Una riflessione dura ma rispettosa, carica di memoria personale e di interrogativi sul ruolo dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. È quella affidata a una lettera aperta da Giuseppe Ciuffreda al Procuratore Nazionale Antimafia Giovanni Melillo, dopo le recenti dichiarazioni del magistrato sulla gravità del fenomeno mafioso in Capitanata.
Ciuffreda, figlio di un imprenditore ucciso per essersi opposto al racket, parte da un riconoscimento netto dell’impegno della Direzione Nazionale Antimafia e delle forze dell’ordine, esprimendo gratitudine per le operazioni investigative condotte sul territorio foggiano. Ma accanto all’apprezzamento emerge anche un disagio profondo.
«La mafia in provincia di Foggia è forte, radicata e pericolosa – scrive – ma di fronte a questa realtà non basta chiedere ai cittadini di denunciare. Occorre interrogarsi anche su ciò che lo Stato e la magistratura possono migliorare».
Il passaggio centrale della lettera ruota attorno a due parole che, secondo Ciuffreda, mancano nel dibattito pubblico: “chiediamo scusa”. Non un’accusa personale nei confronti di Melillo, di cui riconosce “scrupolo e competenza”, ma una richiesta di autocritica istituzionale rispetto ai limiti mostrati negli anni nel contrasto alle mafie.

Ciuffreda ricorda il sacrificio del padre e quello di Giovanni Panunzio, sottolineando come spesso chi denuncia venga lasciato solo. «Ci viene chiesto coraggio – osserva – ma è legittimo domandarsi se i generali stiano facendo bene il loro lavoro».
Nella lettera si affronta anche il tema delle indagini archiviate, dei ritardi della giustizia e della percezione di inefficacia da parte dei cittadini. Lo stesso autore racconta di essere ancora in attesa di riscontri dopo aver presentato denuncia per una grave truffa subita mesi fa.
«Non pretendo di avere ragione – scrive – ma almeno di sapere che qualcuno abbia preso in considerazione ciò che ho denunciato».
Pur ribadendo la necessità di una mobilitazione collettiva contro la criminalità organizzata, Ciuffreda invita istituzioni e magistratura a un confronto più diretto e sincero con la società civile.
«Siamo tutti dalla stessa parte – conclude – ma dobbiamo guardarci negli occhi, nella chiarezza e nella franchezza. La mancanza di quel “chiediamo scusa”, mi creda, pesa molto».



