cancelli. E mentre il mondo corre altrove, qui un territorio prova a ricordarsi che può ancora avere un futuro.

Ci sono fiere che aprono i cancelli e basta. A Morcone, invece, quando quei cancelli si aprono, dentro entra un pezzo di paese, di memoria, di vita. Tornano le facce di sempre, arrivano quelle nuove, si incontrano sindaci, espositori, famiglie, curiosi e gente che alla Fiera ci viene quasi per abitudine, perché sa che a settembre Morcone è anche questo.

E allora la Fiera non è soltanto una manifestazione. È un appuntamento con quello che siamo stati e, soprattutto, con quello che ancora speriamo di poter diventare.

Cinquantuno edizioni sono tante. Sono anni di lavoro, di sacrifici, di cambiamenti, di difficoltà superate e di altre che continuano a bussare alla porta. Ma sono anche cinquantuno volte in cui qualcuno ha deciso che valeva la pena aprire quei cancelli ancora una volta.

Ed è forse questa la cosa più bella della Fiera di Morcone: non promette miracoli. Racconta semplicemente un territorio che, nonostante tutto, non ha ancora smesso di crederci.

Cinquantuno edizioni non sono una ricorrenza. Sono una testardaggine.

Dal 1974, quella che nacque come una scommessa sullo sviluppo del Sannio è diventata una delle poche grandi piazze nelle quali agricoltura, artigianato, industria, zootecnia, gastronomia, casa, energia, innovazione e tradizione continuano a stare sotto lo stesso cielo. Quest’anno sono circa 40mila i metri quadrati occupati dalla manifestazione e gli spazi espositivi risultano esauriti.

Eppure non c’è nulla di facile.

La Fiera arriva alla sua cinquantunesima volta con addosso il peso degli anni, il costo della vita, le difficoltà delle imprese, le economie familiari sempre più compresse. Ma arriva.

Ed è questa, forse, la notizia più importante.

Arriva perché un territorio che continua a ritrovarsi attorno a una manifestazione non è ancora un territorio rassegnato.

All’inaugurazione del 23 settembre, Morcone ha rimesso insieme la sua geografia politica e amministrativa. Sindaci, amministratori, rappresentanti istituzionali, esponenti regionali e provinciali. Una presenza larga, quasi una fotografia di quel Sannio che spesso appare frammentato nelle carte amministrative e invece, quando serve, scopre di avere ancora un’identità comune.

In prima fila Clemente Mastella, sindaco di Benevento, accompagnato dalla moglie Sandra. E poi Pellegrino Mastella, consigliere regionale della Campania, alla sua prima visita all’Ente Fiera. Un passaggio tutt’altro che soltanto simbolico: Mastella ricopre oggi anche il ruolo di vicepresidente della IV Commissione consiliare regionale, competente per urbanistica, lavori pubblici e trasporti.

Lo spumante, il brindisi, gli auguri di lunga vita alla Fiera.

Ma dietro quel gesto conviviale c’è una domanda molto più seria: quanto a lungo può resistere una comunità quando tutto intorno spinge verso la marginalità?

La risposta di Morcone, per ora, è semplice: ancora.

Il Comune di Campolattaro è entrato nella compagine sociale della Fiera, rafforzando quella vocazione territoriale che da sempre va oltre i confini del singolo paese.

Morcone, Santa Croce del Sannio e Campolattaro non sono soltanto tre amministrazioni. Sono pezzi di uno stesso racconto. Un racconto fatto di colline, tratturi, campagne, acqua, boschi, aziende piccole e grandi, artigiani, allevatori, commercianti, famiglie e amministratori costretti ogni giorno a fare i conti con una domanda brutale: restare o partire?

Ed è proprio qui che la Fiera smette di essere soltanto una fiera e diventa una dichiarazione di esistenza.

Luigino Ciarlo, sindaco di Morcone, apre le porte della sua città a una platea nella quale la politica sannita si presenta quasi al completo. E accanto a lui ci sono i sindaci di Santa Croce del Sannio e Campolattaro, Antonio Zeoli e Simone Paglia, chiamati a giocare una partita che non può più essere soltanto comunale.

Perché il tempo dei campanili isolati è finito.

O dovrebbe esserlo.

Dall’altra parte del confine regionale, arrivano Paolo D’Anello e Rosario De Matteis, sindaci molisani di Sepino e San Giuliano del Sannio. E qui il confine amministrativo sembra improvvisamente quello che è: una riga tracciata su una carta. La montagna, il Tammaro, le vie di comunicazione, l’economia rurale e la storia non conoscono Regioni.

