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Giornalismo e potere, l’insegnamento di Tiziano Terzani


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(Ph: reteblu.altervista.org)

Manfredonia – TIZIANO Terzani, la morte e il potere: “lascio un libro che forse potrà aiutare qualcuno a vedere il mondo in modo migliore, a godere di più della propria vita, a vederla in un contesto più grande, come quello che io sento così forte“.

“(…) sono uno che non ha mai fatto compromessi. Non ne ho avuto forse un grande bisogno, ma avevo una ripulsione per i compromessi e se questa la vuoi chiamare moralità, sì. Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il potere. Facendo questo mestiere la frequentazione del potere è necessaria, indispensabile. Di ogni tipo di potere: il potere assassino, il potere giusto, il potere… il Potere. Perché è quello che determina le sorti del mondo e tu che sei lì a descriverle devi andare dal potere a chiedergli come stanno le cose. Ecco, di nuovo senza che io me lo sia detto una mattina facendo un voto, senza che io ci sia arrivato attraverso constatazioni altrui, io ho sempre provato una ripulsione per il potere. Forse, nel fondo sono un anarchico, ma a me vedere un presidente, un ministro, un generale, tutti con la loro aria tronfia, tutti con la loro pillola da rivenderti, mi ha sempre fatto ribrezzo”.


Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità” (..). (La fine è il mio inizio, UN PADRE RACCONTA AL FIGLIO IL GRANDE VIAGGIO DELLA VITA, 2006).

Biografia
1938. Tiziano Terzani nasce il 14 settembre a Firenze nel quartiere popolare di Monticelli. Il padre Gerardo è originario del borgo di Malmantile vicino Lastra a Signa e gestisce una piccola officina meccanica a Firenze. La madre, Lina Venturi, è una fiorentina di città e lavora come cappellaia in un negozio di sartoria. Insieme abitano in una piccola e buia casa in via Pisana dove Tiziano divide gli spazi con la nonna materna Elisa, rimasta vedova.


1944-1949, le scuole elementari. Nei primi di agosto del ’44 la ritirata dei nazisti sulla Linea Gotica e l’avanzata alleata delle truppe britanniche porta alla liberazione di Firenze consentendo al piccolo Tiziano di frequentare la prima elementare presso il convento femminile di San Piero a Monticelli. Un anno dopo, alla riapertura regolare degli istituti, prosegue gli studi nella vicina Scuola di Legnaia, l’istituto primario Gian Battista Niccolini.


1949-1952, le scuole medie. È un bimbo sveglio, curioso e capace, il maestro Cavalli prega i genitori di iscriverlo alle medie. Frequenta in città la scuola Nicolò Machiavelli. Dopo i numerosi lutti familiari per tubercolosi – due zie e il nonno − la madre si preoccupa della salute di Tiziano che, figlio unico, si sente soffocare da queste attenzioni. Gerardo per tranquillizzare la moglie, e assecondare le indicazioni del medico, ogni estate porta con sé il bimbo all’Orsigna, un remoto borgo della montagna pistoiese popolato da boscaioli e carbonai. La valle chiusa e silenziosa diventa subito il rifugio prediletto di Tiziano affascinato dall’eco delle tradizioni montanare e da una natura selvaggia e incontaminata che anima in lui un forte senso di libertà.


1952-1957, il ginnasio e il liceo. Dopo l’esame di terza media il professore Cremasco convince Gerardo e Lina a iscrivere il ragazzo al ginnasio. I genitori impegnano gli averi al Monte di Pietà e acquistano a rate i pantaloni che permettono al figlio di frequentare la succursale della Machiavelli in piazza Pitti. Dal ’54 prosegue gli studi al liceo classico Galileo dove si diploma con ottimi voti nel ’57.


Frequenta i “Sabati dello studente”, un circolo ricreativo in cui soddisfa la passione per il cinema e recita in alcuni spettacoli dove mostra – lui moro, occhi verdi, oltre un metro e ottanta di altezza – spavalderia e spiccate doti affabulatorie. È iscritto al Movimento Federalista Europeo, fondato da Altiero Spinelli, ma in questi anni frequenta anche esponenti del mondo cattolico e progressista fiorentino, padre Ernesto Balducci, don Raffale Bensi, il sindaco Giorgio La Pira. Raccoglie da questi incontri il valore dell’umanità e apprende il senso non solo del dialogo ma dell’autonomia delle proprie idee, già sperimentata in casa con il padre comunista e la madre cattolica. Nel tempo libero guadagna qualche soldo collaborando come cronista sportivo al «Giornale del mattino». Corse podistiche, gare in bicicletta, partite di calcio: copre la Toscana con la ‘Vespa’ del padre, si muove e si diverte, prova una grande gioia nel viaggiare, raccontare storie, ma non pensa ancora al mestiere.


1957-1962, l’università e l’incontro con Angela. È uno studente brillante e la Banca Toscana gli ha già fatto un’offerta che però lo angoscia: s’immagina chiuso in una banca per il resto della vita. Così, sfidando il parere dei genitori, tenta l’ammissione al collegio Medico-Giuridico di Pisa annesso alla Scuola normale superiore. Nel durissimo concorso, che offre solo cinque posti e coinvolge centinaia di candidati da tutta Italia, arriva secondo. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. Al grande balzo lontano da casa si unisce un’altra novità. In settembre ha conosciuto una ragazza di origini tedesche, Angela Staude, nata a Firenze nel 1939, figlia del pittore Hans-Joachim e dell’architetto Renate Moenckeberg. Gli Staude abitano in via della Campora sulla collina di Bellosguardo. Sono una famiglia colta ma non convenzionale che vanta tra i propri avi esploratori e accademici.


Tiziano è rapito dall’atmosfera casalinga e poliglotta dove arte e musica si mescolano alle biografie avventurose della famiglia. Viene accolto senza particolari pregiudizi e assapora il piacere della cultura e della curiosità intellettuale.


Seppur divisi dagli studi − Tiziano a Pisa e Angela a Monaco − mantengono i contatti. All’università Tiziano conosce e frequenta molti amici tra cui Giuliano Amato, Remo Bodei, Carlo Donolo. La vita in collegio è impegnativa, a volte goliardica, ma due eventi drammatici lo segnano profondamente: nel ’58 una grave infezione tubercolotica lo mette in serio pericolo di vita e un anno più tardi una trombosi colpisce il padre rendendolo inabile al lavoro. Le ristrettezze economiche, il bisogno di contribuire al sostentamento dei genitori e la voglia di trovare una propria strada alimentano l’inquietudine e il desiderio di fuga, di una vita differente, autonoma e libera.


1967-1969, l’università in America. In USA continua a scrivere per «l’astrolabio», racconta l’America che sprofonda nel Vietnam, la rabbia del movimento nero, la tenacia di quello pacifista, i sogni spaziali della Luna mentre realizza il proprio, nel ’68, imparando la lingua cinese all’università di Stanford. Nel 1969 con in tasca la seconda laurea e in braccio il primogenito Folco, nato in agosto a New York, rientra in Italia, lascia l’Olivetti e viene assunto come “pubblicista” da «Il Giorno», quotidiano milanese diretto da Italo Pietra. Nella redazione ci sono Giampaolo Pansa, Bernardo Valli, Paolo Murialdi.


1969-1971, da matricola al «Giorno» a «professionista». Tiziano scrive sulle pagine culturali e lavora intensamente tra interviste e notizie d’agenzia. Nel marzo ’71 nasce la figlia Saskia, in estate sostiene e supera l’esame da “professionista”. Chiede di andare all’estero, ma il direttore non ha bisogno di corrispondenti dall’Asia. Determinato a seguire le proprie aspirazioni, si dimette dal giornale, pur mantenendo una collaborazione esterna. In autunno gira le redazioni dei più noti quotidiani europei alla ricerca di un’occupazione – sa parlare francese, tedesco, inglese, portoghese e cinese – ma incassa il rifiuto di tutti − «Guardian», «Die Zeit», «Le Monde», «Der Stern» − finché l’editore dell’amburghese «Der Spiegel» Rudolf Augstein gli offre una chance: un contratto come freelance per un anno con l’apertura di un ufficio a Singapore e la copertura dell’Estremo Oriente. È la svolta. All’ottima offerta tedesca si aggiunge l’accordo esclusivo con Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, che conosciuto il ragazzo a Milano e colpito dalla sua intraprendenza, lo invita a scrivere dei report sul Sudest asiatico garantendogli un fisso mensile.


1972, il “grande balzo” in Asia con «Der Spiegel». Con queste certezze nel gennaio ’72 Tiziano raggiunge Singapore dove apre il primo dei tanti uffici di «Der Spiegel» in Asia. La famiglia lo raggiunge poco prima dell’inizio della grande offensiva delle truppe del Vietnam del Nord. È l’occasione di misurarsi sul campo. Parte per il fronte e documenta la guerra per «Der Spiegel» e per la stampa italiana − «l’Espresso» e «Il Giorno» − riscuotendo l’ammirazione per il coraggio e la qualità dei reportage che nel novembre ’73 diventano la base del suo primo libro, Pelle di leopardo. Diario vietnamita di un corrispondente di guerra 1972-1973, pubblicato da Feltrinelli. Viaggia continuamente in Laos, Cambogia, Thailandia e in tutto il Sudest astiatico. Nel ’74 cessa definitivamente la collaborazione con «Il Giorno» e passa per un breve periodo a «Il Messaggero».


1975-1979, la liberazione di Saigon e il dramma cambogiano. La guerra in Vietnam è agli sgoccioli: in aprile cerca di raggiungere la capitale cambogiana Phnom Penh, ma viene arrestato come sospetta spia degli americani. Rischia la fucilazione poi viene rilasciato. Sfumata l’occasione riesce comunque a raggiungere Saigon dove è testimone della vittoria dei comunisti e della fuga degli americani. Un momento storico esaltante che diventa materiale per il secondo libro, Giai phong! La liberazione di Saigon, edito da Feltrinelli nel marzo ’76. Intanto già dall’autunno ’75 risiede con la famiglia a Hong Kong, un altro passo verso il Celeste Impero. Dalla nuova sede di «Der Spiegel» si occupa del dopo-Mao e partecipa ai primi viaggi in Cina. Collabora fin dalla nascita col quotidiano di Eugenio Scalfari «la Repubblica». Nel ’77 segue con angoscia il destino della Cambogia in mano ai khmer rossi poi invasa dal Vietnam. Documenta l’orrore dei profughi vietnamiti e non immagina quello che sarà l’olocausto cambogiano, dramma che lo tormenterà per anni.