Conoscono territori.

E allora l’idea di aprire i confini, di costruire una visione più larga, non è retorica. È quasi una necessità.

Come necessaria appare la provocazione lanciata da Clemente Mastella sul lago di Campolattaro: non soltanto un invaso, non soltanto una diga, non soltanto acqua da conservare o utilizzare per l’agricoltura, ma un elemento capace di cambiare la percezione dell’intera area.

Un lago come paesaggio. Come turismo. Come economia. Come identità. Come porta.

Perché il vero problema del Tammaro non è soltanto ciò che manca. È che troppo spesso ciò che possiede non viene raccontato, collegato, valorizzato. E una diga può contenere acqua.
Ma un territorio deve contenere futuro.

È questa la sfida.

Mastella, come spesso gli accade, non si limita al rituale istituzionale. Fa il cicerone, attraversa la Fiera, osserva, racconta, ricorda. A Ciarlo dispensa consigli e soprattutto memoria: quella memoria politica che nei territori piccoli vale quanto un archivio e che, se conservata, può tornare utile quando le porte della politica nazionale e regionale si riaprono.

È una lezione antica. La politica passa. I territori restano. E chi governa un territorio dovrebbe imparare a ricordarsene prima che sia troppo tardi.

Accanto ai sindaci, la presenza del presidente della Provincia di Benevento Nino Lombardi e del presidente della Comunità Montana Titerno-Alto Tammaro Pasquale Di Meo racconta un altro livello della stessa partita: quello delle istituzioni intermedie, spesso considerate lente, burocratiche, perfino superate, ma che in aree interne come questa possono ancora rappresentare uno dei pochi strumenti attraverso cui mettere insieme pezzi dispersi.

Poi ci sono loro. I visitatori. Le famiglie. Gli anziani che ricordano quando la Fiera era un appuntamento quasi obbligato. I giovani che la guardano con occhi diversi. Gli espositori che investono, nonostante tutto. Le persone che vengono semplicemente per esserci.

E alla fine è proprio quella gente a dare senso ai 40mila metri quadrati.

Perché puoi avere padiglioni, stand, convegni, degustazioni, spettacoli, innovazione e shopping. Puoi riempire un calendario di appuntamenti. Ma una Fiera vive soltanto quando qualcuno decide di attraversarne i cancelli.

Quest’anno i cancelli si sono aperti ancora.

E dietro ci sono agricoltura, gastronomia, zootecnia, artigianato, industria, edilizia, energia, innovazione, arredamento, arte e tradizioni.

Ma c’è anche qualcosa che non si espone negli stand.

La resistenza di un territorio.

Quella non ha un prezzo. Non si vende. Non si compra. Si eredita. E Morcone, alla sua cinquantunesima Fiera, sembra volerla consegnare ai figli prima che sia troppo tardi.

Per questo l’idea di un nuovo spazio espositivo non è un dettaglio tecnico. È una scommessa politica e territoriale. Significa dire che quei cancelli dovranno aprirsi ancora, ma con spazi più grandi, nuove imprese, nuove idee, nuovi mercati.

Significa smettere di pensare alla Fiera come a un monumento del passato e cominciare a trattarla come un’infrastruttura del futuro.

La Fiera del Tammaro non può vivere di nostalgia.

Deve vivere di visione.

E forse questa è la vera fotografia del 23 settembre 2026: una comunità che conosce le proprie fragilità ma non ha ancora deciso di arrendersi ad esse.

Cinquantuno candeline. Cinquantuno volte il cancello che si apre. Cinquantuno volte la stessa domanda: cosa ne sarà di noi?

La risposta, questa volta, non è dentro uno stand. È fuori. Nelle strade che collegano Morcone al Molise, Santa Croce a Campolattaro, il Tammaro al resto del Sannio. Nell’acqua che potrebbe diventare paesaggio. Nelle imprese che resistono. Nei sindaci che cercano una strada. Nei cittadini che continuano ad arrivare.

E in quella ostinata abitudine tutta sannita di fare festa anche quando sarebbe più facile lamentarsi. Perché una comunità muore davvero soltanto quando smette di immaginarsi.

Morcone, invece, oggi immagina ancora.

E finché ci saranno cancelli da aprire, espositori da sistemare, sindaci da incontrare, vino da stappare e futuro da discutere, la Fiera non sarà semplicemente una manifestazione.

Sarà il testardo battito di un territorio che, nonostante tutto, si rifiuta di diventare periferia di sé stesso.

Morcone, 51ª edizione per la Fiera del Tammaro
Foto Vignone Domenico

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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