1980-1984, finalmente la Cina. Nel gennaio ’80 corona il sogno di una vita: apre personalmente la redazione di «Der Spiegel» a Pechino. Viaggia in tutto il paese, da solo e con la famiglia, sfugge spesso al controllo del Partito comunista che lo spia. Vede e vive una Cina povera, affamata e distrutta dal maoismo ma con un passato meraviglioso: scrive e fotografa tutto. Il Pcc non è abituato a questa libertà e nel marzo ’84 lo fa arrestare per “crimini controrivoluzionari”. Dopo un mese di riabilitazione e con l’intervento del Presidente Sandro Pertini, viene espulso dal paese, per sempre. È uno shock tremendo. Reagisce a modo suo: in settembre pubblica per Longanesi La porta proibita dove racconta senza filtri l’esperienza dei quattro anni vissuti in Cina.


1985-1990, il Giappone. Dove un soggiorno temporaneo a Hong Kong si trasferisce con la famiglia a Tokyo dove si apre il suo capitolo professionale più cupo a causa di una forte depressione, a cui non è estranea la forte delusione per l’esasperata conversione consumistica di quella società. Cade in una profonda depressione. Segue la rivoluzione gialla delle Filippine contro il dittatore Marcos e non perde di vista le sorti dei paesi dell’Indocina. Nel 1988 chiude la collaborazione con «la Repubblica» e passa al «Corriere della Sera».


1990-1994, Bangkok e i grandi viaggi. Nel settembre ’90 lascia con sollievo Tokyo e si trasferisce a Bangkok. Nell’estate del ’91 il golpe contro Gorbačëv lo sorprende al confine tra U.R.S.S. e Cina. Decide di raggiungere Mosca con ogni mezzo, attraversa 9 delle 15 repubbliche sovietiche e assiste in diretta al crollo dell’Impero comunista. Ne ricava un diario di viaggio, Buonanotte, signor Lenin!, pubblicato nel settembre ’92 e selezionato per il prestigioso Thomas Cook Travel Book Award, «un libro splendido» secondo il grande reporter Ryszard Kapuściński.
Nel ’93 viaggia senza mai prendere aerei per rispettare una vecchia e nefasta profezia di un indovino. A 55 anni è un pretesto per descrivere l’Asia travolta dalla globalizzazione e per trovare nuove motivazioni. È un anno avventuroso che diventa il suo libro più popolare e tradotto, Un indovino mi disse, edito nel 1995.


1994-1996, l’India e il ritiro. Già dal ’94 vive con la famiglia a Delhi dove segue le contraddizioni e gli sviluppi della democrazia indiana. Nell’agosto ’96, stanco della professione, sceglie il prepensionamento e dopo 25 anni di lavoro, e oltre 200 reportage, lascia «Der Spiegel».


1997-2000, la malattia. In primavera gli viene diagnosticato un cancro. Inizia le cure e affronta la malattia come un altro scoop da indagare e capire. Nel giugno ’98 su iniziativa di Mario Spagnol, patron di Longanesi e suo mentore, pubblica una collezione dei suoi migliori articoli, In Asia. Si isola dal mondo e dalla fine del ’99 si ritira sull’Himalaya indiana, scrivendo, dipingendo e curandosi.


2001-2002, le «Lettere». L’11 settembre e lo scoppio della guerra in Afghanistan, lo scuotono. Sente il bisogno di essere testimone e si mette in marcia, da freelance, come agli inizi. Scrive una serie di articoli e riflessioni che raccoglie nel volume Lettere contro la guerra, edito nel febbraio 2002. Un libro di forte impegno etico che anima i movimenti civili contro il conflitto militare e la violenza.


2003-2004, l‘ultima opera. Si ritira per completare la sua ultima fatica, Un altro giro di giostra, pubblicato nel marzo 2004. È un viaggio oltre la malattia e la medicina, un’analisi stringente e struggente sull’uomo contemporaneo che deve saper affrontare l’inevitabile. Quattro mesi più tardi, il 28 luglio, protetto dalla famiglia – dopo aver registrato con le sue ultime forze una serie di interviste che daranno vita a documentari, libri e film – «lascia il suo corpo» nella valle dell’Orsigna.

(Fonte: “Testo su gentile concessione di Àlen Loreti © 2012 Edizioni Via del Vento, Pistoia. Tutti i diritti riservati.“)

Redazione Stato@riproduzioneriservata

Giornalismo e potere, l’insegnamento di Tiziano Terzani ultima modifica: 2013-05-28T12:50:39+00:00 da Redazione



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